L’ultima ricerca, pubblicata qualche giorno fa, dall’Ipsos su democrazia e soggetti collettivi ha confermato la fragilità del sistema istituzionale democratico.  Rafforzando tendenze già esistenti prima del Covid, come ha rilevato Mauro Magatti, la sfiducia verso le istituzioni democratiche si accresce fino a diventare largamente maggioritaria coll’aumentare del livello di insicurezza personale, causata dalla compresenza di una serie di fattori: instabilità lavorativa, basso livello di istruzione, marginalità territoriale, qualità della vita affettiva e relazionale. Due intervistati su tre dichiarano infatti di essere favorevoli a cercare «un modo migliore per governare l’Italia oggi». Con punte che si raggiungono nella fase centrale della vita (30-50 anni): in un Paese come il nostro, che non cresce ormai da molti anni, sono tanti coloro che non hanno più fiducia nella capacità del sistema democratico di generare benefici sulla vita collettiva. In tale prospettiva conquistano terreno risposte semplificate che ruotano intorno alla democrazia diretta — a cui guarda con favore quasi il 70% degli italiani — o ad un’involuzione autoritaria del sistema. Insomma, sono le istituzioni della mediazione — quelle su cui si fondano principalmente le nostre democrazie — che paiono non rispondere più alle attese collettive. Troppo lente, troppo inefficaci, troppo costose.

Di grande attualità è stato dunque il Dialogo, molto partecipato da più di 100 giovani, sulle trasformazioni  della democrazia organizzato e moderato, per il Borgo, dalla professoressa Monica Cocconi, Associata di diritto amministrativo, il 22 ottobre all’interno del Festival Pop Democracy. Il confronto è avvenuto fra Antonio D’Aloia, Ordinario di diritto costituzionale presso il Dipartimento di Giurisprudenza a Parma, dove dirige il Centro interdipartimentale di Bioetica e il Prof. Massimo Luciani, Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico presso La Sapienza di Roma e Presidente dell’Associazione italiana dei costituzionalisti dal 2015 al 2018. In realtà come ha ricordato Monica Cocconi, il Circolo aveva già organizzato qualificati incontri, in questi anni, sul tema delle trasformazioni della democrazia, lo scorso anno, nell’ottobre 2019, su La crisi della democrazia di fronte alle sfide della globalizzazione e, nell’ottobre 2017, su I limiti della democrazia, a partire da due libri del Prof. Sabino Cassese, nostro ospite a Parma. È coerente inoltre con la tradizione storica del Circolo avviare dibattiti pubblici su temi di interesse politico-istituzionale coinvolgendo i più autorevoli interlocutori a livello nazionale ed europeo.

L’intento che ha  caratterizzato questo, come gli altri eventi organizzativi da Il Borgo all’interno del Festival, non è stato quello di individuare soluzioni semplici a problemi complessi ma principalmente la volontà di capire. E’ quello illustrato da Baruch Spinoza: “ Humanas res nec flere, nec indignari, sed intelligere”.

Lo stile è stato quello del dialogo a distanza attraverso alcuni stimoli offerti dal prof. D’Aloia al prof. Luciani non solo con uno sguardo sull’emergenza del presente, il tema dei riflessi della pandemia e dei conseguenti poteri emergenziali sui confini della democrazia, l’esito del referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari. Non è inoltre mancato uno sguardo rivolto al futuro, ossia alla dimensione intergenerazionale di alcune sfide poste al legislatore, in ambito ambientale e bioetico, e alla necessaria dimensione europea e sovranazionale delle politiche pubbliche nello spazio democratico. Se l’inizio della pandemia aveva comportato un accentramento di poteri e un ricorso eccessivo ai Decreti del Presidente del Consiglio senza il coinvolgimento parlamentare, gradualmente il sistema democratico ha tenuto, sebbene la marginalità del Parlamento nel funzionamento dei meccanismi decisionali fosse iniziata ben prima della crisi sanitaria anche per la disaffezione dei cittadini verso i partiti. Quindi il test cui lo stato di diritto è stato sottoposto durante l’emergenza, pur con tanti problemi e tensioni, non ha determinato un’involuzione autoritaria del sistema.

La necessità che la visione della democrazia sia estesa alla prospettiva intergenerazionale, soprattutto sulla spinta degli interrogativi posti dalle grandi sfide ambientali, è stata messa in evidenza con forza da Antonio D’Aloia. Il docente ha messo infatti in luce l’ossessione della classe politica verso il presente e come una delle sfide pressanti poste dalla democrazia sia quella di recuperare la responsabilità verso le generazioni future. Anche Massimo Luciani ha confermato come nessuna democrazia funzioni senza tener insieme passato, presente e futuro.