L’EUROPA, L’ITALIA, I COMUNI: LE MOLTE  FACCE DEL VOTO

di Giorgio Pagliari

  1. Le elezioni europee hanno dato un esito, che relega i c.d. sovranisti ad un ruolo non decisivo, ma che “regala” una frammentazione delle forze europeiste foriera – temo – di un governo europeo fragile e quasi certamente non in grado di imprimere la svolta necessaria verso il consolidamento “politico” dell’UE (con un ridimensionamento dell’abnorme ruolo franco – tedesco) e verso una politica sia più attenta alle esigenze di lotta alla povertà e alle diseguaglianze, sia più seria sul piano dell’immigrazione.

Il rischio di questa situazione è che il pericolo sovranista esorcizzato con queste elezioni si ripresenti più marcato tra cinque anni.

Sui futuri governanti grava, pertanto, una responsabilità pesantissima, forse pari solo a quella che gravò sui grandi padri dell’Europa. Chi, come cittadino, è un europeo convinto, è chiamato a sostenere ogni giorno il disegno europeo. Questo, pur con le imperfezioni proprie di ogni opera dell’uomo, ha determinato la nascita di una grande potenza economica, garantendo tutti i Paesi membri e consentendo un’interlocuzione da posizioni di forza con le altre potenze economiche mondiali. Neanche le economie europee più forti, da sole, avrebbero avuto un pari peso.

Non è un caso che Trump e Putin tifino (e non solo) per le forze sovraniste e si augurino la fine dell’UE. Peraltro, noi europei non dobbiamo dimenticarci l’effetto politico interno: settant’anni di pace.

  1. Le brevi riflessioni precedenti sono state, purtroppo, sostanzialmente assenti dalla campagna elettorale italiana, caratterizzata da una sconcertante mancanza di contenuti e da una indifferenza per la questione europea, al limite del paradosso. L’occasione – infatti – è stata interpretata da tutti come una prova generale delle future elezioni nazionali. E allora vediamone gli esiti!

L’Istituto Cattaneo titola la propria analisi sui flussi di voto così: “Il PD limita le perdite ma non attrae nuovi elettori. Il M5S “traghetta” voti verso la Lega. Lega “pigliatutto”: conquista voti dall’alleato di governo, dai partiti di centrodestra e (qualche volta) anche dal PD”.

Nel dettaglio, l’analisi sottolinea una certa fedeltà dell’elettorato del PD, la migrazione dell’elettorato M5S verso l’astensionismo e al nord verso la Lega e il deflusso dell’elettorato di FI verso l’astensionismo e verso la Lega. L’elaborato, infine, compara i flussi di entrata di Lega e PD, evidenziando una notevole capacità di espansione della Lega e il “sostanziale isolamento del PD…che non è ancora tornato competitivo (e non lo sarà finché non riuscirà a riconquistare i voti che oggi sono del Movimento 5 Stelle)”.

  1. Condivido le considerazioni dell’Istituto Cattaneo, che, sulla base dei numeri, raggiunge conclusioni, a cui porta anche la riflessione meramente politica.

Purtroppo, il successo della Lega è originato dal progetto politico e dall’abilità comunicativa del suo leader. Personalmente, non ho dubbi sulla matrice neofascista, e non semplicemente, di destra, della Lega salviniana e sono, quindi, doppiamente preoccupato, ma bisogna guardare in faccia la realtà. Il segretario della Lega ha un messaggio politico netto, che diffonde con toni forti e propagandistici, riuscendo a far credere alla gente di avere ottenuto risultati (che non ha ottenuto) e di garantire un futuro socialmente sicuro ed equo (“quota 1002 e “flax tax”, per esempio). Chi ha sentito la sua dichiarazione alla stampa la notte delle elezioni ne avrà tratto una conferma, dovendo altresì constatare l’ “apertura a sinistra” con messaggi recuperati dalla sua militanza giovanile. Un messaggio ibrido, molto efficace nella sua confusione di fondo, che ha analogia con l’eclettismo del Mussolini degli anni della scalata al potere.

Sinceramente non si può non essere preoccupati anche perché sembrano esserci tutte le condizioni per una vittoria alle prossime politiche, foriera di una maggioranza parlamentare schiacciante, tale da garantire l’elezione del presidente della repubblica e le riforme costituzionali di stampo presidenzialistico, oltre alle altre “riforme sociali” già prospettate. Si profila il rischio della “via democratica alla dittatura”.

  1. Qual è la possibile risposta?

C’è la necessità di “stare in competizione” con proposte precise e convincenti, a partire da immigrazione e sicurezza. Quanto al primo tema, vanno indicate misure che, senza venir meno ai valori e ai principi di fondo in tema di accoglienza e di rispetto della vita, provino la volontà di governare il fenomeno e di gestire attivamente sia i processi di integrazione per gli aventi diritto, sia quelli di rimpatrio per gli altri. E ciò sempre nel contesto di una politica equilibrata e tale da garantire che non si lasci indietro l’emarginazione indigena.

Ciò che gli italiani non tollerano, infatti, è l’atteggiamento (apparentemente)  passivo o “rassegnato” di fronte al fenomeno migratorio. Le fortune elettorali della Lega hanno origine in questo rifiuto, non dal presunto razzismo degli italiani, cioè dalla cieca intolleranza nei confronti dell’extracomunitario, meno diffusa di quanto non sembri, come dimostrano tanti esempi concreti. La esperienza (purtroppo troppo breve) di Minniti e il consenso popolare, che essa aveva generato, sono un’ulteriore conferma.

Parimenti è a dirsi per la sicurezza. Così, ad esempio, non si può – credo – prescindere da una proposta sulla disciplina dei reati in appartamento. Al riguardo, penso che la relativa proposta dovrebbe tenere conto dei seguenti elementi: (a) le pene devono essere tali da rendere certo il carcere; (b) la custodia cautelare va estesa agli autori di questi reati per evitare la desolata e diffusissima constatazione del “tanto tra poche ore saranno liberi e in condizione di commettere altri reati”; (c) il giudizio direttissimo va previsto anche per questi reati, così da garantire la celerità della sentenza. In queste misure non c’è nulla che minimamente assomigli a ciò che prevede il salviniano decreto sicurezza, ma c’è il segno della volontà di rafforzare la presenza dello Stato. La “sfida in campo aperto” naturalmente va portata avanti anche in altri settori, dai giovani al lavoro, dallo stato sociale alle politiche ambientali. Una “sfida in campo aperto” che va condotta “all’attacco” con l’imposizione dei temi, essendo dimostrato che la azione politica di puro contrasto non porta frutti. Ed è giusto che sia così perché, nel contesto attuale, il consenso non si ottiene stroncando le altrui politiche e dando le pagelle, ma dimostrando la propria capacità propositiva.

  1. Un’ultima annotazione.

Clamorose sono state, particolarmente in Emilia-Romagna, le differenze tra voto europeo e voto amministrativo. La spiegazione appare una sola: l’elettorato ha riconosciuto e premiato la capacità amministrativa e la qualità delle persone, relegando nell’area dell’indifferenza le appartenenze partitiche.

In questo dato, c’è anche un’indicazione ben precisa per il futuro: le scelte delle persone legate a mere logiche interne ai partiti e non attente alla qualità, alle competenze e alle esperienze costituiranno una zavorra elettorale. La indubbia leadership, che questa tornata riconosce ai sindaci e agli amministratori locali, nasce, infatti, proprio dall’apprezzamento della capacità di governo e dei meriti maturati sul campo. E, se è vero, che il canale di selezione della classe dirigente non potrà essere solo quello del governo locale, non è meno vero che dalla credibilità personale, la “morale della favola” è assolutamente chiara: no a scelte fondate sui “meriti” di partito, sì a quelle maturate sul campo professionale, amministrativo, associazionistico e come meglio.