Pubblichiamo il contributo del Gruppo “Il Concilio vaticano II davanti a noi” di Parma per il 3° Convegno Nazionale dei Viandanti “LO SPIRITO E NOI…” Dottrina e pastorale: continuità nel cambiamento” in programma a Bologna il prossimo 26 ottobre. 

In un momento nel quale la Chiesa cattolica – sollecitata da una serie di sfide a lei poste dalla storia – si interroga su se stessa, non è fuori luogo interrogarsi su un problema posto circa 150 anni fa da J.H. Newman e che è, drammaticamente, ancora attuale in quanto tuttora irrisolto: quello della “consultazione dei fedeli laici nella Chiesa”, oggetto di un famoso studio del grande teologo inglese (che lo scorso 12 ottobre è stato proclamato Santo da Papa Francesco). La consultazione dei fedeli laici è stata frequentemente, ma non sempre e non dappertutto (a quanto risulta dalle ricerche sulla stagione patristica), effettuata nella Chiesa (come già gli Atti degli Apostoli riferiscono) a partire dal principio che la ecclesia è appunto un’“assemblea” alla quale tutti partecipano e all’interno della quale tutti possono prendere la parola. A mano a mano che si svolgeva il corso della storia, tuttavia, l’originale metodo “assembleare” si è andato progressivamente trasformando e ciò che avrebbe dovuto essere “deciso da tutti” perché impegno e responsabilità di tutti, è stato in realtà deciso in luoghi alquanto ristretti. Di particolare peso in negativo il sostanziale divieto posto alla presa di parola della donna (sileant mulieres in ecclesia), divieto di fatto progressivamente esteso anche ai laici, salvo – soprattutto in epoca medioevale – consentire l’intrusione del potere dei laici nella Chiesa, sin quasi a “governarla” (esemplare, al riguardo, la politica ecclesiastica di Carlo Magno). Nel corso del tempo la comunità cristiana è andata abituandosi a questo “silenzio”, ma nella modernità (a partire da una Riforma protestante che aveva posto in termini radicali il problema dell’eguaglianza, davanti a Dio ma anche davanti agli uomini, di tutti i battezzati) il problema si è posto, anche per effetto di quella vera e propria rivoluzione culturale che ha progressivamente trasformato i “sudditi” in cittadini aventi diritto di parola e di voto; una parola e un voto nella Chiesa non accessibile ai fedeli cattolici, tenuti all’ossequio, spesso puramente passivo, ad ordini e imposizioni provenienti dall’alto. Consapevole di questa frattura fra magistero/ministero e “popolo di Dio”, il Concilio vaticano II ha posto le basi teologiche e ideali del riconoscimento del ruolo dei laici, uomini e donne, nella Chiesa. Ma nei sessant’anni che hanno fatto seguito al Concilio Vaticano II questa rinnovata e ritrovata “collegialità” ha trovato assai poco spazio. È vero che si sono tenuti, un poco ovunque, convegni ecclesiali con la partecipazione di tutte le componenti del “popolo di Dio”; che si sono previsti a livello diocesano qualificati organismi partecipativi, come i Consigli pastorali e presbiterali; che si sono realizzati numerosi momenti di confronto e di dialogo. È difficile tuttavia sostenere che esista realmente una direzione “collegiale” della Chiesa – a livello universale, nazionale, di chiesa locale – non nel senso di trasferire le pratiche elettoralistiche nella Chiesa, bensì, in prospettiva autenticamente ecclesiale e dunque comunitaria, dando spazio al momento della consultazione, a qualificate voci di tutto il popolo di Dio. Non si pone in discussione la responsabilità della decisione – che in taluni casi può essere potere esclusivo delle gerarchie ecclesiastiche – ma da una parte l’oggetto della decisione dall’altra le modalità di adozione della decisione. Per fare soltanto un esempio, altro è procedere ad una riforma dell’uno o dell’altro aspetto della vita della Chiesa dopo una vasta consultazione di tutti i fedeli (ovviamente attraverso loro qualificate rappresentanze) altro è decidere in solitudine senza interpellare nessuno (o soltanto poche voci, quelle di coloro che sono sempre ossequienti), come sovente è avvenuto, anche dopo il Concilio. Ciò che “il popolo di Dio” (che sono i laici), invoca da tempo, non come innovazione ma come ritorno agli stili della Chiesa delle origini è il diritto alla consultazione (ma anche in alcuni specifici ambiti, il diritto alla co-decisione). Su questo sfondo si pone il serio problema del pluralismo ecclesiale. Non appare ammissibile – per fare soltanto alcuni esempi – che i temi dei Sinodi mondiali vengano decisi senza una previa consultazione dei fedeli (in forme da inventare, tuttavia); o che importanti nomine cardinalizie o vescovili non tengano conto alcuno, in generale, delle attese e dei desideri dei fedeli, che a volte si vedono calare “dall’alto” pastori che talora si rivelano di alta statura, tal’altra di mediocre levatura… Alla luce di queste riflessioni si pone il problema della consultazione dei laici a tre principali livelli: quello, “romano”, quello nazionale, quello diocesano. Nessuna importante decisione dovrebbe essere presa in assenza (o in solo formale presenza) del “popolo di Dio”. È possibile che ciò possa determinare qualche rallentamento nei meccanismi decisionali, ma non sempre, come noto, “presto” e “bene” coincidono fra loro. E, soprattutto, occorre contribuire in modo sostanziale, da parte del Magistero, al superamento della vera e propria sensazione di marginalizzazione che molti fedeli laici – soprattutto quelli più preparati, attivi e responsabili – avvertono di fronte a decisioni, anche valide, prese soltanto dall’alto e con il solo parere di quanti (solitamente vescovi e presbiteri) abitano le “segrete stanze” ecclesiastiche.

 

Per informazioni sul Convegno di Bologna si può consultare il sito https://www.viandanti.org/website/lo-spirito-e-noi/