IL SILENZIO SULL’AFRICA:  “AIUTIAMOLI A CASA LORO?”

di Giorgio Campanini

Nel mezzo delle polemiche su TAV e flat-tax, reddito di cittadinanza e pensionamenti anticipati, un gelido silenzi sembra essere calato, da parte dell’Italia, sull’Africa e i suoi irrisolti problemi. Il volontariato, soprattutto quello cattolico (silenzioso e ammirevole) continua a fare la sua patre, in n silenzio rotto soltanto dalle periodiche notizie di uccisioni, rapimenti e saccheggi; ma questo accade nella sostanziale indifferenza delle istituzioni. Sembra che i problemi dell’Africa siano risolti (o meglio rimossi) dopo le drastiche misure per evitare gli sbarchi clandestini, che in passato tanto clamore avevano suscitato.  Vi sono due detti di uno dei protagonisti di questa nuova stagione della politica italiana – sulla quale, alla fine, giudicherà la storia – che appaiono emblematici di questo silenzio: da una parte, “aiutiamoli a casa loro” e dall’altra “prima gli italiani”. E’ evidente la contraddizione fra questi due detti, il secondo dei quali rinnega id fatto il primo…”Prima gli italiani” significa che, nel nostro Paese, sono molte le strade da costruire, le scuole da metter a norma, molti gli svantaggiati ai quali venire incontro. Questo “prima gli italiani” significa, di fatto, che posto per gli altri, Africa compresa, non vi sarà mai. E dunque “aiutiamoli a casa loro” significa, di fatto, “aiutateci a casa vostra”….

Come uscire da questo equivoco, da questo (solo apparente) bilanciamento di diritti e di doveri? Rispondere a questa domanda significherebbe domandare se, per caso, non si sia di fronte ad aree nelle quali manca il necessario e ad altre, come quelle italiane, in cui per la gran pare delle persone, si è immersi in un mare di “superfluo”  – anche se le persone non se ne rendono conto, forse perché mai hanno incontrato quella vera e drammatica povertà nei confronti della quale le nostre povertà sono veramente poca cosa…. Se ci si pone in questa prospettiva, subito si comprende l’inconsistenza dello slogan prima ricordato: mai, infatti, dando la precedenza ai veri o falsi bisogni degli italiani, sarà possibile attuare una vera, seria e continuativa azione di lotta alla povertà di aree come quella dell’Africa sub-sahariana.

Che fare, dunque? Spetta ai cittadini italiani- credenti e non credenti – “aiutarli a casa loro”, cosa che si sta facendo grazie al generoso volontariato di medici, docenti, missionari, facendo tesoro delle molte e belle esperienze già in atto e aiutandole e sorreggendole con la generosità di tanti oscuri ed ignoti cittadini italiani che, attenti alle cose dell’Africa, hanno compreso quanto forte e cogente sia il loro dovere di solidarietà. Nello stesso tempo, tuttavia, occorre anche un’azione sul piano  politico e sociale per sbarazzare il terreno da quell’equivoco che abbiamo denunciato nelle note introduttive di questa riflessione. Occorre gridar e ad alta voce che il “prima gli italiani” non può essere declinato in modo grettamente egoistico ma deve assumere una significato più vasto, quello di un “primato” che non rimanga rinserrato nelle ormai strette viuzze della vecchia Europa ma deve affermarsi anche nei più vasti orizzonti del modo, e specialmente, nel caso dell’Italia, di quelle aree a noi più vicine e nelle quali abbiamo operato (sia pure con tutti  i limiti del colonialismo) da circa 150 a questa parte.

Le imminenti elezioni europee potrebbero fornire l’occasione per questo “soprasalto di solidarietà”, così da fare dell’Italia, e dell’intera Europa, una mano amica tresa nei confronti di coloro che aspettano non di ricevere l’elemosina delle nazioni opulente, ma di essere aiutati – con gli investimenti, ma prima ancora con la cultura, con la sanità, con l’educazione alla convivenza civile – a diventare se stesse e ad occupare il loro posto nel mondo: a casa loro, ma con l’aiuto e la solidarietà di un’Europa e di un’Italia non immemori delle loro radici cristiane e dunque solidaristiche e fraterne.