L’EUROPA E’ IL NOSTRO DESTINO

di Michele Nicoletti   Filosofo della politica –  Università di Trento

Il MEIC (Movimento ecclesiale di impegno culturale) dedica al tema dell’Europa  il primo numero del 2019 della sua rivista “Coscienza” , intitolato appunto “EUROPA radici e futuro per cambiare prospettiva”. Da questo interessante dossier abbiamo estratto l’articolo di Michele Nicoletti “L’ Europa è il nostro destino

Di fronte all’affermarsi degli altri grandi Paesi extraeuropei sulla scena del mondo, con il loro prepotente sviluppo demografico, economico e militare, gli Stati nazionali europei mostrano tutte le loro debolezze. Nessuno Stato europeo è in grado, con le proprie forze e senza unirsi ad altri, di essere un protagonista sulla scena del mondo. Da solo, nessuno Stato europeo siederà in un futuro G7. Questa debolezza non riguarda solo la politica estera. Riguarda anche la politica interna. Le grandi sfide della sicurezza, dello sviluppo economico, sociale e tecnologico, della gestione dei flussi migratori, della tutela dei diritti delle persone e dell’ambiente, della conservazione della “civiltà europea” non potranno essere affrontate e vinte da nessun Paese europeo che volesse bastare a se stesso. Il sovranismo di un grande Paese come gli USA può essere giudicato una scelta sbagliata, ma è comunque una strada percorribile. Per il Paesi europei – incapaci, da soli, di provvedere alla loro difesa militare per non parlare del resto – è un atteggiamento ridicolo. La loro unica possibilità di essere “sovrani”, ossia di governare se stessi e di contare qualche cosa nel mondo, è data dalla loro capacità di aggregarsi.

Quando alcuni Stati europei all’inizio del ‘900 di fronte alla crescente globalizzazione hanno risposto con strategie antidemocratiche di esasperazione del nazionalismo e della xenofobia, l’esito è stato tragico. Non solo per le devastazioni morali operate dai totalitarismi razzisti – a partire dalla Shoah –, ma per il cumulo di macerie a cui hanno ridotto il continente europeo. Paesi rasi al suolo, dipendenti da potenze altre come gli USA e l’URSS per il loro sviluppo economico e per la loro difesa militare. L’esito del sovranismo fu il nanismo politico degli Stati europei che per secoli avevano dominato il mondo. Questa dura lezione della storia è stata ben compresa dai protagonisti della ricostruzione europea nel Dopoguerra: per garantire la pace, il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo economico, il protagonismo nel mondo, serviva unità e cooperazione. Anzi: non una generica “unità”, ma una “sempre maggiore unità”, come è scritto nei Trattati europei dal 1949 in avanti. E sulla strada di una “sempre maggiore unità” l’Europa ha saputo – fino alla crisi del 2007 – compiere il suo miracolo: dare ai propri popoli pace, diritti e prosperità e unificare tutto il continente, allargando, dopo il 1989, il proprio modo d’essere (democrazia, diritti umani, Stato di diritto) a tutti i Paesi europei e a quelli che sull’Europa si affacciano.

Negli ultimi dieci anni questo cammino è stato rallentato dalla crisi economica mondiale e dalla crisi migratoria, in particolare quella seguita alle cosiddette primavere arabe. Invece che ricercare una “sempre maggiore unità” i Paesi europei, sotto la duplice pressione delle difficoltà economiche e delle spinte migratorie, si sono rifugiati nella logica del “si salvi chi può” senza rendersi conto che con questa logica – nel mondo cambiato – si sarebbero salvati solo i più forti nel breve periodo e, nel lungo periodo, non si sarebbe salvato nessuno. Ora si fa strada la consapevolezza che senza una dimensione più grande dello Stato nazionale nessuno Stato europeo potrà farcela. L’alternativa, dunque, non è tra Europa o Stati nazionali, ma tra Europa o Imperi. Tra l’Europa unita e una riedizione di antichi imperi. Già le tentazioni si affacciano. Il Regno Unito ha nostalgia dell’Impero britannico. Germania e Francia dell’Impero carolingio. Dunque l’alternativa è chiara: o Europa o disgregazione dei Paesi europei in una complessa geografia di nuovi Imperi. Per l’Italia la scelta dovrebbe essere chiara: se fallisce il disegno europeo, il nostro Paese finirà condannato ad essere un’area marginale, subalterna all’egemonia di altre potenze.

Per l’Italia l’alternativa è chiara: o Europei e sovrani, o nazionali e sudditi. Se dietro il sovranismo ci può essere un legittimo desiderio di non farsi governare dagli altri, è bene essere chiari: l’unico modo di essere sovrani, cioè non alle dipendenze di altri, è l’unità europea.

L’UNITÀ EUROPEA, UN PROCESSO LUNGO

Occorre accettare che il processo di unificazione europea sia un processo lungo e complesso. Sarebbe profondamente sbagliato oltre che ingiusto valutare questo processo sull’arco di questa ultima stagione di crisi dal 2007 in avanti. Se guardiamo infatti non agli ultimi dieci, ma agli ultimi settant’anni, la costruzione europea ha fatto passi incredibili: unificazione etico-giuridica nella cornice dei diritti umani con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Corte di Strasburgo, unificazione economica con la creazione del mercato unico e per molti Paesi della moneta unica, unificazione legislativa con leggi e direttive comuni (più dei due terzi della legislazione che governa le nostre vite è di tipo comunitario), unificazione istituzionale con Parlamento, Consiglio, Commissione Europea e magistrature, polizie, guardie di frontiera che cooperano in modo sempre più stretto. Nella storia della nostra civiltà, la costruzione di soggetti politici non avviene in un giorno solo. Non è stato così per la repubblica e l’impero romano, per le città e gli Imperi medievali, per gli Stati moderni nazionali. La costruzione dello Stato moderno ha comportato processi lunghi e complessi della durata di alcuni secoli. Se davvero ciò di cui parliamo è il superamento di questa dimensione, è evidente che si tratta di una dinamica di lungo periodo. E le crisi, anche profonde, non necessariamente smentiscono la direzione del processo. Ma spesso la confermano e la approfondiscono. Oggi, dopo 70 anni di vita, il processo di unificazione europea conosce una crisi significativa. Negli Stati Uniti d’America, dopo 70 anni di vita, abbiamo avuto la Guerra di secessione che fra l’altro verteva su questioni fondamentali anche per l’oggi. La sovranità degli Stati e l’abolizione della schiavitù. Oggi in Europa discutiamo delle stesse cose: sovranità degli Stati e trattamento di quelli che qualcuno vorrebbe come nuovi “schiavi”, ossia gli immigrati. I processi di “unità” e di “affermazione dei diritti” non sono processi veloci, né – ahimè – privi di contraddizioni. Noi siamo esattamente nel punto della contraddizione, dove la protesta è più aspra perché i vecchi poteri avvertono la loro perdita di terreno.

SÌ, MA QUALE EUROPA?

Le critiche e la diffidenza che oggi sembrano circondare il progetto europeo non sono solo il frutto di un rigurgito di egoismo nazionale. Sono anche il prodotto dei limiti e degli errori della costruzione europea che vanno riconosciuti e superati. Un’Europa dei valori e dei diritti. Si tratta, in primo luogo, di chiarire ancora una volta che non sono stati gli Stati nazionali a fare l’Europa, ma al contrario è stata la comune civiltà europea a forgiare nel suo grembo gli Stati nazionali come parti di un’unica secolare comunità di valori e di diritti comuni. L’Europa è anzitutto un modo di vivere collettivo che mette al centro i diritti delle persone, la loro infinita dignità. Questa è la civiltà europea: una società in cui le persone non siano trattate come cose, ma come realtà aventi un valore infinito. Non cose, non schiavi, non servi, ma esseri liberi e uguali. E in cui il potere che deriva dall’economia, dalla scienza, dalla tecnologia è al servizio dell’uomo e dev’essere guidato dall’uomo, dalla sua ragione critica. Questa è l’essenza della cultura umanistica: il grande contributo che l’Europa ha dato allo sviluppo della civiltà e che ancora il mondo si aspetta da lei. La costruzione dell’Europa unita dopo la Seconda Guerra mondiale è stata realizzata anche da persone in cui questo umanesimo aveva una forte ispirazione religiosa e spirituale: De Gasperi, Adenauer, Schuman. Oggi il rischio è che i nazionalisti e i sovranisti brandiscano l’identità religiosa e cristiana come un’arma contro l’Europa accusata di essere materialista e secolarista. Per questo rilanciare l’ispirazione spirituale e umanistica dell’Europa, che sta alla base della moderna laicità e tolleranza, è essenziale. Un’Europa sociale. L’Europa oggi non è percepita come uno strumento di protezione. Nel momento della crisi, anziché rafforzare le difese sociali, queste sono state allentate. Così lo Stato nazionale è stato identificato con il potere buono che dava le pensioni con facilità a tutti, l’Europa, invece, come la potenza cattiva che costringe a lavorare fino a tarda età. Così, in assenza di forti politiche pubbliche, sono cresciute le disuguaglianze. Dunque la tutela europea dei diritti sociali, la lotta europea contro le disuguaglianze, il sostegno europeo a politiche di empowerment fatte dalle comunità locali e territoriali deve essere molto più forte. Bambini, disabili, donne che negli ultimi anni in tanti Paesi europei hanno sofferto il costo della crisi non avevano responsabilità nella gestione precedente, eppure in alcuni Paesi hanno pagato il prezzo più alto. Lo Stato nazionale è stato costruzione di pochi ma poi ha saputo coinvolgere le masse e costruire sistema di protezione. Lo stesso deve fare l’Europa rimettendo al centro la giustizia e la solidarietà. Un’Europa politica. Infine bisogna rafforzare la dinamica democratica: se alla radice del sovranismo c’è la paura delle persone di essere spossessate della possibilità di governarsi, occorre far sì che l’architettura europea esalti il principio di sussidiarietà, la democrazia locale, regionale, nazionale e internazionale. Serve che essa si doti di strumenti efficaci di difesa e di definizione dei propri confini. Di affermazione della legalità e di efficace soccorso alle persone in difficoltà. Serve che essa sia giusta e capace di giustizia. È diffuso un disperato bisogno di giustizia e l’ansia di giustizia dovrebbe invece essere alla base di una moderna politica europea. Dunque la scelta è chiara. O un drammatico isolamento e un malinconico declino, o una “sempre maggiore unità europea” e la possibilità di dare ai diritti delle persone, alla ricchezza culturale dei popoli europei il loro posto nel mondo