HAFTAR: ancora lui!

di Giuseppe Iotti

 

Generale Khalifa Haftar: cosa pensi di fare del tuo Paese? E chi sei davvero?

Il giovane militare nasserista che nel 1969 appoggia Gheddafi nel suo golpe antimonarchico? Quello andato a formarsi nelle scuole militari sovietiche? Quello che ha partecipato con gli egiziani alla guerra del Kippur? Il comandante di fiducia di una delle armate nazionali, sconfitta in Ciad dai francesi nel 1987? Quello che, preso prigioniero, e sentendosi tradito dall’armistizio siglato da Gheddafi coi francesi, passa al nemico e, protetto dagli americani, si rifugia nell’allora Zaire con molti dei suoi uomini, in attesa di una improbabile rivincita? Per poi trasferirsi negli Stati Uniti e diventarne cittadino, sospettato ovviamente di essere della CIA, atteso che abitava lì vicino? Quello che nel 2011 finalmente torna in Libia per unirsi alla battaglia contro il Rais, sperando di conquistarsi il ruolo di Comandante in capo delle Forze Armate, che gli viene rifiutato, per cui se ne torna oltreoceano? Quello che nel 2014 tenta il colpo di stato contro il parlamento eletto? Quello che, pochi mesi dopo, con l’appoggio dell’Occidente e dell’Egitto, sferra l’Operazione Dignità contro il sedicente Stato Islamico in Libia e in questo modo si conquista Bengasi e l’est del Paese? E, intanto che c’è, attacca l’aeroporto di Tripoli per cui i tribunali del governo ne chiedono l’arresto? Quello che contrasta l’infiltrazione degli islamisti moderati della Fratellanza Musulmana in Libia, ingraziandosi sia l’Egitto laico di Al-Sisi che gli integralisti sauditi, e gli Emirati, in chiave antiterrorista, ma mettendosi contro in questo modo la Turchia ed il Qatar, favorevoli invece alla Fratellanza? Quello che nel 2016 delude gli Stati Uniti rifiutandosi di appoggiare il Governo di Accordo Nazionale? Quello che fa frequenti viaggi a Mosca e Parigi, presumibilmente per trattare armi, aiuto sotto forma di mercenari, copertura aerea, e magari per parlare di petrolio? Quello che nel 2018 sembra in pericolo di vita, ma va a curarsi a Parigi e torna a Bengasi più sano di prima? Quello che parla cinque lingue, tra cui il russo e l’italiano? Quello che ha messo due figli a capo di due brigate, e si circonda di uomini appartenenti come lui alla tribù cirenaica dei Ferjani, così come faceva Gheddafi coi suoi Qadhadhfa di Sirte? Quello che per attaccare Tripoli da sud paga l’appoggio di un certo numero di tribù del Fezzan ed è disposto a trattare perfino, lui laico, con gli integralisti salafiti? Quello che però, forzando troppo la mano, si inimica le potenti truppe di Misurata, comandate dall’omologo libico di Salvini, il ministro Bachaga? Quello che, nel mercato degli appoggi tribali, al momento in cui si scrive si è visto fermare il suo blitz alle porte di Tripoli? Quello che, auspice la Francia, si dichiara amico del presidente ciadiano Deby, e in quella posizione garante del non lasciar tracimare i migranti dal Sud? Quello che è rimasto incartato dal suo stesso divide et impera tra clan arabi, berberi, tuareg, tebu e compagnia cantante, così come del resto il suo avversario Al Sarraj?

In Libia di solito non si avvelenano i pozzi e quindi, anche se molti impianti e terminal sono fermi, la capacità produttiva c’è ancora e non è lontana dalla possibilità di ripartire alla grande, quando le condizioni (quando?) si saranno stabilizzate. Un fatto poco comprensibile da lontano è che, nel crollo praticamente di tutte le istituzioni, la compagnia di stato NOC (che tra l’altro fino a qualche tempo fa possedeva la Tamoil) è ancora lì, abbastanza salda, con le sue joint-venture un po’ con tutto il mondo, in particolare con l’ENI. Si teme che la nostra compagnia “di bandiera” venga minacciata dal cambio di quadro che sta cercando di imporre questo eterno uomo forte che è Haftar, però per il momento anch’essa è ancora lì, anzi è la più importante. I problemi naturalmente provengono dai francesi, a cui il tassello libico in parte manca ancora. Come è complesso il quadro delle alleanze tribali, lo è quello delle alleanze petrolifere, che al momento vede insieme qui gli italiani per esempio con l’inglese BP, in fondo sono tutti lì per il petrolio e il gas. Gli Stati Uniti in passato sembravano affiancare l’Italia nel sostenere il Governo di Tripoli, al di là che in queste aree abbiano sempre portato avanti la politica dei piedi in almeno due scarpe. Con Trump però è evidente il disimpegno, non solo nel caso eclatante della Siria riconsegnata ai russi, l’Iraq agli sciiti, il rischio di lasciare il Kurdistan ai turchi, ma ormai anche in quello della Libia. Se si facesse un excursus poi nell’area degli enormi giacimenti del Mediterraneo orientale, contesi tra Egitto, Israele, Cipro e Turchia, e dove pure non mancano, oltre all’ENI, americani e russi, ci sarebbe anche troppo da raccontare (e forse qualcosa da scoprire sulla tragedia di Giulio Regeni).

E l’Italia che fa? Il peso politico di un Paese che è uscito perdente e occupato dalla Seconda Guerra Mondiale non può di per sé essere elevato. Le colonie le ha perse e sono entrate in orbita inglese prima di avere l’indipendenza, poi hanno avuto governi “socialisti”, e infine si sono trovate coinvolte in guerre civili come lo stato fallito somalo, o come quelle tra Etiopia ed Eritrea, a quanto sembra davvero finita solo ora, con la mediazione di Arabia ed Emirati più che quella occidentale. La Libia faceva a suo modo eccezione. Viene da dire che conta più l’ENI delle istituzioni ufficiali, e vien da dire per fortuna che c’è l’ENI (*). Tuttavia, quando la diplomazia la facevano Moro, Andreotti e Craxi, qualcosa si contava, per non parlare di quando era vivo Mattei. Chi ci può prendere seriamente in considerazione, quando in un governo il presidente del Consiglio conta ben poco, agitandosi in modo inversamente proporzionale al proprio peso, il ministro degli Esteri conta quanto lui, anche se sarebbe uno stimato professionista del settore, e quando invece i vicepresidenti Salvini e Di Maio invadono il campo muovendosi tra gilet gialli, Putin ed Orban, senza rispetto per le istituzioni, anzi si direbbe senza sapere nemmeno quel che fanno?

Una menzione particolare poi non può mancare per l’Unione Europea e quella cirenea che dovrebbe esserne la rappresentante per gli Esteri, la fantasmatica Federica Mogherini. Haftar da quel lato può stare tranquillo.

(*) Incidentalmente, il “ministro degli esteri” (Direttore delle Relazioni Internazionali) dell’ENI è Lapo Pistelli, figlio del politico basista DC fiorentino morto prematuramente, lo stesso Pistelli che contribuì a lanciare Renzi in orbita nazionale, e poi fu da lui defenestrato dal sottosegretariato all’esteri.