di Giuseppe Iotti

E, appunto, tanto per cominciare, premetto che mi riferirò in questo articolo a quella parte del continente che è a sud dell’Africa mediterranea e a nord del Sudafrica, insomma: all’Africa “nera”.L’Europa da sempre ha collegamenti con l’Africa subsahariana, sia come scambio di beni pregiati, sia, purtroppo, a causa del commercio schiavistico. C’è stata poi l’epoca della colonizzazione quando, ad un certo punto, nessun paese dell’Africa subsahariana (e dell’Africa tout court, a dire il vero) era indipendente dal potere coloniale di questo o quel paese europeo, in primis Francia e Regno Unito. Le élite africane cominciarono a studiare in scuole rette da europei, nella lingua del paese colonizzatore, e si integrarono con la mentalità di quest’ultimo, per quanto possibile. La decolonizzazione in molti casi fu solo un wishful thinking, e per molti anni il legame con la forzata madrepatria restarono intensi. In realtà questa è la condizione ancora oggi dei paesi francofoni dell’Africa occidentale, i quali hanno tra l’altro monete a cambio fisso con l’Euro, come prima l’avevano col franco francese. Gli USA sono sempre stati piuttosto lontani, ed oggi stanno sviluppandosi legami commerciali forti con la Cina, che è anche un investitore in infrastrutture, e, per alcuni paesi, con l’India. D’altra parte, la stessa agricoltura in Africa è insufficiente a nutrire la popolazione, essendo ancora per lo più di sussistenza per la popolazione delle campagne: in Nigeria le città importano il riso, per quanto sia l’alimento nazionale, dall’India. Non parliamo della carne d’allevamento, dei tessuti, e di quasi tutti i beni intermedi. Questi in passato venivano tutti dall’Europa, ora maggiormente appunto dall’Asia.

Cosa produce ed esporta invece l’Africa? Sostanzialmente materie prime, a partire dal petrolio, ma anche tante altre ricchezze minerarie indispensabili all’economia dei paesi avanzati. Inoltre si produce cacao, oli vegetali, caffè, e tanti altri prodotti utili al resto del mondo. Va da sé che i proventi di queste esportazioni restano nelle mani delle classi dirigenti. Una parte delle quali ancora oggi ha estrazione militare, essendo le forze armate una delle più solide istituzioni africane, spesso tra le più capaci di ridurre gli effetti delle diversità etniche. Sì, perché un problema di fondo dell’Africa subsahariana è che vi sono tribù, o spesso grandi gruppi tribali, che si sentono diversi tra loro per cultura (la lingua franca è quella di chi a suo tempo colonizzava), spesso vivono mescolati tra di loro, e non si riconoscono nei confini tracciati nell’Ottocento dagli europei. Tuttavia, a settant’anni dalla decolonizzazione, è in atto un processo diciamo di assimilazione interna verso un’identità nazionale in diversi paesi che fa ben sperare per il loro futuro, sia pure che si perderanno valori etnografici. E che non vada esattamente nella direzione di una cooperazione a livello continentale, ma se le difficoltà le abbiamo noi in questo senso, figuriamoci loro.

Qui mi riaggancio ad un tema fondamentale rispetto ai rapporti tra il mondo dei paesi avanzati e l’Africa. Vi sono ormai milioni di volontari, ma anche di turisti, e qualche volontario/turista, che lamentano che, visitando questi paesi, trovano città orrende in espansione, e vedono estinguersi le culture tribali nelle campagne, montagne, foreste. In effetti è una perdita inestimabile di diversità, da questo punto di vista. Da un altro punto di vista bisogna però essere chiari. Ogni essere umano ha diritto alla salute, all’istruzione, al cibo, all’acqua, ad una casa ed un lavoro dignitoso. L’Africa piano piano si sta dunque dotando di scuole di vario grado, di presidi sanitari tra i quali ospedali piuttosto moderni, di distribuzione di energia elettrica e di acqua, di strade e ferrovie, qualche volta persino di sistemi fognanti. L’effetto di questo sviluppo è stato il crollo della mortalità infantile, il calo dell’analfabetismo, l’allungamento di una vita media che era brevissima, la sconfitta di alcune malattie endemiche, la riduzione della malnutrizione. Di cibo in Africa ne viene prodotto in una certa quantità, anche se insufficiente, comunque sono carenti i sistemi di distribuzione e conservazione, che richiedono strutture moderne, a partire dalle strade. Perché la produzione di cibo è insufficiente? Qualcuno sottolinea la presenza di colture estensive utili solo all’esportazione. Ma il grosso della risposta è: perché nelle campagne la maggior parte dei contadini utilizza metodi di coltura arretrati (anche estremamente arretrati) che sono a malapena sufficienti a nutrire la sua famiglia, e non reggono alle periodiche crisi climatiche, oggi più frequenti, ma che da sempre determinano carestie (si pensi all’Etiopia di Menghistu). Poiché l’effetto del progresso sanitario al momento sta è un forte aumento della popolazione, buona parte di questo si scarica sulle città, e non può essere altrimenti. Se l’agricoltura non è produttiva, i campi sono non reggono la sovrappopolazione. La prospettiva di un’educazione sessuale che riduca le nascite c’è, ed osservatori prevedono (io condivido) che entro il 2050 i tassi caleranno parecchio, per cui il contributo africano sarà tale da non far superare alla popolazione mondiale i nove miliardi. Per il momento non esiste alternativa ad emigrare in città, per possibilmente esercitare dei lavori che diano un reddito decente. Questi ragazzi hanno imparato nelle scuole rurali a leggere, scrivere e parlare la lingua nazionale. Che la struttura economica e sociale si avvicini a quella del resto del mondo non solo è inevitabile, ma è complessivamente desiderabile, se non si vuole che gli africani restino sì oggetto di etnologia e turismo responsabile, ma muoiano presto, magari da neonati, restino analfabeti, bevano acqua sporca e mangino peggio, si arrabattino nelle campagne magari in mezzo a siccità ed inondazioni per mancanza di strutture economiche che ne riducano gli effetti, e cooperanti e missionari tuonino contro ingiustizie che ci sono, ma tutto questo resti flatus vocis. Che corso avrebbe avuto l’Africa subsahariana se non vi fossero state colonizzazione (e schiavismo) resta un’incognita che non avrà mai risposta. La storia è anche strana: si pensi che alcune genti nere colonizzarono l’Africa del Sud quando lì c’erano già i boeri. Che l’impero abissino fieramente indipendente nella seconda metà dell’Ottocento non faceva che chiamare stranieri per infrastrutturarsi, sia pure che intelligentemente li voleva da nazioni deboli: greci, ebrei, armeni e… italiani.

E’ curioso che oggi si parli di neocolonizzazione cinese, quando la Cina in sostanza sta finanziando e realizzando infrastrutture indispensabili che la cooperazione con l’Europa non è riuscita a fare. Ha inoltre i prodotti che l’Africa può permettersi di comprare, ma in questo è nostra sorella: ci produciamo forse noi da soli telefonini e televisori? E che dire del Congo belga, che fu lasciato dai colonizzatori senza aver laureato nessuno, ed esclusivamente le infrastrutture strettamente necessarie per lo sfruttamento delle materie prime? A me sembra molta cattiva coscienza, se non ipocrisia. Dopo di che, questa situazione è lontana da essere quella ideale: l’ideale sarebbe che l’Africa innescasse davvero un meccanismo di autosviluppo, ma è quello che faticosamente sta accadendo. Alcuni paesi africani, anche poveri di materie prime come l’Etiopia, stanno crescendo con ritmi superiori a quelli già alti di alcuni paesi asiatici. Non è un caso che alcune di queste nazioni non offrano un gran contributo all’emigrazione e in Angola ormai sono più i bianchi che entrano (o rientrano) che i neri che escono.

E qui veniamo all’ultimo tema, quello delle migrazioni. E’ in atto una discussione, negli ambienti che non riducono il problema puramente all’odio e disprezzo per il diverso, su quali siano le ragioni reali del flusso migratorio dall’Africa all’Europa: economiche? Politiche? Personalmente ritengo che la prima causa dell’immigrazione in Europa, e particolarmente nei paesi mediterranei, sia la epocale crisi demografica cui sono soggetti. Io faccio l’imprenditore e non trovo personale operaio, anche specializzato. Le classi giovanili sono la metà di quando ero giovane io, e per lo più studiano almeno alle superiori, in gran parte puntando ad un lavoro d’ufficio. Da quando c’è la rivoluzione industriale in queste situazioni c’è stato spazio naturale per l’immigrazione, spesso favorita, come in ampi intervalli di tempo negli USA, e attentamente gestita, come avveniva ed avviene in Svizzera o Germania. Accade poi che molti dei figli degli stranieri che fanno massacranti mestieri nelle stalle aspirino a lavorare nelle fabbriche, i loro figli negli uffici, per poi realizzare sogni quali quelli del premier irlandese di origini indiante, ed il sindaco di Londra pachistane.

Venendo a noi, il grosso dell’immigrazione in Italia viene da altri paesi europei, in primis quello comunitario che dalla Romania. Che poi questo paese latino sia fuori da Schengen per via dei Rom, la dice lunga su quanto la nostra civiltà sia superiore a quella extraeuropea. Il contributo africano è molto evidente per via del colore della pelle, così come quello dall’Africa settentrionale, per via della diversa religione, ma i numeri parlano, sia pure che a livello popolare si creda che i clandestini siano talmente tanti da stravolgerli, ed il popolo oggi governante con la figura di Conte creda che gli stranieri in Italia siano almeno il doppio di quelli che sono. L’Italia poi ha rimosso la questione, limitandosi a legislazioni restrittive (quelle tanto criticate dalla Lega le ha fatte a suo tempo la Lega), ma non è stata capace di affrontare la questione in modo proattivo come ha fatto buona parte dell’Europa, dato il nostro disordine mentale che risale probabilmente ai tempi delle migrazioni primordiali. Nel momento in cui si impedisce di fatto in modo generale e generico quasi tutta l’immigrazione di extracomunitari (esclusi svizzeri ed americani che vengano a spendere qui la pensione), quando nelle fabbriche non sai chi assumere, a mio avviso è detto tutto. Ciò detto, appunto, l’immigrazione in Europa degli africani ha cause tanto economiche quanto politiche. Riguardo a questo, in Africa ci sono regimi inaccettabili, però anche l’Europa quanto a questo ultimamente si sta dando da fare, guardiamo alle democrazie russe e ungheresi, alle aspirazioni delle prorompenti forze populiste ancora all’opposizione, e mettiamoci pure i bianchi Erdogan e Al Sisi, che sono nostri amici e vicini di casa. Io del resto, se la piattaforma Rousseau governasse davvero, emigrerei. Un ultimo elemento su cui riflettere è che un giovane africano per attraversare il deserto quattro soldi li deve avere, se poi glieli devono scucire i Tuareg, i Tebu e compagnia cantante (davanti ad un bel fuoco etnico, mentre un gruppo di neri schiavizzati per qualche anno si dà da fare in cucina). Perciò che si emigri per fame per lo più non corrisponde a verità: l’affamato è già tanto se arriva vivo nelle terribili periferie di Kinshasa o Nairobi. Si emigra per la stessa ragione per la quale lo si è sempre fatto, italiani a suo tempo compresi: per trovare un mondo migliore per sé e soprattutto per i propri figli.