In occasione dei quarant’anni dalla morte, è uscita per i tipi della Emi, con la prefazione di Matteo Truffelli, una nuova biografia di Celestina Bottego (1895-1980), fondatrice delle Missionarie di Maria-Saveriane. Ne è autrice Rita Torti, che in questa intervista ci racconta il percorso e il senso della sua opera.

  • Nell’affrontare questa biografia ti sei dovuta confrontare con due importanti biografie della Bottego scritte ormai vent’anni fa. Che scelte hai dovuto fare?

In effetti il mio primo e immediato pensiero è stato: abbiamo già due bei libri; che bisogno c’è di scriverne un altro? È con questo interrogativo che ho dovuto innanzitutto fare i conti, e non è stato facile. L’ho risolto affidandomi al desiderio della Direzione generale delle Saveriane di portare sulla vita della fondatrice lo sguardo di una donna laica di oggi. Il che ha significato – come del resto avevano fatto le persone che mi avevano preceduta – trovare progressivamente la mia “voce”: capire quale suono avrebbe avuto la mia scrittura, quali vie avrebbe percorso e quali avrebbe lasciato; attivare le mie competenze; dare valore alle domande che questa vita poteva suscitare in me e forse in altre persone di questo inizio di ventunesimo secolo.

 Che documentazione hai avuto a disposizione per la tua ricerca?

Sono stata fortunata: oltre alle numerose testimonianze dirette che avevano raccolto alla fine degli anni ’80, le Saveriane mi hanno fornito il vastissimo epistolario già digitalizzato e quella vera e propria miniera che è la Positio redatta ormai vent’anni fa da suor Giovanna Meana – purtroppo recentemente scomparsa – sulla vita, le virtù e la fama di santità della Bottego (dichiarata poi venerabile da Francesco il 31 ottobre 2013). Trattandosi di fonti di diversa natura è stato necessario tenere conto della specificità di ciascuna sia nel leggerle, sia nel trattarle e combinarle. E poi ovviamente ho integrato con altre fonti coeve e con la bibliografia di riferimento per alcuni dei temi e delle realtà che ho affrontato.

  • Ripetendo il percorso del mito della Genesi, le Missionarie di Maria-Saveriane sono nate da una costola dei Missionari saveriani fondati dal Conforti. Cosa ha significato per Celestina Bottego entrare in questa nuova vita?

Come tutti in diocesi a quel tempo, la Bottego stimava e sosteneva l’Istituto Saveriano, con cui oltretutto aveva contatti diretti in quanto incaricata della docenza di inglese per gli studenti in Casa madre. Quando però padre Giacomo Spagnolo le propose di dare avvio al ramo femminile lei declinò: quasi cinquantenne, aveva ormai trovato il suo modo – esigente e mai appagato –  di essere cristiana vivendo con amore la professione di insegnante nelle scuole, l’assistenza ai poveri e l’impegno religioso (un’esperienza poliedrica a cui ho dedicato metà del libro). Entrare in una congregazione religiosa o addirittura fondarne una non era nei suoi desideri, nei suoi progetti, nelle sue capacità. Però Celestina era anche una persona che rispondeva sempre alle chiamate: di chi aveva bisogno di cibo o di un abbraccio, di chi cercava consigli o una parola di speranza, delle situazioni che richiedevano la sua presenza. E così, di fronte all’insistenza del saveriano, nel 1944 accettò: forse in qualche modo Dio la stava chiamando proprio a questa avventura. Un’avventura che lei visse affidandosi pienamente a padre Giacomo in quanto più esperto e garante del carisma, e da parte sua mettendo tutti i propri talenti umani, culturali e spirituali a servizio delle amatissime “figlie” che rapidamente cominciarono ad arrivare nella villa Bottego di San Lazzaro, diventata Casa madre della Società Missionaria di Maria.

Quanto alla costola… sì, l’idea del ramo femminile – già desiderato da monsignor Conforti, che però non aveva potuto realizzarlo – risentiva del modo in cui a quel tempo veniva interpretato il secondo racconto della Genesi, con la donna creata in funzione dell’uomo, per “aiutarlo”.  Oggi sappiamo che quel brano va tradotto e interpretato diversamente, ma allora si pensava così, e ovviamente questo aveva conseguenze sulle relazioni, anche fra realtà legate da affetto e stima.

 

  • Il bel titolo del volume ci dice di un’importante virtù della sjoren’na: la forza della mitezza. Puoi dire in che passaggi della sua vita si manifesta questo elemento di fondo della sua personalità?

Scriveva la Bottego che «la mitezza è una forza che lascia trasparire Dio in noi e attira le anime alla verità e all’amore».  In realtà il titolo che ho dato al libro rimanda a una realtà un po’ diversa: non la forza della mitezza, ma la mitezza come tratto, segno, sintomo della forza. È così che Celestina mi si è presentata mano a mano che la scoprivo: una donna molto forte, libera e indipendente, che proprio per questo è stata in grado di vivere da mite e anche di percorrere, soprattutto nella seconda parte della vita, una via difficile di obbedienza: perché aveva quel tipo di forza che non ha bisogno di conferme esterne; che è assertiva e non rinuncia alla dialettica, ma non ha bisogno di “vincere” per avere conferma di sé.

  • Dal tuo racconto emerge una vita ordinaria da “santi della porta accanto”, come ama dire Francesco, ma cos’ha di straordinario Madre Bottego?

Io sono partita senza pensare a una straordinarietà, e a maggior ragione senza presupporla; a rendermela evidente sono state, più ancora che gli scritti della Bottego, le voci delle persone – tante, e molto diverse tra loro – che l’avevano frequentata, e che comunicavano con trasparenza ciò che la sua presenza aveva suscitato in loro. Una donna come lei – dotata di grande umanità, molti talenti e non trascurabili vantaggi sociali – avrebbe potuto essere semplicemente ammirata e lodata; e lo fu. Ma soprattutto fu molto amata: quello che era e che aveva lo condivise senza riserve non “dall’alto”, ma facendosi compagna. Penso che questo sia potuto accadere perché lei veramente si sentiva così: alla pari, quando non peggiore; veramente aveva una costante e acuta capacità di guardarsi con gli occhi di Dio, e quindi di vedersi al tempo stesso molto manchevole e molto accolta e gratuitamente amata. Perciò era radicalmente umile e al tempo stesso autenticamente estroversa e serena. Chi la guardava negli occhi tutto questo lo percepiva. E infatti dicevano che era un angelo, e una santa.

  • Tu sei anche una cultrice di studi di genere: che impressione ti ha fatto, che rapporto hai stabilito con questa donna pienamente figlia degli inizi del ’900?

Scrivere questo libro è stato come aggirarmi fra le chiese e le case di un’epoca in cui stavano nascendo realtà che oggi consideriamo scontate – ad esempio le donne catechiste o attive in altri ambiti dell’evangelizzazione –. Mi si sono presentati davanti tanti volti che, nella Chiesa come nella società, hanno dato vita a quel protagonismo femminile che si è fatto largo fra le ostilità degli uomini nei casi peggiori e, nei casi migliori, fra i limiti di concessioni in parte strumentali. Celestina Bottego era pienamente dentro a questo processo, ma – mi è parso – con una declinazione particolare dovuta anche all’impronta americana dei primi quindici anni di vita. E così credo di aver seguito i sui passi: senza isolarla dal contesto, e al contempo senza appiattirla su di esso.

È stato un viaggio molto interessante e spesso entusiasmante, perché lei era una persona versatile, allegra e acutamente curiosa, empatica e affettuosa, intelligente, con una vita piena di amicizie, cultura, musica, viaggi… Al tempo stesso un viaggio doloroso, perché ho scelto di ascoltare e raccontare, del suo percorso, anche i tormenti e le sofferenze.  Sicuramente, devo dirlo, Celestina Bottego il vangelo ha saputo annunciarlo anche a me.