LA BREXIT E L’ECONOMIA EUROPEA.  INTERVISTA AL PROF. AUGUSTO SCHIANCHI

(a cura di Riccardo Campanini)

 1) Anche se la situazione politica è ancora estremamente incerta l’uscita della Gran Bretagna dall’U.E. sembra ormai irreversibile. Tra le varie soluzioni ancora sul tappeto, quale secondo Lei è preferibile per l’economia europea?

Ovviamente per l’economia europea la soluzione preferibile per l’Unione Europea è una soft Brexit, cioè un’uscita concordata, al fine di assicurare al rapporto con la Gran Bretagna un equilibrio simile a quello che viene oggi mantenuto con la Norvegia. La quale non è nell’Unione Europea, ma mantiene con essa una relazione corretta che avvantaggia tutte e due le parti. (Per inciso la Norvegia paga l’Unione Europea per intrattenere un rapporto di questo tipo). Per contro la situazione peggiore sarebbe una hard Brexit, nel qual caso la Gran Bretagna diverrebbe un paese “qualsiasi”, con la quale l’Unione Europea verrebbe ad intrattenere rapporti secondo le regole correnti del commercio internazionale. E’ evidente che la prima a rimetterci sarebbe la Gran Bretagna, che esporta in Europa il 50 percento delle proprie esportazioni. Sarebbe un danno anche per l’Unione Europea, comunque essa esporta “solo” nel Regno Unito il 15 percento delle proprie esportazioni. In sintesi sarebbe un danno per tutti, ma anzitutto per la Gran Bretagna.

2) Come si stanno attrezzando i mercati, e in particolare quelli italiani, alle nuove relazioni commerciali con la Gran Bretagna?

I mercati si stanno attrezzando in generale con l’aggiornamento dei software, nello specifico ciascun operatore si sta attrezzando a seconda delle proprie specificità. Credo lo stesso valga per gli Stati, sul piano dei rapporti diplomatici. In Italia è noto che l’Ambasciatrice inglese sta lavorando intensamente per poi proseguire con il minimo di disagi possibili. Il fatto più importante che la Banca centrale inglese ha già sottoscritto con la BCE (e con altre banche centrali) accordi tecnici di swap per mantenere la stabilità del mercato dei cambi, soprattutto in vista di una probabile svalutazione della sterlina.

3) A Suo parere è possibile, ed auspicabile,  che Londra e le altre grandi città britanniche trovino una qualche forma di partnership privilegiata con le principali aree metropolitane del continente, attenuando così gli effetti della Brexit?

Francamente accordi tra Londra e gli altri centri finanziari europei mi sembrano improbabili, almeno bella prima fase della Brexit. La Brexit è la Brexit, come ha rimarcato la Signora May, e su questo le autorità locali non possono farci nulla. Ovviamente le iniziative commerciali private non mancheranno per mantenere Londra come destinazione previlegiata dei turisti europei. Però ad oggi questo è un aspetto che potremmo definire secondario.

4) infine una domanda più strettamente politica: a Suo parere, il caos che si è creato in Gran Bretagna dopo il referendum del 2016 fungerà da deterrente ad altre eventuali uscite dall’UE o ci saranno comunque dei tentativi in questa direzione?

Distinguerei due aspetti. Sul fatto che l’uscita dall’Europa sia un disastro, nessuno ha dei dubbi, nemmeno gli Inglesi! Gli unici a sostenere la Brexit sono stati gentiluomini di campagna e le persone anziane, spaventate dall’immigrazione, che magari sognano un ritorno (impossibile) ai bei tempi dell’Impero. E poi l’ala destra del Partito Conservatore, ovvero la vecchia aristocrazia del Regno Unito, chiaramente disturbata da un Parlamento europeo che promuove una legislazione europea, ed una Corte di Giustizia “giudica” per l’appunto a livello europeo. Un secondo aspetto riguarda gli altri paesi europei in vista delle prossime elezioni. Qualche paese –come l’Italia- vogliono cambiare l’Europa (come… non è ancora dato di saperlo), e sotto traccia minacciano un’uscita dall’Europa qualora le richieste non venissero accolte. Non entro nel merito di un’uscita dall’Europa, che richiederebbe almeno un’altra intervista. Mi limito a segnalare il tono dei giornali inglesi, con esclusione di quelli di estrema destra, che sono rimasti fermi al 1945. Oppure parlare con i giovani, che già ragionano come europei, perché europee sono le loro relazioni. La via autarchica per un paese esportatore come l’Italia, sarebbe semplicemente un suicidio annunciato. Purtroppo poi nel dibattito politico di oggi ci sta tutto ed il suo contrario.