L’ESIGENZA DI UN DIALOGO INTERGENERAZIONALE di Dante MondaI

Nel momento in cui il mondo giovanile torna riempire le piazze e ad interessarsi della “ casa comune” pubblichiamo questa interessante riflessione di Dante Monda, un giovane studioso autore tra l’altro di una tesi di Laurea sul tema “L’idea di popolo in Jorge Mario Bergoglio” 

Quando si entra per le prime volte in un’aula universitaria si ha una sensazione di soggezione e reverenza. Per la stragrande maggioranza degli studenti questa sensazione si trasforma presto in senso di inferiorità o di distanza, per molti ciò diventa fonte di angoscia e disagio, cui si risponde generalmente con un atteggiamento di distacco, indifferenza, noia, volontà di evasione, quando non di ostilità e rigetto. Non si tratta di un fenomeno nuovo, la concezione illuminista di élite, applicata alla formazione e alla selezione delle libere professioni e della cosiddetta «classe dirigente» dello Stato moderno democratico, implica questo meccanismo di prova e selezione aperta, a pari condizioni, dei talenti, insieme alle inevitabili frustrazioni dei «non-talentuosi» (in un contesto ottimale ri-assorbiti e ridistribuiti in una società aperta competitiva ma inclusiva). Eppure non sembra di vivere in un contesto di normale sviluppo del sistema di selezione delle élites, magari incappato in qualche intoppo. Sembra invece che le contraddizioni interne del sistema di organizzazione centrale e verticale della conoscenza, e dunque del potere, siano arrivate a uno stallo in quanto non più adeguate al cambiamento dei tempi, cioè alla progressiva complicazione della società e diffusione capillare di sapere e potere che ha permesso la tecnologia. Sono poste sfide inedite.
La stessa sensazione di distanza è avvertita dalle nuove generazioni nel sentir parlare di politica, e nello specifico delle politiche, cioè delle complesse scelte politiche che orientano l’economia, la società, la cultura, la geopolitica. Da questa condizione e da tutte le cause di questa condizione (tra cui il generale presentarsi della società individualistica dei produttori-consumatori esistenzialmente soli) scatta la reazione «popolana» di rigetto delle classi politiche: chi, giovane o meno, non si sente élite, o si astiene dal manifestare preferenze politiche, o finisce per sfogare il suo senso di esclusione nella delega della sua protesta alle macchiette demagogiche di turno (leaderismi e populismi vari), considerata l’incomprensibilità delle alternative.
Si sta parlando dello stesso problema presente in ogni ambito della società: la distanza fra conoscenza e comunicazione, che fa nascere l’erronea dicotomia fra «élite» e «popolo» (erronea in quanto presuppone una facile identificazione dei due oggetti, oggi ancora più difficile che in passato). Nessuna autentica azione politica, compreso il serio pensiero politico, è possibile senza la condivisione di un codice comunicativo comune, di un modo di pensare, dire e fare la politica e le politiche. Dunque il problema della comunicazione, relativo in particolar modo (ma non solo) alle nuove generazioni, non si presenta come una questione fra le altre, ma è presupposto in tutte le altre e dunque richiede un’attenzione e un dibattito prioritario. Insomma, bisogna prima capire che lingua si sta parlando, poi parlare.
Attenzione però. Il rischio che subito si corre è quello di considerare comunque solo come «questione» la comunicazione politica, e ancor peggio, la «questione giovani». Così facendo non si esce da quel circolo vizioso dell’incasellare e classificare, cioè ghettizzare, singoli problemi e singole categorie di cose e (peggio) di persone. Non si tratta di dare risposte «urgenti» a un’emergenza del momento che riguarda «alcuni». Si tratta di vivere consapevolmente un processo facendolo evolvere verso esiti fecondi, con uno sforzo di apertura del pensiero e lettura dei tempi.
Non si tratta di parlare, ma di ascoltare. E non ascoltare «quello che dicono i giovani», come fossero una specie protetta (come si continua inevitabilmente a fare in ogni movimento «giovanile» e anche nelle scuole e nelle università per come vengono isolate rispetto alla società «dei grandi»); si tratta di ascoltare semplicemente quello che dicono le persone. Da pari a pari, secondo un patto intergenerazionale e un linguaggio condiviso, che è quello democratico e costituzionale, dunque aperto e inclusivo: con la massima sensibilità per le diverse storie ed esperienze che costituiscono e continuano ad arricchire e trasformare la nostra Casa Comune. Non serve quindi un incontro «sui» giovani. Piuttosto si potrebbe pensare a un’assemblea intergenerazionale che tenga a mente alcune basilari regole d’ingaggio comunicative, come la chiarezza, l’ascolto sincero e l’elaborazione comune del ragionamento (senza comizi, prediche, interventi unilaterali e non legati alla discussione). In sostanza, si tratta solo di instaurare un dialogo, purché sia autentico. Niente di più difficile e di più fecondo.