di Francesco Maria Provenzano

La scorsa settimana, su iniziativa del nostro Circolo, è stato presentato il libro “L’Italia disunita” del giornalista Francesco Maria Provenzano. Pubblichiamo di seguito un ampio estratto  delle conclusioni del volume, che analizza criticamente la situazione politica determinatasi dopo le elezioni del marzo 2018.

Poiché non si sono risolti i nodi sia del Sud che del Nord, le crescenti tensioni sociali e gli errori commessi dai partiti che hanno governato hanno dato vita al populismo e al sovranismo che hanno portato alla disunità d’Italia. E per questi motivi che il risultato delle urne del 5 marzo ci ha consegnato un paese spaccato in due e questo lo si deve allo scollamento dalla realtà da parte del PD e degli errori nella composizione dei collegi da parte di FI; bastava osservare la mappa del voto per vedere in modo netto e lampante che il Nord si era schierato a destra, con amplissima maggioranza a favore della Lega, anche nelle regioni tradizionalmente votate a sinistra, mentre il Sud aveva abbandonato il solito conservatorismo pigro e fatalista decidendo di schierarsi in massa con il M5S. A caldo si poteva giustificare il tutto semplicemente dicendo che era frutto della ribellione settentrionale all’Europa dell’austerity da una parte e dell’atavico bisogno di assistenzialismo del mezzogiorno dall’altra. Atteggiamenti questi, forse comprensibili, che sono stati acuiti da quasi un decennio di crisi economica e colpevolmente sottovalutati dai partiti moderati. Il voto, comunque lo si voglia leggere, è stato diretto non tanto dalla voglia di rinnovamento quanto da un’ottica punitiva verso coloro i quali sono stati ritenuti responsabili dello scadimento delle condizioni di vita generali e anche di un progressivo decadimento morale del paese. Attribuire tutti i mali della patria alla politica è esercizio semplice, soprattutto solleva noi stessi dalle nostre responsabilità. Se è vero che uno – conta – uno, come sostiene qualcuno, allora sessanta milioni di Italiani dovrebbero essere intrinseca mente più colpevoli di qualche migliaio di politici. Dunque si è votato piuttosto contro qualcosa che a favore di qualcos’altro.

Noi ci troviamo di fronte, come si suol dire, non alle due facce della stessa medaglia ma di fronte ad una medaglia con una faccia sola, la faccia della frustrazione sia del ceto medio che del popolino. Infatti all’appello dei voti per FI mancano proprio i voti della piccola borghesia, lo zoccolo dei borghesucci, quelli che mal che andava votavano DC o PSI, schierati sì, ma con parsimonia, non si sa mai. Mentre dalle tasche del PD mancano i voti del ceto impiegatizio, del sindacato e dei lavoratori. Il tutto proiettato e distillato in precisi ambiti territoriali. La frustrazione del settentrionale si manifesta, vista in quest’ottica, come mancanza di libertà individuale, sia essa del cittadino o dell’impresa, la stessa mancanza di sicurezza è la prima violazione della libertà della persona. Questo ce lo insegna la storia già preunitaria, il Lombardo-Veneto-Padano non tollera le imposizioni, l’operosa laboriosità non vuole essere imbrigliata ma accompagnata e sostenuta quel tanto che basta per permetterle di esprimersi. Lo aveva capito bene la vecchia DC che amoreggiava con i cumenda, lo aveva capito benissimo il Cavaliere Berlusconi venticinque anni orsono, meno stato, meno burocrazia, meno lacciuoli. Nella sua operosa pragmatica e instancabile potenza però, il settentrione ha sempre avuto paura di qualcosa. Ha sempre cercato la sicurezza quasi necessitasse di una figura materna che lo proteggesse, dagli Austriaci prima, dai comunisti dopo, dai terroni successivamente e oggigiorno dagli immigrati e dal mostro di Strasburgo. Chi ha saputo tradurre questo in una sola parola,  ha colpito nel cuore il Nord; non lo ha sedotto facendolo innamorare e scatenando passioni ma semplicemente lo ha tranquillizzato come si fa con il lattante dandogli il biberon di latte caldo; ha soddisfatto un bisogno urlante e primario, soltanto potremmo dire che il latte nel biberon è stato riscaldato per bene e corretto con il liquore dell’intransigenza del decisionismo muscolare e della pseudo autarchia. La frustrazione del meridionale invece è una questione che riguarda la famiglia, i padri e i figli, nulla di più sacro. E’ un discorso per lo meno bi generazionale, la frustrazione che colpisce i padri che hanno fatto studiare i figli, anche a costo di sacrifici, e li vedono oggi disperati ancora in mezzo al guado e colpisce quei figli che pur essendo giunti ai più alti livelli dell’istruzione non riescono a soddisfare le aspettative di un futuro almeno decente, costretti a vivere in un contesto al confine con il terzo mondo pieno di inquinamento civile e ambientale, intriso di veleni che permeano la terra, l’aria, le anime stesse delle persone. Per decenni la periferia del regno ha tollerato, per puro amore di sopravvivenza, le satrapie partitiche, ha accettato dando quasi per naturale il connubio tra vassalli mafiosi e baroni della politica ha addirittura inventato figure di raccordo fra apparati dello Stato e criminali come se quasi si dovesse aiutare il sistema inserendo i tasselli mancanti. Chi ha promesso di tagliare le teste e i cordoni ombelicali che formavano questa rete di gestione del potere profetizzandone una nuova basata sul merito, e non sulla forza ha conquistato il Sud, ha scardinato la logica del conservatorismo ciclico e gattopardesco, ha avuto il merito di dare una qualche forma speranza a un popolo ormai ridotto al ruolo di plebe. Se tutto ciò potesse convergere verso una fattiva coesione di massa si aprirebbe un periodo decisamente nuovo e potenzialmente straordinario per il nostro paese. Tutto sarebbe bellissimo se si volesse credere alle favole. La realtà dei fatti e la quotidiana gestione del potere, da che mondo e mondo, hanno la capacità di distruggere anche le migliori intenzioni, svelare le peggiori delle illusioni inchiodandole a quelle regole universali e eterne che regolano il convivere degli uomini. Dalle città stato Sumere ad oggi, il comando spetta al più forte a chi oltre a sedurre e imbonire sa stringere le redini del popolo in poche parole a chi sa governare. Dunque siccome dobbiamo credere alle favole ci basterà dire che il Gatto e la Volpe si sono semplicemente spartiti la torta, questo ormai è chiaro. Mentre la Volpe padana non parla mai di meridione, se si esclude qualche comparsata nel lametino e nel reggino, il Gatto Napoletano non affronta le questioni che riguardano la piccola imprenditoria settentrionale (sebbene sia materia del suo dicastero), né si azzarda a guardare il lavoro dal punto di vista di chi il lavoro lo dà, intanto se la Volpe promette la flat tax mentre equipaggia la polizia con i taser, il Gatto giura che dal prossimo anno partirà il reddito di cittadinanza. Propaganda toujours. Ma coloro i quali si sono trovati uniti dal sentimento della frustrazione potrebbero domani trovarsi divisi dal portafoglio, chi spiegherà ai lavoratori settentrionali che i soldi sottratti dalla loro busta paga serviranno da un lato a stipendiare dei nullafacenti meridionali e dall’altro a finanziare la flat tax dei loro stessi datori di lavoro? Semmai dovesse presentarsi di nuovo lo spettro di una crisi economica o dovesse soffiare un leggero vento di recessione (i dati di oggi non sono esattamente promettenti) allora qualcuno dalla Toscana in su potrebbe cominciare a storcere il naso e riversare l’insofferenza che oggi è tutta per gli stranieri (immigrati, cinesi o tedeschi fa lo stesso) addosso ai redivivi terroni, ladri e fannulloni, e magari rispolverare qualche sopito sentimento antiromano. Dall’altro lato chi spiegherà ai giovanotti meridionali che il redditino, se arriverà, corrisponderà grosso modo ad una mancia e non gli permetterà mai, comunque vada, di avere accesso al credito bancario per esempio per ottenere un mutuo? Figuriamoci per avviare un’attività. Chi spiegherà che prima o poi le truppe cammellate e dunque anche gli onestissimi penta stellati avranno bisogno della loro mangiatoia? Chi dirà ai loro genitori che entrare nel circolo perverso del non-reddito=non-credito immancabilmente non potrà non influire sul valore del patrimonio immobiliare destinato a svalutarsi nei prossimi anni nel mezzogiorno come mai prima di oggi? Non si sarà mica così miopi da permettere che questo finisca in mano a quelle organizzazioni di persone che dispongono di elevata liquidità per vedere nascere domani la speculazione? Ce ne sarebbe abbastanza per porre le basi per una mezza guerra civile, se dal governo giallo-verde ascoltiamo solo promesse e proclami che difficilmente si realizzeranno. Perché parlare alla pancia o al cuore, e non alla ragione, è come quel concime potentissimo che fa crescere prima i frutti e porta il raccolto ma che maneggiato male può fare seccare l’orto, o peggio avvelenare il contadino