di Pierachille Dolfini –

Dalla Venezia dei dogi alla Babilonia di Nabucodonosor, le quattro opere in cartellone a Parma per il Festival Verdi declinano tutte i temi attualissimi dei diritti civili

E se per ritrovare la bussola la politica tornasse ad ascoltare la lezione di Giuseppe Verdi? Lezione – su cosa significa gestire il potere – certo musicale che è, però, imprescindibilmente lezione etica e civile. Come da sempre vuole (e deve) essere il messaggio dell’arte per farsi universale e senza tempo. Perché sono ancora tempi di immigrati che muoiono e di bombe che cadono. E la riflessione che il musicista fa sul potere non ha tempo, vale per la Venezia dei dogi e per la Babilonia di Nabucodonosor – Verdi ci vedeva in controluce la Milano del Risorgimento. E vale per l’Italia della terza repubblica.

Riflessione in musica che ha l’irruenza rivoluzionaria, ma propositiva della gioventù (alla Fridays for future, verrebbe da dire) nei melodrammi degli “anni di galera”, mentre trova uno sguardo più meditativo nei grandi affreschi politici della maturità. Il potere declinato nei quattro titoli dell’edizione 2019 del Festival Verdi del Teatro Regio di Parma (in cartellone sino al 20 ottobre), dagli inaugurali Due Foscari con la regia di Leo Muscato al preventivamente contestato Nabucco di Ricci e Forte. In mezzo la ripresa dell’Aida di Busseto di Franco Zeffirelli e la Luisa Miller che Lev Dodin ha collocato nell’abside di San Francesco al Prato, nel tempo trasformata in carcere e ora cantiere per i restauri in vista della restituzione al culto nel 2020. Il potere che opprime lo senti nel senso di claustrofobia che trasmettono i ponteggi che ingabbiano l’edificio. Dodin, evocando quasi un Globe shakespeariano, li fa diventare scenografia: pochi ed essenziali gli arredi, cavalletti e assi a costruire nel corso dell’opera il grande tavolo che nel finale, elegantemente apparecchiato, si rivela macabro banchetto/ cimitero dove tutti moriranno avvelenati da Rodolfo. Il regista del Malyj di San Pietroburgo trasforma il melodramma in una sorta di oratorio sacro (coristi sui tre livelli delle impalcature, protagonisti, statici, al centro) sull’amore oppresso, incarcerato e ingabbiato dal potere. E il pubblico nella navata centrale è dentro l’azione, circondato anche lui dai ponteggi, con i sentimenti dei personaggi addosso. Li avvolge la musica diretta con mano sicura da Roberto Abbado, attento a ogni dettaglio sul podio dell’orchestra e del coro del Comunale di Bologna.

Verdi che non giudica, ma racconta i fatti. La pietà umana la mette nella musica. Lo fa nella Miller raccontando il sacrificio di Luisa (una dolente e musicalissima Francesca Dotto) che rinuncia all’amore di Rodolfo (al quale Amadi Lagha offre squillo e volume per avere la meglio su una parte dove ci sono tutti i tenori verdiani che verranno) per salvare il padre (Franco Vassallo è una sicurezza nella parte di Miller grazie a colore, gusto e tecnica).

Lo fa in Aida dove al condottiero Radames, che ha vinto la guerra contro i nemici etiopi, viene offerta (l’uomo forte al potere) la mano della figlia del re, Amneris. Anche a Busseto il pubblico è dentro l’azione che Zeffirelli ha concentrato (non rinunciando, però, a nulla di ciò che solitamente c’è in Aida, ma sottolineano la dimensione intima della partitura) nei sette metri e mezzo del piccolo palco del Teatro Verdi. Tirato dentro la storia dalla lettura appassionata che Michelangelo Mazza offre dal podio (ancora i complessi del Comunale di Bologna, con il coro preparato da Alberto Malazzi), guidando le voci dei ragazzi usciti dall’Accademia verdiana e dal Concorso di voci verdiane.

Verdi che si moltiplica nella regia ottocentesca che Muscato immagina per I due Foscari, trasportando le vicende dalla Venezia dei dogi all’epoca in cui il musicista la scisse ispirandosi a Byron. I capelli bianchissimi e ondulati, la redingote nera fanno di Francesco Foscari un alter ego del compositore – impressionante l’identificazione che Vladimir Stoyanov mette nel personaggio del doge con voce dal bellissimo colore, intenzioni sempre a fuoco sui sentimenti, canto sulla parola che arriva chiara e distinta a raccontare il dramma.

Gioco di specchi tra lo sguardo del personaggio sul potere e quello di Verdi. Ma anche il nostro di spettatori, invitati da Muscato (e dal musicista delle Roncole, naturalmente, con la sua musica resa con puntualità dal podio da Paolo Arrivabeni alla guida della Filarmonica Toscanini e del Coro del Regio) a risvegliare la nostra coscienza civica. Assopita, forse anestetizzata dai social e dalla tv, dicono Ricci e Forte nel loro Nabucco ambientato nel 2046 in una nave/bunker dove un potere che affida tutto all’immagine (Nabucco sembra Kim Jong-Un, Abigaille è una star della tv) opprime un’umanità fatta di relitti di uomini (arrivano in scena con i giubbotti salvagente arancioni che oggi indossano i migranti). Spettacolo disturbato dalle contestazioni del loggione (ma salutato da un meritato trionfo finale) che non ha fatto lo sforzo di pensare al perché di una (ri)lettura moderna (se l’arte ripete se stessa, sempre identica e prevedibile a cosa serve?), un viaggio negli abissi dell’umanità che Ricci e Forte propongono secondo il loro stile pop, ma sporcato di dolore, dove alto e basso si mischiano in una raffinata composizione visiva ed estetica.

 

(Da “Avvenire” del 12/10/2019)