Lo scorso 19 marzo al nostro “storico” socio e collaboratore Franco Pizzarotti e a sua moglie Teresa è stato consegnato il Premio “San Giuseppe – valori affettivi, culturali e sociali vissuti nel quotidiano”. Ecco di seguito l’intervento  tenuto nell’occasione da Arnaldo Conforti

Vorrei innanzitutto condividere con voi la mia gioia per questo importante riconoscimento attribuito a Teresa e Franco. Ho avuto la possibilità di trascorrere due decenni fianco a fianco, pressoché quotidianamente, con Franco ed essendo quindi un “testimone molto informato dei fatti” posso affermare che si tratta di un premio/riconoscimento meritatissimo.

Non solo per le opere ma anche e soprattutto per il rispetto e l’attenzione sempre mostrato verso ogni persona, per la coerenza e l’etica che ne hanno caratterizzato la sua presenza e per l’equilibrio con cui ha saputo gestire situazioni complesse.  Si tratta di uno stile  di cui mi sono nutrito ed arricchito. Ho già avuto modo proprio per questo di ringraziarlo, ma colgo questa occasione  per rinnovargli la mia gratitudine.

Insieme a Franco siamo partiti quando le cose andavano “così così” e dopo venti anni di assiduo impegno siamo arrivati a quando “vanno ben peggio”.

È  consapevolezza   ormai   diffusa che siamo ben lontani dal lavoro di comunità/dal lavoro sociale

dei cosiddetti anni “pre crisi” che era volto ad includere una minoranza di persone prive di mezzi (materiali principalmente, ma  non solo)all’interno di una società che tutto sommato “teneva”,

pur con i suoi evidenti difetti.

Già da qualche anno si tratta di includere una maggioranza di cittadini in condizioni di in-fra-gi-li-men-to/ vulnerabilità  diffusa” .

Nella nostra città , a fianco di un 4/5 %  che già vive in una condizione di difficoltà conclamata,

un “drammatico” 30% , (fonte Praxis) pur partendo da una condizione economica “normale”,

sta scivolando verso una condizioni di disagio  a fronte di eventi che fino a pochi anni fa appartenevano alla sfera della naturalità dello svolgimento dell’esistenza, e che oggi provocano nelle persone  “uno stato di inquietudine  e di bisogno”  soprattutto a causa della mancanza di legami sociali.

 

Pensiamo ad esempio:

  • a coppie che passano improvvisamente dal poter contare su due genitori in grado di accudire i nipoti al fare i conti con anziani da assistere;
  • a donne separate con figli con scarse reti parentali e sociali;
  • per non dimenticare i padri …. Che non sanno dove incinrare i figli…
  • alla situazione di anziani che invecchiano senza avere figli in grado di sostenerli;
  • all’insorgere improvviso di una malattia o di una situazione di invalidità permanente in chi rappresenta la principale fonte di reddito in famiglia;
  • all’uscita, pur temporanea dal mercato del lavoro di persone sui 50 anni;
  • potere acquisto sempre più debole delle famiglie con più figli;
  • alle famiglie che non sanno dove tenere i figli quando finiscono le scuole
  • alla preoccupazione, … per rischio perdita lavoro….
  • Alle famiglie che hanno un familiare con malattia
  • A chi vive la sensazione di precarietà rispetto alla sicurezza di servizi essenziali
  • A chi viene dimesso dall’ospedale ma a casa non ha nessuno ad attenderlo e non è ancora al meglio

Un  “parmigiano” su tre vive una condizione di più o memo marcata sofferenza

 

Possiamo fare finta di niente e sperare con il tempo che la situazione migliori?

In caso negativo, dobbiamo porci un’altra domanda

Possiamo pensare che si possa delegare tutto ai servizi  sociali pubblici?

 

Se diamo ancora una risposta negativa, occorre che siamo ben consapevoli che sfida è duplice:

 

  • la prima: occorre costruire le condizioni affinchè ogni persona, che vive una situazione di difficoltà possa avvalersi di una rete di prossimità; in grado di sostenerla soprattutto relazionalmente . Questo è il principale bisogno o comunque un bisogno fondamentale di quel 30 % di cui stiamo parlando

 

  • la seconda : convincere ogni nostro concittadino, o quanto meno molti il più possibile,  di sentirsi parte di una  comunità dalla quale può ricevere dalla quale può, può, ricevere ma soprattutto alla quale può e deve (ripeto) alla quale può e deve donare piccole azioni quotidiane che formano la ricchezza della comunità ovvero il suo il capitale sociale.

 

Premesso ed affermato con chiarezza che la corresponsabilità del cittadino non costituisce presupposto per il pubblico in alcun modo di ridurre la propria responsabilità, ma esprime la volontà di associarsi e condividere competenze e risorse per affrontare elementi di criticità sorge spontanea un’ altra domanda: costruire una rete di prossimità attorno ad ogni persona in difficoltà e convincere i nostri concittadini a riconoscersi in una comunità e sentirsene  e coresponsabili  sono obiettivi realistici?

Io come immaginerete credo invece di si, quantomeno sono convinto che sia una partita giocabile!

Perche? Dico si, perché in questi anni proprio con Franco abbiamo sperimentato con successo esperienze che vanno in questa direzione: Emporio, Ciac, Parmanonspreca, Munus, Parmafacciamosquadra, Accordi di comumita, Punti di comunità, solo per fare esempi

Dico si  perché quando sono stati fatti  appelli ai cittadini perché dessero un lo contributo concreto ci sono state risposte superiori alle aspettative : per i laboratori compiti, per insegnamento italiano agli stranieri, per fornire forme di sollievo ai carcerati e alle loro famiglie, per attivare forme di accompagnamento alle persone sole  ecc…. solo per citare le ultime esperienze

Dico si perché se mi volto indietro e riguardo gli ultimi 10 anni, e ripenso ai percorsi e alle esperienze intraprese  e alle tante sperimentazioni condivise  constato  che l’integrazione e complementarietà tra Pubblico e Terzo Settore, tra sociale e sanitario, tra realtà formali ed informali è in forte crescita

 

Dico si perchè ci sono ulteriori elementi di contesto, quali ad esempio:  una   fondazione bancarie  con una forte propensione sociale, un’ Univeristà determinata nel perseguire la cosidetta “terza missione” mettendosi concretamente  a disposizione della comunità  ed imprese che si stanno sempre più occupando RSI in modo concreto e fattivo

Ed infine dico ancora si perché non vedo alternative

Sinceramente è l’unica strada che abbiamo!

 

Me ne convinco ulteriormente quando ripenso alle parole di una eminente figura del secolo scorso: “Il mondo è quel disastro che vedete non tanto per i guai combinati dai malfattori, ma per l’inerzia dei giusti che se ne accorgono e stanno li a guardare.”

 

 

Lo sforzo a cui siamo chiamati in questi anni si gioca in una dimensione culturale, di responsabilità civica ed umana  che va abilitata e che  va coltivata.

 

Uno sforzo che ci chiama TUTTI ogni giorno in causa nelle nostre dimensioni di vicini di casa, di colleghi, di amici, di parenti, di parrocchiani e naturalmente di lavoratori.

Si pensi in quanti modio modi diversi si può fare l’insegnante, il medico, il giornalista, il bancario  ma anche il panettiere , l’autista dell’autobus (solo per fare alcuni esempi, ma vale per tutti)

 

E’ proprio in questa dimensione di abilitatazione , di coltivazione della responsabilità civica

che vedo il ruolo fondamentale in questo momento storico del Volontariato organizzato.

Sfidare il cambiamento culturale è condizione “sine qua non”  per cercare di incidere sugli atteggiamenti/comportamenti di tutti verso la comunità di appartenenza.

Come? Cerco di spiegarmi meglio

Pur essendo in un territorio fortunato,  la Lombardia e l’Emilia Romagna sono le regioni in cui il volontariato è maggiormente praticato (e Parma è una delle provincie della nostra regione a maggiore diffusione ). Il volontariato oganizzato oggi è costituito dal 3% della popolazione adulta.

Questo 3% è impegnato a garantire da sempre, solo per esempio: l’autosufficenza territoriale del sangue, il trasporto degli ammalati, la  cura di chi non dispone di  casa e cibo, l’assistenza ai familiari dei carcerati,  il soccorso a chi ha subito violenza, l’accoglienza ai migranti appena arrivati, l’organizzazione della protezione civile e mille altre problematiche. Questo scenario ci evidenza che  non è pensabile che possa direttamente farsi carico di quel 30% di cittadini vulnerabili emerso in questi ultimi anche se in parte ed in modo significativo lo sta facendo.

In questo specifico ambito il volontariato sta svolgendo in questi anni un ruolo culturale e formativo insostituibile promuovendo ed allestendo luoghi in cui cittadini, potenziali nuovi volontari o comunque persone  potenzialmente “cittadini responsabili”  possono  essere attratti a svolgere azioni che hanno, seppure a loro insaputa, il fine ultimo di permettere loro di scoprire la ricchezza che deriva per se e gli altri (binomio inscindibile) nel generare bene comune.

Alcuni esempi tra i più recenti: le 48 ore dell’ anolino di Parmafacciamosquadra, i 70/80 ragazzi che ogni sera  sono volontari alla festa multiculturale,  gli oltre duecento ragazzi che ogni estate partecipano ai campi di volontariato, le esperienze di volontariato aziendale intraprese da  con un numero crescente d’imprese, le chiamate per le collette alimentari, ecc.

Queste attività che ad un occhio un po’ disattento, possono sembrare estemporanee,  sono in realtà delle preziose scuole esperienziali di comunità.

Sono luoghi preziosi.

Sono luoghi fondamentali.

Scoprire la ricchezza della relazione d’aiuto, provare su stessi il piacere di rendersi utili,  rendersi conto che anche attraverso un  proprio piccolo/grande contributo si può rendere  “il mondo un pò migliore” , sono il VIATICO INDISPENSABILE affinchè ognuno  possa intraprendere impegni continuativi e “durare nel  tempo”

Su questo genere di luoghi dovremmo investire con ancora maggiore convinzione perché la sfida è convincere ogni nostro concittadino di essere parte e responsabile della propria comunità perché proprio come afferma  d. Ciotti:

 

“La povertà (intesa in senso ampio)  non è una colpa e neppure una sfortuna.

È una «malattia», la malattia del nostro tempo.

Occorre curarla con le misure appropriate e l’urgenza necessaria.

Se non lo si fa si è davanti ad una vera e propria omissione di soccorso, cioè ad un reato”

E come ci ricorda un altro grande del Novecento:

“Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”.