Federico Petronio: 26 anni, vive a Parigi dal 2017. Dopo la laurea in ingegneria fisica in doppio titolo al Politecnico di Milano e all’ENSTA Paris, ha iniziato un dottorato in fisica dei plasmi all’Ecole Polytechnique e lavora sui sistemi di propulsione dei satelliti per conto di un’azienda.

La Francia nelle ultime settimane è stata colpita da atti di terrorismo che si ricollegano ai tragici fatti del 2015, in particolare alla strage nella sede del settimanale Charlie Hebdo. Il primo atto dell’escalation di violenza può essere identificato nell’accoltellamento il 25 settembre di alcuni passanti proprio davanti alla vecchia sede del giornale satirico, nei giorni in cui in tribunale aveva luogo il processo relativo a quei fatti. Il 16 ottobre il professore di storia Samuel Paty, “colpevole” di aver mostrato durante una lezione alcune vignette di Charlie Hebdo risalenti a 5 anni prima, è trovato ucciso a pochi chilometri dalla capitale francese. L’autoproclamato omicida, un ragazzo ceceno di 18 anni, è stato a sua volta ucciso in una colluttazione con la polizia. Il 29 ottobre un uomo attacca all’arma bianca alcune persone nella basilica di Nizza, facendo tre vittime.

Se il primo attacco si è dissolto nella cronaca quotidiana, dominata dalla rapida avanzata della pandemia, l’omicidio del Professor Paty ha invece suscitato un vero e proprio shock. Per la modalità particolarmente brutale che richiama tristemente alcuni video che tutti conosciamo. Per il fatto che l’assassino fosse venuto a conoscenza di Paty per colpa di un attacco rimbalzato per qualche giorno sui social network. Per il fatto che il signor Paty fosse un professore, ucciso per aver mostrato nell’esercizio della sua funzione alcune immagini. L’attacco alla Basilica di Notre-Dame di Nizza è stato un terzo duro colpo, che ha riportato alla mente una triste stagione che si credeva in qualche modo conclusa.
Le reazioni dei francesi non sono state unanimi, come quasi mai lo sono in casi come questo. Rabbia, paura, indignazione, risentimento si mischiano per poi declinarsi in tanti modi. La Francia durante il mese di ottobre ha registrato i peggiori numeri d’Europa relativi alla crisi sanitaria, tanto che dopo alcune settimane di coprifuoco il 30 ottobre è cominciato un nuovo lock down. Ciò non ha impedito nelle ultime settimane di ottobre il moltiplicarsi di manifestazioni in ricordo del professore, per sottolineare che questa brutalità non passerà, non sarà dimenticata. Accanto a reazioni severe ma razionali, ci sono state reazioni più esasperate, prontamente cavalcate dalla destra francese, che ha fatto del contrasto “tout court” all’Islam una propria bandiera (se non La propria bandiera) da anni ormai. Anche all’interno de il fu centrosinistra, il centrista ex primo ministro Valls accusa gli attuali vertici del partito socialista di “compiacenza” nei confronti dell’islam radicale.

Gli attentati riconducibili all’estremismo islamico hanno ucciso centinaia di persone negli ultimi anni in Francia, senza dubbio il bersaglio preferito in Europa. Tante voci autorevoli hanno cercato di spiegare perché proprio la Francia, giungendo spesso a conclusioni distanti tra loro.  All’indomani dell’attentato di Nizza il ministro dell’interno Gérald Darmanin ha sostenuto che la Francia è “il paese della libertà”, del quale la laicità è un elemento fondate. E sarebbe proprio questo a fare della Francia la vittima prediletta degli islamisti. I cittadini che professano l’Islam rappresentano circa il 10% della popolazione francese e per la maggior parte sono ben integrati nella vita della République. Ci sono tuttavia in Francia periferie dove immigrazione recente e francesi di “seconda generazione” vivono in condizione di povertà estrema ed esclusione, in comunità chiuse e distanti dallo Stato. Qui talvolta sopravvive un certo revanscismo nei confronti del duro colonialismo francese terminato negli anni ’60 e lo Stato è considerato lontano e ostile. Tutte queste condizioni contribuiscono probabilmente a creare l’humus per la radicalizzazione. A Parigi in pochi minuti di metropolitana si passa da quartieri dall’ostentata ricchezza a banlieues poverissime, nelle quali si ha l’impressione che la popolazione musulmana viva “ghettizzata”.

Bisogna ricordare che la comunità musulmana in Francia è molto più numerosa e organizzata, ci sono Imam autorevoli che discutono con le istituzioni molto più di quanto, mi pare, non avvenga in Italia. Già da agosto i rapporti tra lo Stato francese e la popolazione musulmana sono stati difficili, in seguito al progetto di legge di Macron volto a contrastare il “separatismo islamico”, vissuto come discriminatorio. Questo clima di tensione, fortunatamente, non ha impedito che questi attacchi violenti fossero condannati da numerosi Imam, tra loro Hassen Chalghoumi, presidente della conferenza degli Imam di Francia, che a sua volta reclama protezione dopo le numerose minacce ricevute da gruppi islamisti per le sue prese di posizione contro l’islam radicale. Al contempo, la moschea di Pantin, nella periferia nord della capitale, è stata chiusa per aver condiviso sui social network il video che ha poi portato all’omicidio di Samuel Paty. La comunità musulmana si è schierata in modo compatto prendendo le distanze da questi atti terroristici. Non sono mancate tuttavia alcune sparute voci dissonanti che hanno giustificato l’omicidio Paty, colpevole di aver mostrato delle caricature di Maometto.

Forse per l’eredità della rivoluzione francese e della Déclaration des Droits de lHomme et du Citoyen, in Francia la laicità viene considerata un elemento fondamentale del vivere comune, senza dubbio più che in Italia. Ad esempio, non sarebbe pensabile che edifici pubblici come le aule scolastiche espongano permanentemente simboli religiosi, al contrario di quanto non sia avvenuto durante tutta la mia esperienza scolastica nelle scuole pubbliche italiane. Questo atteggiamento di equidistanza nei confronti di tutte le religioni ha permesso, a mio modo di vedere, da una parte di ridurre i contrasti tra fedeli di diverse religioni, che sarebbero esplosi in modo ancor più violento se si fosse scelto di accogliere le istanze di una comunità religiosa e non di un’altra, essendo queste talvolta incompatibili, e di ridurre le ingerenze dei gruppi più estremisti. Dall’altra, è possibile che questa rivendicata laicità abbia in parte allontanato dallo Stato le comunità più religiose, favorendo la creazione di comunità più chiuse, auto-escluse e ostili. Inoltre, la difesa della laicità è stata usata talvolta in modo pretestuoso per alimentare il contrasto con alcuni gruppi musulmani, si pensi al divieto di indossare il burkini, di fatto facendo il gioco di quei gruppi che si pongono in aperta polemica con lo Stato francese.

È in nome della suddetta laicità che durante l’ora di educazione civica il professor Samuel Paty ha mostrato le caricature di Maometto che cinque anni fa furono il casus per la strage a Charlie Hebdo. Quelle immagini sono senza dubbio piuttosto sgradevoli per un musulmano, e personalmente le trovo anche di scarso impatto satirico, come per altro quasi tutte le vignette di Charlie Hebdo, ma sono simbolo di un fatto di cronaca fondamentale. Sono infatti state protagoniste di una strage, nella quale un commando ha ucciso 12 persone nella sede di un giornale. Quindi è importante ricordare che per quanto quei disegni possano non farci ridere, o possano finanche disgustarci, sono costati la vita, la vita, a ormai decine di persone.

Per concludere, penso che la situazione sia di una complessità estrema, e che non si debba cedere alla tentazione di ridurre a bianco e nero. Inoltre, in un momento come quello attuale la parte più povera della popolazione è la meno tutelata e la più esposta, con il rischio concreto che cresca l’ostilità verso lo Stato che impone la chiusura ma non fornisce le adeguate garanzie.

Ho cercato in questo testo di riportare quello che riesco a comprendere nel dibattito pubblico francese, consapevole che la realtà che guardiamo è sempre a suo modo parziale e consapevole, soprattutto, di non essere esperto del tema.