L’EDITORIALE

 

100 PIAZZE PER L’ARTICOLO 1

 di Riccardo Campanini

Si è soliti dire che le cose – e le persone – si apprezzano di più quando si rischia di perderle ( o addirittura quando le si è già perse). Forse è partendo da questa affermazione che si può spiegare l’interesse e la partecipazione che hanno caratterizzato nei giorni scorsi le due Feste del 25 aprile e del 1 maggio. Se è così, allora questa rinnovata attenzione ai temi della democrazia e del lavoro può essere letta in negativo o in positivo – il famoso bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: in negativo, perché significa che i valori fondanti la nostra Costituzione (appunto la democrazia e il lavoro richiamati nell’articolo 1 della Carta Costituzionale) sono messi a repentaglio; in positivo, perché vuol dire che questo rischio ha messo in moto i necessari anticorpi culturali e sociali (per quelli politici  bisognerà ancora aspettare,  a quanto pare) risvegliando passione, partecipazione, impegno.  Va anche aggiunto, a questo riguardo, che le centinaia di migliaia di persone che in tutta Italia hanno commemorato la Liberazione e celebrato la Festa del Lavoro sono anch’esse “popolo” , esattamente come quelle che esprimono valori assai diversi e che, secondo talune interpretazioni oggi di moda, avrebbero invece il “monopolio” nella interpretazione della volontà popolare.  Detto in modo più esplicito, non è assolutamente vero che, come qualcuno vorrebbe far credere,  tutti gli italiani – e forse nemmeno la maggioranza – sono diventati xenofobi e ossessionati dal problema della sicurezza fino al punto di essere disposti a barattare un po’ di libertà e di diritti – propri e altrui – in cambio di maggiore  “protezione”.

Ma venendo al nocciolo della questione, la domanda è se davvero nell’attuale clima culturale e politico i principi alla base della nostra democrazia sono in discussione o addirittura in pericolo. Su questo tema sono intervenuti, proprio a ridosso delle celebrazioni del 25 aprile e guardando alla ormai imminenti elezioni europee, alcuni importanti esponenti dell’attuale opposizione (Prodi, Bonino, Violante), con valutazioni diverse ma non opposte: volendo sintetizzare il loro parere con una terminologia medica, il “paziente Italia” è malato ma può guarire. I rigurgiti di fascismo e di razzismo, che sicuramente sono presenti e sembrano aumentare, trovano però argine nelle tante forme, individuali e collettive, di “resistenza”  tanto conclamata quanto silenziosa. Emblematica al riguardo la vicenda della Mezza Maratona di Trieste e del tentativo da parte degli organizzatori di impedirne la partecipazione agli atleti africani, poi rientrato a seguito delle ripetute e sdegnate proteste di rappresentanti di istituzioni, associazioni sportive e degli stessi atleti “bianchi”, ai quali, da veri sportivi, non piace affatto “vincere facile”.

Venendo all’altra Festa, quella del 1° maggio, e all’altro caposaldo della nostra Costituzione, il lavoro, su cui è addirittura “fondata” l’Italia come Repubblica democratica, il discorso è se possibile ancora più serio:  tra il lavoro che non c’è – o è precario – dei giovani, quello irregolare – e spesso gestito dalle organizzazioni criminali – degli stranieri, quello a rischio di incidenti mortali (in media più di uno al giorno dall’inizio dell’anno) e quello della donne, ancora discriminate per carriera e salario, per non parlare delle inquietanti prospettive aperte dalla incipiente robotizzazione di mansioni oggi svolte da lavoratori in carne e ossa, la situazione è decisamente preoccupante.  Anche perché, al di là delle ovvie dichiarazioni di impegno su questo tema – specie in campagna elettorale – nessuna delle forze politiche sembra voler davvero attribuire al lavoro il ruolo di architrave del proprio programma di governo del Paese. 

Concludendo con una battuta, sul lavoro c’è quindi tanto da lavorare, e da parte di tutti: politici, imprenditori, sindacati, scuola, Università….Altrimenti c’è il rischio è che, tra qualche anno, la ricorrenza del 1° maggio, anziché al 25 aprile, venga abbinata idealmente al 2 novembre: non più la festa, ma il nostalgico ricordo del lavoro che  ormai non c’è più.