Per farmi leggere, inizierò provocatoriamente: la povertà degli italiani è un problema sopravvalutato. Ciò però non significa che non ci sia problema.Esaminiamo entrambi i termini: povertà, ed italiani.

Partiamo dal secondo: chi sono gli italiani: i cittadini, o i residenti in Italia? Più di 5 milioni di persone su quasi 60 risiedono in Italia ma non ne sono cittadini. Poi c’è un ulteriore numero, difficile da definire, di “irregolari”. Di poveri ce ne sono tra cittadini italiani, tra residenti de iure, tra residenti de facto. Ma non sono ugualmente distribuiti. Secondo Luca Ridolfi (“La società signorile di massa”) almeno ii 95% delle famiglie italiane non è povero, mentre lo è circa un terzo delle straniere.A fronte di un plausibile paio di milioni di stranieri poveri in Italia, la priorità in Italia non dovrebbe essere assistere i circa 2.5 milioni di poveri italiani? In effetti è in buona parte ciò che avviene già, come dal rapporto Caritas che il dr. Ghirardini ci ha descritto: gli assistiti sono per il 70% stranieri, quando a Parma gli stranieri sono circa il 15%. Dunque, pochi poveri italiani, a Parma, sono così trascurati dal welfare pubblico da dover chiedere solidarietà alla Caritas. Vi sono poveri o quasi tra i tanti anziani italiani, dei quali più della metà non ha versato contribuiti per più di 15 anni, e molti zero, non avendo (ufficialmente) mai lavorato. Saranno pensioni basse, ma vanno ad italiani. Qualcuno cita qualche pensione italiana che andrebbe a misteriosi anziani marocchini in Marocco, ma io parlo invece di milioni di pensioni.

Un passo indietro, discutiamo il primo termine: per povertà si può intendere quella assoluta, cioè di chi ha un reddito inferiore ad un tot ritenuto minimo per una vita dignitosa, e quella relativa, cioè di chi ha un reddito inferiore a tot volte in meno la media (ad es. meno di metà del reddito medio). Ci si può riferire anche alla capacità di spesa, o ad altro. Il minimo per una vita dignitosa è un mero dato economico, o anche culturale?  La povertà relativa esiste ovunque, anche nel principato di Monaco. Una parte dei circa 40.000 monegaschi ha un reddito minore di quello medio, che è circa 110.000 Euro a testa. I 46.000 Euro medi che guadagni in Italia, a Monaco, fan di te quasi un barbone. Non è uno scherzo, perché nel principato, pagato l’affitto, con 46.000 Euro, arrivi a stento a fine mese. Essendo questa cifra minore di 55.000 Euro, la metà di 110.000 Euro, l’italiano medio, a Montecarlo, è un povero relativo ufficiale. Del resto, laddove è normale disporre di uno yacht, anche piccolo, non potersi permettere nemmeno quello ti fa sentire male. La Lega ticinese è arrabbiata coi nostri frontalieri, poveri relativi a Lugano, benestanti a Varese. I ricchi monegaschi amano i frontalieri perché altrimenti dovrebbero portarsi la spazzatura al cassonetto da soli, ma in Ticino il problema c’è davvero: il reddito medio dello svizzero viene insidiato dallo stipendio che accetta volentieri un italiano.

Quanto alla povertà assoluta, fosse davvero assoluta, un vero povero sarebbe tale qui, a Mogadiscio, come a Montecarlo. Non è così: con 1.000 Euro all’anno sei poverissimo in Italia, benestante a Mogadiscio, e a Monaco, uno degli squattrinati che frequentano il casinò dopo aver speso tutto nell’acquisto di un buon tight. Anche la povertà assoluta è relativa al contesto, soggetta a valutazioni, ed autovalutazioni, non tutte oggettive. Mia zia quasi benestante negli anni ’50 non possedeva un’auto, mio zio ne aveva una, né un appartamento, era in affitto, ed andava in vacanza non in un villaggio low cost in Eigitto ma a Casina (RE) qualche giorno all’anno. Oggi ciò la renderebbe vicina alla povertà assoluta, nella propria percezione. D’altronde, un nerd italiano che guadagni a Londra 5.000 pounds netti (svalutati a causa dei brexiters, ma pur sempre bella cifra) non possiede né auto, né appartamento (affitta un bel bilocale in centro con la morosa pure guadagnante, servitissimo dalla metro), ha un sacco di devices elettronici fatti in Cina che valgono molto ma costano poco, vola low cost un week end su due da qualche amico a Barcellona o Milano, e si sente di star meglio di un imprenditore della bassa che guadagna cinque volte tanto, ha una Mercedes, ma, per dire, ha troppa proprietà immobiliare, che non riesce a vendere, la può affittare a poco solo ai mungitori sikh, e che, tra tasse e manutenzione, in effetti lo impoverisce. Non voglio essere solo paradossale. A mio avviso, per ora, la vera povertà economica, comunque la si voglia definire, è in sé in Italia quasi marginale. Una marginalità di cui dobbiamo avere cura, per senso di solidarietà, e se non altro perché è interesse di tutti. Ricolfi parla di sistema paraschiavistico, fatto di una minoranza di addetti malpagati, più stranieri che italiani, ma anche italiani, a mansioni non qualificate e non automatizzate, che è un problema, non strettamente di povertà forse, ma parte necessaria di una società di massa che definisce opulenta, statica, e poco attiva.A Borgotaro, dove sono più numerosi e non di poco coloro che non lavorano di quelli che lo fanno, molti si oppongono all’espansione della Laminam, che darebbe posti di lavoro ma sembra che puzzi. Taccio dell’ex-Ilva a Taranto. Qualcuno crede poi che l’indennità di disoccupazione e tutto il resto lo si potrebbe finanziare stampando nuove lire, se non fossimo nell’Euro. La povertà abolita per legge. Sottostante alla vera povertà in Italia, che è in calo ma potrebbe tornare a salire alla prima recessione, è dunque il basso tasso di attività. Il minore tra i paesi avanzati, dopo la Grecia. Pochi giovani, ma molti non trovano un lavoro che li valorizzi, certo non vanno a fare i mungitori o le badanti. Alcuni che a trent’anni sono ancora lì a studiare. Troppe donne che per questo o quel motivo non lavorano, nemmeno la Turchia islamica fa peggio. Quei tanti che lo fanno in nero e così contribuiscono ai consumi, non al welfare di tutti. Molti, troppi, anziani, di cui non pochi andati in pensione a suo tempo troppo presto. Gli stranieri, contrariamente alla vulgata, lavorano in percentuale più di noi, anche se hanno a loro carico parecchi bambini e ragazzini in età scolare. La maggioranza di italiani che non producono, ma consumano, e perciò risparmiano sempre meno, e quei risparmi li tengono in contanti e non li investono, e la rendita la vogliono condividere il meno possibile (votando per partiti che riducano le tasse, ma non un welfare inteso come pensioni e sanità ma non scuola), è proprio un presupposto di una stagnazione ventennale, di una possibile strisciante recessione e, finalmente, di una più diffusa povertà, che ad un certo punto coinvolgerà non solo e sempre gli altri.