PROLETARI DI TUTTO IL MONDO, DIVIDETEVI!

 di Riccardo Campanini

Ricordate? Sono passati solo due o tre anni, eppure sembra un secolo: quando l’esplosione dei movimenti e dei leaders cosiddetti “populisti” venne subito spiegata con la  contrapposizione popolo – élite e con la rabbia dei “non garantiti” contro il potere costituito (economico, politico, sociale). L’interpretazione piacque molto anche “a sinistra”, perché in fondo riproponeva con modalità nuove formule già sperimentate in altri contesti pre-rivoluzionari: il 3° stato contro la nobiltà, il proletariato contro la borghesia,  le masse contadine contro i latifondisti, e così via.

L’EDITORIALE  Sono passati alcuni anni, si diceva, ma laddove quelle tendenze si sono affermate – nell’America di Trump, ad esempio, o nell’Italia giallo-verde – le élites, con la parziale eccezione della classe politica, sono ancora saldamente al loro posto. I tanto famigerati “banchieri”, ed esempio,  non sono stati certo espropriati, né risulta che, a parte forse qualche caso isolato,  siano stati oggetto di minacce o violenze. Né si ha notizia che medici, avvocati o professionisti di varia natura siano stati sostituiti da “rappresentanti del popolo” capaci finalmente di applicare la scienza o il diritto “democratico”.    Ad essere spesso minacciati o insultati sono invece i giornalisti, in particolare quelli che hanno il torto di scrivere che, appunto, le cose non sono così semplici come le racconta chi vuole conquistare o mantenere il consenso.

Eppure in quella  interpretazione del cambiamento che sta attraversando l’Occidente vi era senza ombra di dubbio un dato reale e indiscutibile: quello della rabbia di chi è o si sente “escluso”.  Solo che oggi questo sentimento non si rivolge contro chi sta in alto ma, al contrario, colpisce chi sta “in basso”: lo abbiamo visto, nei giorni scorsi, nell’emblematica rivolta di un quartiere della periferia romana contro l’arrivo dei Rom – i quali possono essere antipatici o addirittura insopportabili, ma certo non possono essere considerati tra i facenti parte dell’élite o della cerchia dei “garantiti”. La cosa, detto per inciso, ha tra l’altro delle sinistre assonanze con quanto accadde poco meno di un secolo fa in Germania e in altri paesi, quando la persecuzione razziale cominciò  con l’accusa ad alcuni banchieri e industriali ebrei – l’élite di allora – di affamare la povera gente (accusa che nella versione italiana divenne il famoso complotto pluto-giudaico evocato da Mussolini), e finì con l’eliminazione di milioni di ebrei “qualunque”, poveri e derelitti compresi.  Ma, lasciando da parte questi preoccupanti ricorsi storici, va subito aggiunto che l’ostilità “popolare” colpisce non solo i Rom ma gli stranieri in generale, anch’essi non esattamente ascrivibili alle classi privilegiate per reddito e posizione nella scala sociale.

C’ qualcosa che non quadra, insomma, nel modo in cui è stato percepito il terremoto politico e culturale degli ultimi anni.  Soprattutto se si pensa che, come si diceva all’inizio,  qualcuno aveva intravisto nella rivolto del popolo  il “ritorno” di Marx , il quale come noto auspicava l’unione di tutti i proletari, e oggi deve constatare l’esatto opposto di questo auspicio, ovvero la guerra dei “penultimi” contro gli “ultimi”  (non a caso un libro recentemente presentato su iniziativa del nostro Circolo, e di cui diamo conto in un articolo della “Piazza”, si intitola appunto “L’Italia disunita”). E allora, a voler essere un po’ maliziosi, c’è da chiedersi se la rabbia del popolo, per certi aspetti legittima e giustificata, non sia però anche fomentata da chi ha imparato e messo in pratica l’antico motto divide et impera,  sempre valido e attuale: nella Roma  –e nell’Italia –  imperiale di 2000 anni fa come in quella “populista” di oggi.