di Alessandro Bosi – 

In occasione della grande manifestazione del movimento “Fridays for future” , tenutasi lo scorso 27 settembre in centinaia di città e alle quale hanno preso parte anche tanti studenti delle nostre scuole superiori, la Gazzetta di Parma ha pubblicato un appello a non lasciare soli i ragazzi,  firmato da alcune decine di importanti personalità della nostra città. Abbiamo chiesto al prof. Alessandro Bosi, uno dei firmatari di questo appello,  di spiegarcene meglio la ragione e il significato

 Mi è stato chiesto di dire quali sono i motivi per i quali ho sottoscritto l’appello sul clima che ha come prima firmataria la dottoressa Chiara Bertogalli, recentemente pubblicato dalla Gazzetta di Parma.

 Credo alle ragioni di ambientalisti e scienziati quando ci dicono che i cambiamenti climatici sono provocati dai nostri comportamenti. E credo che sia concreto il pericolo che prevedono di una prossima, immane catastrofe.

A mio giudizio, è la civiltà occidentale nel suo complesso che è posta al cospetto di sé stessa, della sua storia e delle sue responsabilità per come ha concepito le relazioni con le altre civiltà, con i viventi e col mondo. Lo sdegno per come Isis prendeva a picconate monumenti straordinari di grandi civiltà del passato dovrebbe essere rivolto a noi stessi, quando vediamo come il clima provoca la frana di ghiacciai che credevamo eterni, quando assistiamo inerti alla progressiva desertificazione di parti del pianeta, quando usiamo calcoli ragionieristici per decidere quanti individui possiamo accogliere in quei nostri paesi dove è iperbolico il numero degli edifici disabitati, dove il cibo gettato nei cassonetti è il 30% di quello consumato. Dovremmo rivolgere a noi stessi lo sdegno che abbiamo sempre riservato ai nemici conclamati dell’occidente quando, conoscendo come sarà ineguale l’andamento dello sviluppo demografico nei prossimi anni, non mettiamo mano con urgenza a un grande piano di ospitalità che sappia ridisegnare i confini entro i quali il mondo potrà essere abitato nei prossimi decenni.

La graziosa accoglienza di qualche sventurato, concessa guardando di sottecchi se la generosità del vicino di casa è pari alla nostra, non corrisponde alle esigenze cui dovremmo far fronte. Pensare in termini di ospitalità e non più di sola accoglienza, significa introdurre un diverso paradigma nel modo di affrontare il problema.L’ospitalità comporta la determinazione di ridisegnare insieme all’ospite (che, non a caso, è a un tempo chi ospita e chi è ospitato) la casa comune. Per accedere a questa idea sono necessari due ingredienti.

Il primo è l’amore. Solo l’amore per l’altro, per l’umanità sofferente comporta la scelta di costruire insieme la nuova casa comune.

Il secondo è il senso dell’umano che ebbe origine in occidente con la nascita della polis e con essa l’idea di poter vivere con chi ci era diverso. Prima di quel tempo, si viveva tra consanguinei, tra simili che si riconoscevano in un capo, in un sacerdote, in un principio assoluto. E anche dopo di allora, anche dopo che la polis fu ostetrica della società, fuori dalla civiltà che abbiamo definito occidentale, si continuò e si continua a vivere così, pensando che, oltre i propri confini, vi siano solo barbari e nemici.

L’occidente che insegnò al mondo il senso dell’umano e che ha creduto di poterlo esprimere nella storia sottomettendo altre civiltà, predando il mondo, cancellando altri viventi, è ormai al cospetto di sé stessa: saprà evitare all’umanità dolente una immane catastrofe o riterrà di chiudersi in una torre eburnea rinnegando le ragioni stesse della sua nascita? Le alternative o-o non hanno mai avuto gambe per camminare nella storia e c’è da credere che anche in questo caso emergeranno nuovi soggetti, si affacceranno vie d’uscita che non si affideranno all’astratta coscienza dell’occidente e ai valori della civiltà che ha saputo garantire.

I giovani con le loro proteste sono un soggetto affidabile perché sono una voce chiara e pulita. Ma ancor più perché i loro stili di vita contengono molto del nuovo che si affaccia nel nostro tempo. Sanno interpretare la sharing economy che le generazioni adulte vivono con sospetto. Si liberano con disinvoltura dall’idea che tutto ci appartenga e fanno un uso più avveduto e comunitario dei beni che consumano. Guardano alle nuove tecnologie, ovviamente, e superano con disinvoltura la rigidità dei congegni meccanici o elettrici che affascinarono le generazioni del passato. La conseguenza è che, mentre ci affatichiamo a pensare il lavoro per restituirglielo così come lo abbiamo vissuto nel momento storico per noi migliore, si orientano in tutt’altro modo e non credono affatto che gli garantiremo mai il posto fisso e la pensione assicurata.

Il quadro di questa diversa disposizione nei confronti della situazione storica che stiamo vivendo non è sufficiente per assicurare le condizioni di un cambiamento che, allo stato attuale delle cose, mi sembra impronosticabile.Tuttavia, questa disposizione mi fa credere che i giovani sapranno interpretare i cambiamenti climatici su due versanti.

Il primo è quello di comportamenti che garantiscano un maggior rispetto per l’ambiente. Indizi incoraggianti a questo riguardo sono facilmente riscontrabili e devono essere sostenuti da politiche che sappiano premiarli adeguatamente.Il secondo è quello delle scelte di vita che sempre più li porterà a invertire la tendenza novecentesca ad affollare, come residenti, come abitanti e city users, le grandi città.

Da anni le giovani famiglie scelgono con crescente frequenza di vivere in paesi vicini alle città dove gli appartamenti hanno costi contenuti e dove possono offrire ai bambini un ambiente più salubre nel quale crescere. Queste scelte sono spesso difficili da sostenere per la rigidità fordista che ancora caratterizza il nostro lavoro. Ma esperienze di coworking e di studio a distanza, se sostenute da politiche lungimiranti, potrebbero favorire la scelta di vivere in paesi e borghi di cui il nostro Paese è particolarmente ricco. La crisi climatica, inoltre, potrebbe sospingere i giovani a riappropriarsi dei paesi di collina e di montagna contrastando il processo di abbandono in atto da molti anni.

Non si tratta soltanto di garantire seconde case o residenze per pendolari che ogni giorno fanno la spola per lavorare in città intasando le strade con un traffico abnorme. Una concezione avanzata del lavoro e dello studio potrebbe consentire di vivere i paesi di montagna nella quotidianità e di costruire lì forme di socializzazione che sono state smarrite da molto tempo. Le giovani generazioni hanno gli strumenti culturali e l’inclinazione estetica a vivere un mondo che dichiari la fine del Novecento e del suo indebito trascinamento oltre i suoi confini.

Sono queste le ragioni che mi hanno persuaso di firmare con convinzione l’appello del 27 settembre.

 Pubblichiamo  di seguito alcuni dei passaggi fondamentali dell’appello:

….Solo insieme, solo in tantissimi, solo sentendoci ognuno parte attiva nel miglioramento della società, otterremo una mitigazione delle catastrofi climatiche che stanno già colpendo in tante patri del modo e che saranno sempre più distruttive, gravando sui più fragili….Il compito dei governi è prendersi cura dei cittadini, non garantire la lobby di pochi colossi dell’industria fossile. Che si sappia: i cittadini di tutto il mondo non accettano di sacrificare il futuro dei propri figli e delle altre specie che vivono sulla Terra per questioni di profitto. Uniamoci tutti, allora, agli studenti: in modo pacifico, pulito e senza simboli porteremo l’attenzione dei grandi decisori sull’emergenza climatica e potremo indurli a scelte maggiormente etiche e responsabili, da prendere con coraggio, urgenza e determinazione