di Carla Mantelli –

È con entusiasmo e sollievo che siamo tornati a scuola. Nella mia ormai più che trentennale “carriera” di insegnante non mi era mai capitato di avvertire tanta gioia nel potersi finalmente incontrare di nuovo, pur con mascherine e opportuno distanziamento. È vero che, almeno nelle secondarie, grazie alla didattica a distanza, la scuola non si è mai veramente interrotta. Ma ritrovarsi nelle proprie aule, nelle sale insegnanti, nelle segreterie…è stata una specie di liberazione. Da questo punto di vista la pandemia è stata molto istruttiva: ha “costretto” ad accorgersi della bellezza della nostra scuola, non quella teorica, perfetta, quella sempre migliore (?!) di qualche altro Paese, ma proprio della nostra, quella italiana. Ha costretto ad apprezzare la nostra scuola come preziosa e desiderabile esperienza comunitaria di insegnamento apprendimento. In Italia, infatti, a differenza di ciò che accade in molti altri Paesi, abbiamo una concezione decisamente comunitaria della vita scolastica. Noi, per esempio, abbiamo il gruppo classe che resta lo stesso per ognuno dei diversi gradi di scuola. Ci preoccupiamo che in classe si crei un clima relazionale positivo perché sappiamo che questo facilita l’apprendimento e la maturazione umana di studentesse e studenti. La didattica a distanza raggiunge molti obbiettivi ma non riesce a sostituire la scuola come comunità di persone.  Credo anche che vada riconosciuto come il sistema scolastico italiano abbia generalmente reagito alla pandemia (lockdown e attuale riapertura) con grande senso di responsabilità e consapevolezza del proprio fondamentale ruolo sociale. Questa primavera in poche settimane si sono completamente reimpostati i percorsi didattici e l’organizzazione degli istituti, si sono attivate sinergie per dotare ogni studente dei dispositivi elettronici necessari. C’è stato uno sforzo collettivo davvero significativo e un grande senso di solidarietà tra docenti che si sono sostenuti a vicenda per affrontare l’emergenza.   Ovviamente si sono anche acuiti problemi già presenti come, per esempio, la precarietà delle infrastrutture informatiche delle scuole, la scarsa preparazione di un certo numero di insegnanti all’uso dei relativi strumenti, la sciatteria di tanti edifici scolastici e la loro dubbia sicurezza, la piaga dei dirigenti “reggenti” (cioè, di fatto, a mezzo servizio su più scuole) nonostante un concorso conclusosi poco più di un anno fa.   Inoltre, dopo poche settimane dall’inizio del nuovo anno scolastico cominciano a sorgere i primi focolai nelle classi e la conseguente predisposizione di quarantena per studenti e insegnanti. Ciò significa, tra l’altro, che gli insegnanti in isolamento dovrebbero essere sostituiti nelle classi che continuano ad andare a scuola ma non ce n’è in numero sufficiente per tutte le sostituzioni!  E così si cerca di organizzare due tipi di didattica a distanza, una per le classi che sono a casa e una per quelle che sono a scuola ma con parte del gruppo docente a casa. Ce la faremo? Non è escluso che la situazione si mostri ingestibile e che si torni alla didattica a distanza per tutti.

Siamo di fronte a una situazione inedita che richiede di attivare non solo tutte le precauzioni necessarie ma anche la flessibilità organizzativa, la creatività e le risorse disponibili. Ma il virus è potente ed è necessario avere chiaro in che direzione si vuole andare e impegnarsi ancora di più per incamminarvisi. Di certo, di fronte ai problemi aperti, non si può cedere alla tentazione di andare alla ricerca di colpevoli. Sono convinta che Governo, Regioni, istituzioni scolastiche, enti locali siano tutti sinceramente interessati a risolvere i problemi. È questa fiducia che può fondare l’impegno costruttivo e la collaborazione necessaria tra tutti i soggetti protagonisti.

In che direzione andare allora?

  1. migliorare l’infrastrutturazione informatica delle scuole che è fondamentale anche nella didattica in presenza. Ciò dipenda da investimenti in reti e dispositivi ma anche in formazione del personale tecnico. Dipende anche dalla presenza competente e assidua dei dirigenti di cui ogni istituzione scolastica deve essere dotata e che devono avere ben chiaro cosa serve alla scuola. Basta con i reggenti!
  2. migliorare gli edifici scolastici quanto a funzionalità, bellezza, sicurezza e risparmio energetico. Ciò dipende certamente dagli investimenti in denaro ma anche dalla cura con cui la comunità scolastica vive l’edificio. Un’aula pulita, ordinata, bene arredata equivale a una formidabile docente in più.
  3. Avere il coraggio della massima flessibilità, per esempio immaginando di utilizzare il pomeriggio per le lezioni curricolari (molto di più rispetto a ciò che si fa già)
  4. Continuare a curare la formazione in servizio del corpo docente (la legge 107/2015 ha dato un forte impulso in questo senso) per non ridurre la scuola a luogo di trasmissione di conoscenze ma per viverla come luogo di costruzione delle competenze chiave così come definite dal Consiglio Europeo https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/PDF/?uri=CELEX:32018H0604(01)
  5. Da ultimo, in questo delicato frangente di ripresa delle attività didattiche in presenza, è necessario ripensare il sistema e l’uso del trasporto pubblico perché si sta rivelando un dei fattori critici per la diffusione del virus

Insomma, l’orgoglio per il valore del nostro sistema nazionale di istruzione deve essere la base di un supplemento di impegno e creatività per migliorarlo e renderlo capace di gestire la delicatissima emergenza sanitaria che stiamo vivendo.