Nel contrasto all’epidemia Covid le relazioni fra scienza e politica si sono sviluppate secondo un paradosso che ha fatto emergere una certa confusione nell’esercizio dei rispettivi ruoli. Alla sua descrizione e possibile superamento sono dedicate le brevi osservazioni che seguono, ispirate ad offrire un piccolo contributo costruttivo alla fase della ricostruzione e della ripartenza post emergenza sanitaria senza in alcun modo voler entrare nel concreto della dialettica politica.

Fin dall’inizio dell’epidemia il decisore politico ha sempre legittimato l’introduzione delle misure restrittive necessarie ad affrontare l’emergenza sanitaria invocando, nel discorso pubblico, l’autorevolezza delle valutazioni fornite dagli scienziati. Di volta in volta virologi, epidemiologi e patologi sono stati chiamati ad affiancare, in seno a Comitati tecnici, l’azione di governo. I loro volti sono stati dati in pasto quasi ogni giorno, ad ogni ora, dai mezzi di comunicazione, ad un’opinione pubblica allarmata e confusa e spesso ne hanno conquistato la fiducia. Talora gli stessi scienziati, in un’evidente incertezza sul proprio ruolo, hanno a loro volta avocato a sé l’assunzione di decisioni marcatamente politiche, come la chiusura delle attività economiche o la loro riapertura, nel caso del riemergere di focolai virali. La politica in tal modo si è fatta schermo della scienza a cui è stato addossata la responsabilità delle decisioni pubbliche di volta in volta assunte e gli esperti hanno in tal modo esercitato un ruolo di supplenza indebita della classe politica. Nella conferenza stampa del 26 aprile il Presidente del Consiglio ha esplicitamente invocato, a sostegno delle proprie determinazioni, il supporto degli scienziati citando la distinzione, propria della filosofia platonica, fra la doxa, l’opinione, dall’episteme, ossia la convinzione fondata su valide basi scientifiche.

A questa delega di responsabilità non è quasi mai corrisposta, in seno ai diversi Decreti del Presidente del Consiglio, un richiamo esplicito all’effettiva valutazione del rischio effettuata dai Comitati tecnici e ai suoi  reali effetti; tale previsione espressa sarebbe stata tuttavia necessaria, alla luce del principio di precauzione, di rilevanza non solo nazionale ma anche europea, per intraprendere più legittimamente le misure di gestione del rischio confluite, in molti casi, nella sospensione di numerose e fondamentali libertà costituzionali. Proprio all’applicazione di tale principio discende la legittimazione di misure di gestione politica di un rischio anche solo probabile in presenza di situazioni di incertezza scientifica.

È sempre mancata, in sede di analisi, anche quando il parere del Comitato tecnico è stato esplicitamente previsto, come nel DPCM del 26 aprile 2020, una comunicazione effettiva e trasparente della valutazione del rischio effettuata dagli esperti e dei suoi esiti. Questa è pur prevista come obbligatoria dalla disciplina europea, riguardante soprattutto la sicurezza alimentare e ambientale. Tale comunicazione è in realtà imposta, in sede europea, non solo a fini di trasparenza ma principalmente per accrescere la fiducia dei cittadini nei pareri degli esperti tecnici e nell’effettiva necessità delle misure restrittive di volta in volta imposte dalla sussistenza di un rischio di diversa intensità. Dalla stessa discende una maggior legittimazione presso il cittadino proprio del Comitato di scienziati che l’ha effettuata. In tal modo, se la politica si è fatta scudo della scienza e questa ne ha invaso spesso le prerogative, entrambe non hanno agito in piena coerenza con il ruolo loro affidato dall’ordinamento democratico.

In una fase meno acuta dell’epidemia sanitaria, come quella attuale, la politica dovrebbe riacquistare pienamente il proprio ruolo che è quello di delineare, attraverso decisioni politiche responsabilmente assunte, una visione attendibile e prospettica delle difficoltà e delle opportunità che possono dischiudersi per il Paese nel prossimo futuro. Dalla scienza ci si attende, viceversa, che si fermi sulla soglia delle misure politiche, continuando ad offrire valutazioni autorevoli e qualificate del rischio insito in determinate decisioni pubbliche, la cui assunzione e responsabilità spetta tuttavia alla classe politica democraticamente designata. Questa graduale ridefinizione di confini è essenziale affinché scienza e politica possano assolvere pienamente e in modo soddisfacente le proprie reciproche responsabilità nell’interesse del Paese.