LA MEMORIA DEL PASSATO E LE SFIDE DEL FUTURO

di don Antonio Sciortino (già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale)

Pubblichiamo la Relazione tenuta lo scorso 13 marzo nel corso dell’incontro conclusivo del Comitato Promotore per la ricerca su “ Concilio e postconcilio a Parma”,

 

Ringrazio, innanzitutto, per questo invito a riflettere con voi sul concilio Vaticano II, a sessant’anni circa dal suo inizio, e sulle sfide che esso rappresenta per il futuro della Chiesa. Concilio che tanti cattolici, forse troppi (gerarchia inclusa), hanno accantonato troppo rapidamente, per non rimettersi in gioco. E vivendo questi anni del dopo Concilio in Italia – come ha scritto il teologo don Giulio Cirignano, – come una “mesta elaborazione del lutto”.Eppure, il concilio Vaticano II – come ben sapete voi che l’avete vissuto, studiato e rilanciato tramite incontri, sfociati in questi due densi e ricchi volumi su come il Concilio è stato attuato nella realtà di Parma  – è stato un evento unico, straordinario. La più grande rivoluzione nella storia della Chiesa. E’ stata una “primavera dello Spirito”, una ventata di ottimismo per un’istituzione per secoli immobile, chiusa come in una fortezza. Un evento, quello del Concilio, che non ha cambiato soltanto il volto della Chiesa, ma ha dato una speranza al mondo. E che non è stato estraneo al progresso dell’umanità.Fu il primo esempio di vera “globalizzazione”. Per la prima volta nella storia della Chiesa si riunirono a Roma tutti i vescovi provenienti da ogni angolo del mondo. Erano più di duemila. Questa esperienza permise ai vescovi di potersi conoscere e di mettere in comune i rispettivi problemi, ma anche la ricchezza delle rispettive tradizioni e culture. Una testimonianza della cattolicità della Chiesa. Ma anche una testimonianza di fraternità. Il Concilio vide anche la presenza di rappresentanti delle Chiese ortodosse e protestanti, non più chiamati “scismatici” ed “eretici”, ma “fratelli”. E lo stesso avvenne nei confronti degli ebrei, dopo anni di accuse e antisemitismo.

Il Concilio, ancora oggi,  non lascia né può lasciare indifferenti. Sia tra chi cerca di rilanciarlo; sia tra chi, invece, l’ha contestato e continua a non attuarlo, guardando con nostalgia al passato. E’ significativo che quanti, oggi, contestano il magistero di papa Francesco, sono gli stessi che hanno contestato e non attuato il Vaticano II. Francesco, tra gli ultimi pontefici, è quello che non ha preso parte al Concilio, né come vescovo né come consulente, ma è colui che lo sta rilanciando con più forza, e nel suo spirito più genuino e innovativo. Come possiamo comprendere da due espressioni, cui fa continuamente riferimento: “la Chiesa in uscita” e “il popolo di Dio”. La “rivoluzione” e il rinnovamento della Chiesa di papa Francesco affondano le radici nel concilio Vaticano II. Lo stesso stile di povertà e sobrietà, che egli applica sé stesso e che vorrebbe estendere a tutta la Chiesa, ci richiama il famoso Patto della catacombe, siglato da una quarantina di padri conciliari, pochi giorni prima della chiusura del Concilio. In quel Patto, siglato dopo una celebrazione nelle catacombe di Domitilla a Roma, si impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli del potere e ai privilegi, e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Chiedevano a Paolo VI di fare suo il Patto ed estenderlo a tutti i pastori, ma non se ne fece nulla. Paolo VI ebbe un compito di difficile equilibrio: per i tradizionalisti era considerato eccessivamente progressivo; i progressisti lo avrebbero voluto meno tradizionalista. Questa tensione è durata negli anni del dopo Concilio. Padre Bartolomeo Sorge, nel 2010, ha dedicato un libro alla Chiesa dal Vaticano II a oggi, dal titolo La traversata. In esso egli afferma che il Concilio ha tracciato una rotta ben precisa, nonostante le ricorrenti nostalgie e i tentativi di invertirne il percorso. La “barca di Pietro” è in mare aperto, sballottata dalle onde, che oggi sono il secolarismo, l’indifferenza religiosa e il relativismo etico, ma la direzione è segnata. Indietro non si torna. Nonostante i rigurgiti di una mentalità clericale, dura a morire, che non favorisce la piena assimilazione degli insegnamenti del Concilio. Come, ad esempio, sui laici e laicità. Semmai, oggi, per la barca di Pietro – scrive padre Sorge – c’è bisogno di una nuova generazione di traghettatori, che abbiano più coraggio. E che siano più profeti che diplomatici. Il pericolo del clericalismo è uno dei temi su cui tanto insiste papa Francesco, che lo considera “un male della Chiesa”. Sono tante le citazioni al riguardo. Ne riporto soltanto due: la prima è quella fatta a Santiago del Cile (gennaio 2018), parlando ai vescovi. “Il clericalismo risulta una caricatura della vocazione ricevuta. La mancanza di consapevolezza del fatto che la missione è di tutta la Chiesa e non del prete o del vescovo, limita l’orizzonte. E, quello che è peggio, limita tutte le iniziative che lo Spirito può suscitare in mezzo a noi. Diciamolo chiaramente: i laici non sono i nostri servi, né i nostri impiegati. Non devono ripetere come pappagalli quello che diciamo”. L’altra citazione è tratta da un libro-conversazione di papa Francesco con padre Fernando Prado, missionario clarettiano (agosto2018), dal titolo La forza della vocazione. La vita religiosa oggi (Dehoniane): “Una delle conseguenze di una cattiva formazione che più mi preoccupa è il clericalismo. Non c’è dubbio che sia una delle perversioni più gravi della vita consacrata. E’ una perversione in quanto perverte quella che è la natura della Chiesa, del santo popolo fedele di Dio”. Il Papa indica il clericalismo come la “radice” di molti problemi. “Anche dietro ai casi di abusi, oltre che ad altre immaturità e nevrosi, si trova il clericalismo”.

 

“Chiesa che si apre al mondo”

In qualche modo, abbiamo fatto cenno a due temi fondamentali del Concilio, che furono una “rivoluzione copernicana” nella Chiesa. Mi riferisco all’apertura della Chiesa al mondo e al concetto di Chiesa come popolo santo di Dio.La Chiesa vive nella storia, che è unica. Non esiste una storia laica e una storia religiosa. Il Concilio ha segnato l’apertura della Chiesa al mondo e alle sue realtà, in dialogo con tutti gli uomini di buona volontà. Una prospettiva nuova e rivoluzionaria. Non è più l’umanità che è al servizio della Chiesa, ma è la Chiesa che si mette al servizio dell’umanità. La Chiesa non ha solo da dare al mondo, ma anche molto da prendere da esso “Parecchi elementi di verità si trovano anche al di fuori di essa, presso le religioni non cristiane e persino i non credenti” (GS). Ma, soprattutto, è una Chiesa che cammina nella storia, accanto al’umanità, soprattutto quella più dolente, come leggiamo nelle prime parole della Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”.

Chiesa “popolo santo di Dio”

Allo stesso modo, l’altra rivoluzione copernicana, fu il concetto di Chiesa “popolo di Dio”. Non più una Chiesa come “società perfetta”, che si identificava nella sola gerarchia, ma un nuovo concetto di Chiesa come “mistero” e “sacramento”. La Chiesa come “popolo di Dio” mette al centro la comunità. Ha forma circolare e non più piramidale com’era prima, che aveva in cima la gerarchia che dall’alto calava ai fedeli tutto ciò che dovevano fare, dire e pensare.La Chiesa popolo di Dio riscopre, soprattutto, il ruolo dei laici nella Chiesa e nella società. Non più dei semplici esecutori della volontà della gerarchia. Ma il Concilio ne riconosce la vocazione e la dignità, in forza del comune battesimo, della chiamata alla missione e alla santità. Tutti uguali nella Chiesa popolo di Dio, in quanto battezzati e partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, pur con diversità di ruoli e mansioni. Inoltre – è questo l’altro grande cambiamento – non è più il popolo al servizio della gerarchia, ma è la gerarchia che si mette al servizio del popolo di Dio. Al centro e non al di sopra, O, per dirla con le parole di papa Francesco, “il pastore deve avere addosso l’odore delle pecore”. Non sta né a monte né a valle del gregge, ma in mezzo. Certo, poi, la gerarchia ha diritto all’ultima parola nella Chiesa. Ma, come ricorda monsignor Bettazzi, l’ultimo vescovo vivente tra quelli che hanno partecipato al Concilio, l’ultima parola è tale, se prima ne sono state dette tante altre.

Il ruolo dei laici nella Chiesa

Sul ruolo dei laici nella Chiesa c’è ancora tanto cammino da fare, rispetto alle indicazioni conciliari. Non c’è stato quel “salto di qualità”, nella piena corresponsabilità all’interno della Chiesa,  tanto auspicato dal Concilio. Per molti aspetti, forse, si è regrediti. Non c’è ancora piena fiducia tra clero e laici. Pur essendoci stati passi in avanti, soprattutto a livelli di movimenti e associazionismo, permane tuttora un clima di diffidenza verso i laici. In particolare verso le donne, considerate più “come portatrici d’acqua”, che per il loro “genio femminile”, espressione, quest’ultima,  usata da Giovanni Paolo II nella Lettera alle donne. I laici non hanno voce in capitolo nelle decisioni importanti che riguardano la comunità ecclesiale. Prevalgono ancora, nei loro confronti, i concetti di “gregari”, “tappabuchi”, “delegati del clero”. Se non addirittura “minorenni nella fede” o “cristiani di serie B”, coi quali vige un rapporto paternalistico. La Chiesa, ancora oggi, è “clero-centrica”. Tutti i soggetti sono subordinati a quello ordinato. Il mondo dei laici e della laicità non è rispettato nella sua libertà e autonomia. Purtroppo o per fortuna, l’attuale carenza di clero sta accelerando la riflessione del ruolo dei laici nella Chiesa. E’ un’“emergenza funzionale”. Si fa, ora, per necessità quel che si sarebbe dovuto fare, da anni, per scelta e convinzione. Ma la fatica nell’attuazione è ancora tanta. E non sempre se ne comprende la necessità e l’urgenza. Siamo ben lontani dalla concezione che già don Primo Mazzolari aveva nei confronti dei laici, che considerava le “avanguardie” di una “Chiesa in uscita”.

Mi piace citare al riguardo – visto che giochiamo in casa – un bel libro che il  professore Giorgio Campanini ha scritto assieme a don Saverio Xeres, dal titolo Manca il respiro (editrice Ancora). Per dire come oggi nella Chiesa non si attiva quel polmone laicale, “grande serbatoio di energie spirituali” di cui la Chiesa è dotata, accanto a quello “magisteriale”. “Che i laici siano, oggi, più ascoltati che in passato, non vi è dubbio, soprattutto nelle Chiese locali”, scrive Campanini (Vita Pastorale, marzo 2018). “Ancora debole, invece, è l’attenzione a livello nazionale. Ad esempio: non è mai stato costituito il Consiglio dei laici, pur raccomandato dal Concilio (Apostolicam actuositatem 26); i convegni ecclesiali sono prevalentemente luoghi di ascolto, più di relazioni che di dibattito; le assemblee della Cei vedono riuniti i soli vescovi, con limitatissime presenze dei laici… Nelle varie Chiese locali, spesso i laici sono ignorati. In generale, si preferiscono i laici ossequiosi e obbedienti, piuttosto che quelli pensanti e critici”. Sarà, forse, per tutte queste situazioni che papa Francesco, nella lettera inviata al cardinale Ouellet, nel marzo 2016, ha scritto, cuna punta di ironia: “Da tempo si dice che nella Chiesa è l’ora dei laici, ma sembra che l’orologio si sia fermato”.

Un concilio Vaticano III?

Se per Francesco l’orologio del tempo dei laici è fermo, a suo tempo il cardinale Carlo Martini, in intervista al Corriere della sera, dichiarò che “la Chiesa cattolica è indietro di duecento anni”. Quell’intervista che Martini, tre settimane prima di morire, rilasciò a Georg Sporschill (il gesuita austriaco, autore con lui di un libro di grande successo, Conversazioni notturne a Gerusalemme), è una sorta di “lascito spirituale”; quasi un testamento che tanto fece dibattere, suscitando qualche polemica all’interno della Chiesa. Davvero la Chiesa era così in ritardo sui tempi, come diceva Martini? Qualcuno ha voluto vedere in quelle parole la richiesta di un nuovo Concilio, un Vaticano III. A mio parere, in quell’espressione c’era l’amarezza per un’opera rimasta incompiuta. Il Vaticano II, dopo la ventata d’entusiasmo dei primi anni del dopo Concilio, ha proceduto con molta lentezza, tra mille ostacoli, nostalgie del passati e anche tradimenti dello spirito conciliare. Tante questioni sono rimaste aperte, senza una risposta. E in più la Chiesa ha perso l’ottimismo, la freschezza e lo slancio che la caratterizzavano negli anni del Concilio. Ha perso il passo con la storia. Oltre a tanta credibilità. E non solo per gli scandali della pedofilia nella Chiesa. Dalle parole del cardinale Martini emergeva una Chiesa stanca e invecchiata. Appesantita da un apparato burocratico e ipertrofico, da riti e anche abiti pomposi. Una Chiesa in difficoltà a riaccendere quella brace di amore che covava sotto una coltre di cenere. E incapace a rinnovarsi e a essere guida per le nuove generazioni, con uomini “liberi e responsabili”, e più a servizio del prossimo”. Per vincere questa “stanchezza” della Chiesa, Martini aveva indicato tre vie da intraprendere, sulla scia del Vaticano II: quella della Parola di Dio, della conversione e dei sacramenti. Allo stesso modo, aveva indicato alcuni temi che attendevano d’essere chiariti con urgenza. Tra questi: la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell’ortodossia. E, più in generale, il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, il rapporto tra democrazia e valori, tra leggi civili e legge morale”.  Martini invocava, all’interno della Chiesa, uno spirito di maggiore collegialità e sinodalità, come aveva chiesto il Concilio. E pensava a uno strumento “collegiale, universale e autorevole” che si riunisse per un congruo periodo, per affrontare con libertà e nel pieno esercizio della collegialità episcopale, “temi scottanti”. In vista del bene comune della Chiesa e dell’umanità intera. Nelle settimane scorse, alcune voci autorevoli nella Chiesa – tra questi l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice ed Enzo Bianchi fondatore di Bose – hanno ripreso questa idea e lanciato la proposta di un Sinodo della Chiesa italiana per affrontare la grave crisi di questa nostra società sempre più sfilacciata o “liquida” come direbbe il filoso polacco Bauman. “Un Paese a rischio involuzione morale, sociale, economica e politica”, come ha sintetizzato Gianfranco Brunelli  sul Regno (4/2019). Un Sinodo per l’Italia per esprimere quale testimonianza cristiana e quale responsabilità devono assumere i cristiani nella vita pubblica.

 La sinodalità: dimensione costitutiva della Chiesa

Ne abbiamo fatto cenno, ma sul tema della sinodalità papa Francesco si sta spendendo molto. Sinodalità non è un semplice modo di essere Chiesa, ma una dimensione costitutiva della Chiesa. Come Francesco ha chiaramente detto nel discorso per il 50.mo anniversario del Sinodo dei vescovi (17 ottobre 2015). La Chiesa è “costitutivamente sinodale”. Tanto la natura missionaria quanto quella sinodale appartengono alla natura della Chiesa. E le due dimensioni sono correlate tra di loro. Anzi, la dimensione sinodale è vincolante per la missione della Chiesa, perché essa non può che attuarsi se non in termini di “camminare insieme”, con tutto ciò che questa espressione intende. “Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto”, afferma Francesco, “nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire. È un ascolto reciproco in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, Collegio episcopale, Vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli dice alle Chiese (Ap 2,7)”. Non esiste, quindi, Chiesa sinodale senza il coinvolgimento di tutta la Chiesa e dei soggetti che agiscono nella Chiesa. E’ quanto papa Francesco ha cercato di applicare, con un’ampia consultazione di tutto il popolo di Dio, nei tre Sinodi finora celebrati. Ed è, soprattutto, quanto ha ben esplicitato nella recente Costituzione apostolica Episcopalis communio, dove si dice con chiarezza che l’ascolto del popolo santo di Dio non è facoltativo. Altrimenti, come afferma il teologo Dario Vitali, “mancherebbe il primo momento del processo sinodale, che è l’ascolto di ciò che lo Spirito dice alla Chiesa nel momento della profezia”.

Le sfide del mondo moderno

Le sfide che la Chiesa è chiamata ad affrontare non sono poche, né semplici. Richiedono pensiero, riflessione e discernimento. Ma anche audacia e creatività nel ripensare obiettivi, strutture, stili di vita e metodi di evangelizzazione. I tanti aspetti della crisi odierna consideriamoli come i “segni dei tempi” che siamo chiamati a cogliere e interpretare. Papa Francesco ci invita a non cedere al “pessimismo sterile”. “I mali di questo mondo – e quelli della Chiesa – non dovrebbero essere scuse per ridurre il nostro impegno e il nostro fervore. Consideriamoli come sfide per crescere” (Evangelli gaudium 84).Noi oggi siamo chiamati ad annunciare e testimoniare il Vangelo in una società in rapida evoluzione. Intanto, non siamo più nell’era della cristianità e la società non è più cristiana.  In una recente intervista al  Corriere della sera, il cardinale Gianfranco Ravasi ricordava come “segno dei tempi” che, attualmente, noi cattolici e credenti siamo una minoranza in Italia e nell’Occidente. E’ una realtà di cui dobbiamo renderci conto e accettarla. “Molti ecclesiastici lo rifiutano, e quando lo dici ti fermano”, continua Ravasi. “Vivono come se ancora fossimo in quei Paesi, dove la domenica mattina suonavano le campane, e la gente accorreva a messa. Oggi prevale l’indifferenza e l’irrilevanza del fenomeno religioso. Non è un rigetto del sacro o del trascendente, non è un rifiuto aggressivo: gli atei conclamati ormai sono ben pochi. Piuttosto è una forma di apatia religiosa. Che Dio esista o meno, è lo stesso. E questo comporta la caduta di un sistema etico: i valori sono autoprodotti». Il cardinale  Ravasi ha inventato una nuova parola per descrivere questa indifferenza religiosa. L’ha definita “apateismo”, che mette assieme i due termini: “apatia” e “ateismo”. “Apateismo” che porta a quel relativismo morale tante volte denunciato da Benedetto XVI. Ognuno si fa una morale “fai da te”. A proprio uso e consumo. Il concetto di verità è come la tela del ragno: ogni ragno la ricava da sé stesso. E il ragno vicino ne fa un’altra. Ognuno ha la sua tela di riferimento. Quella in cui noi viviamo oggi è una società postcristiana, una “modernità liquida” (Baumann), senza meta e punti di riferimento. Per dirla con una metafora, tratta dal Diario di  Søren Kierkegaard:  “La nave è in mano al cuoco di bordo. E ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani”…

La fede in Italia e le nuove generazioni

Altrettanto cruda, ma al tempo stesso fondata e realistica, è l’analisi che don Armando Matteo fa del cristianesimo e della fede in Italia. Vedi il suo recente libro: Il postmoderno spiegato ai cattolici e ai loro parroci (Edizioni Messaggero di Padova). La cresima – ci ricorda – segna l’abbandono della Chiesa da parte di molti giovani. Non è più il sacramento che conferma la maturità cristiana, ma s’è trasformata nel sacramento che certifica l’abbandono della Chiesa.  La cresima è il “sacramento dell’abbandono”, come l’ha definito papa Francesco. I giovani lasciano la Chiesa, ma senza sbattere la porta o alzare la voce. Ma anche senza un minimo senso di colpa. La fede cristiana, ormai, è qualcosa che “va bene per i bambini e finché si rimane bambini”. Tutt’al più, può dire qualcosa ai grandi anziani che si pongono il problema del fine vita. Ma non è più roba da giovani e neppure da adulti. Molti si sono arresi a questo fenomeno, dandosi per sconfitti. Come se non ci fosse nulla da fare. E attribuendo la colpa al tempo che viviamo, all’individualismo e all’egoismo della società, all’avvento del mondo digitale, che ha rivoluzionato modi di vivere e di pensare. Questo nostro tempo è sempre meno disponibile alla parola del Signore e al suo Vangelo. La sensibilità culturale odierna non trova più nella fede cristiana una fonte di ispirazione. Anzi, sempre più spesso, si pone in diretto contrasto con essa. Per reagire non  bastano piccoli aggiornamenti o aggiustamenti. Che, alla fine, lasciano le cose come prima. Come dice don Armando Matteo: quella che stiamo vivendo non è soltanto un’epoca di cambiamenti, ma un vero e proprio cambiamento  di epoca. Per cui non basta più una “pastorale del cambiamento”, ma si richiede un profondo “cambiamento della pastorale”, in chiave missionaria e sinodale, come richiede papa Francesco.  “Nuove culture continuano a generarsi in queste enormi geografie umane”, ci ricorda Francesco in Evangelii gaudium 73, “dove il cristianesimo non suole più essere promotore o generatore di senso, ma riceve da esse altri linguaggi, simboli, messaggi e paradigmi che offrono nuovi orientamenti di vita, spesso in contrasto col Vangelo di Gesù”.  Tra queste sfide con le quali deve confrontarsi l’evangelizzazione ci sono quelle legate a un’economia di esclusione (“un’economia che uccide”, come dice papa Francesco); quelle legate all’idolatria del denaro e all’iniqua distribuzione dei beni della terra, che genera violenza; quelle legate alle nuove forme di spiritualità; o al massiccio fenomeno delle migrazioni a causa delle guerre, della fame, delle persecuzioni e dei cambiamenti climatici: un fenomeno strutturale, non una semplice emergenza. Di fronte a tutto ciò, la cultura odierna ha imparato a fare a meno del Vangelo. I giovani, soprattutto, fanno fatica a trovare nelle strutture ecclesiali “risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite”. L’intero apparato morale della Chiesa risulta di difficile comprensione oltre che di scarsa condivisione. I ragazzi nati dopo l’anno 2000, i cosiddetti millennials, sono “la prima generazione incredula”, come l’ha definita don Armando Matteo in un suo noto libro. Il Vangelo non è più un punto di riferimento per le scelte importanti della loro vita.

Ma non sono solo i millennials ad aver abbandonato la Chiesa. Lo stesso don Armando Matteo, in merito al difficile rapporto delle donne con la Chiesa, ha parlato della “fuga delle quarantenni” (Rubbettino). Da sempre la presenza delle donne è stato un punto di forza nella Chiesa per la trasmissione della fede alle nuove generazioni, sia come madri che catechiste, con una presenza più assidua e massiccia in vari ministeri ecclesiali. Oggi, quelle dai venti ai quarant’anni, vanno sempre meno a messa, scelgono di meno il matrimonio religioso, e pochissime scelgono la vita religiosa, come dimostra la gravissima crisi di vocazioni, soprattutto negli istituti e nelle congregazioni femminili. Tesi e dati confermati, ormai, da diverse ricerche. Vedi l’indagine dell’Istituto Toniolo della Cattolica di Milano: Dio a modo mio. Giovani e fede in Italia (Vita e Pensiero); o la ricerca del sociologo Franco Garelli: Piccoli atei crescono (il Mulino). Anche i ragazzi che si recano alle Giornate mondiali della gioventù, come quella appena conclusa a Panama, si dicono credenti, ma praticano saltuariamente. Sono cresciuti in un ambiente postcristiano, dove nascere e diventare cristiano non è più automatico come in passato. Amano papa Francesco, ne sono entusiasti, lo sentono vicino. Apprezzano il suo linguaggio chiaro e immediato, come il suo spendersi per i poveri e gli ultimi delle periferie esistenziali, o il suo impegno per la pace, l’incontro con le altre religioni e anche con i non credenti. Al tempo stesso, però, conoscono poco Gesù, e non vanno a messa. Hanno  difficoltà a capire il linguaggio della Chiesa. Gli abusi sessuali e la pedofilia del clero li hanno maggiormente allontanati. E’ rimasto in loro un bisogno di spiritualità , ma vogliono un rapporto diretto con Dio, senza la mediazione della Chiesa. La loro è una spiritualità personalizzata, che però non fa più riferimento a Gesù e al Vangelo. Vivono sulla soglia della religione. E cercano risposte nelle religioni e nelle spiritualità orientali. Una sete di spiritualità che la Chiesa non riesce a intercettare. Non si sentono ascoltati nella Chiesa. Non sono protagonisti, ma semplicemente oggetto delle cure e delle attenzioni pastorali della Chiesa. L’hanno detto al recente Sinodo dei vescovi sui giovani. E, facilmente, lo ricorderà anche papa Francesco nell’Esortazione postsinodale che firmerà il 25 marzo prossimo a Loreto.

Da dove ripartire?  Nell’era del digitale e delle diverse sensibilità culturali, la vera rivoluzione è un ritorno fattivo, concreto, alla centralità del Vangelo e a una testimonianza cristiana coerente e credibile, per una Chiesa in uscita, che sia missionaria e sinodale. Oggi, non basta essere “i cristiani del campanile, quelli che sono a difesa del passato, delle tradizioni e dell’identità  cristiana. Oggi siamo chiamati a essere “i cristiani del Vangelo”, che si caratterizzano per una vita modellata su quella di Gesù, che ci invita a essere misericordiosi, accoglienti, solidali, con particolare attenzione agli ultimi e a tutte le periferie esistenziali dell’umanità.