di Giorgio Pagliari

 

“L’invenzione del diritto” è il titolo di un libro del 2017 del prof. Paolo Grossi, presidente emerito della Corte Costituzionale e riconosciuto maestro del diritto. Il lettore, che dovesse vincere la ritrosia per un lavoro (apparentemente solo) giuridico, scoprirebbe di trovarsi di fronte ad un testo di tutt’altra portata, che affonda le sue radici nella più avanzata riflessione sui fondamenti del diritto e del costituzionalismo moderno.

La “sapientia iuris” è l’ “arma” usata dall’Autore per condurre a riflettere sul senso e sul significato del diritto, con una forza rivoluzionaria e con una radicalità sorprendenti.La sua tesi di fondo è che la stagione dominata dall’Illuminismo e successiva alla rivoluzione francese è caratterizzata dall’uso della legge e del diritto per imporre dall’alto un ordine consono agli interessi delle classi dominanti. E’ – la sua – una critica senza riserve alla legislazione dell’uguaglianza formale e alle “carte dei diritti”; una legislazione funzionale a dare una patina di democraticità ad una definizione, da parte dei pochi detentori del potere, di assetti formalmente egualitari e garantisti, ma in realtà utili a fornire alle classi dominanti il controllo della società e dell’individuo (non della persona!) con un evidente eterogenesi dei fini: lo stato di diritto, che avrebbe dovuto garantire l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, in realtà accentua la diseguaglianza e il potere delle oligarchie.

Questa situazione contraddittoria inizia ad essere superata con quello che il prof. Grossi chiama il “costituzionalismo posmoderno”, che ha la sua prima espressione nella Costituzione di Weimar del 1913 e che raggiunge un suo primo apice con la Costituzionale italiana del 1948. Queste costituzioni, che si accompagnano ad estensioni del diritto di voto fino alla sua espressione universale (= ogni donna e ogni uomo), pongono la persona al centro e realizzano l’inversione del processo legislativo. Questo comincia a muoversi dal basso e non più dall’alto, e non crea, ma inventa il diritto, cioè cerca e trova nella realtà le regole giuridiche e le trasforma nella legge. È la legislazione fondata sul “riconoscimento” e non sulla creazione; è la legislazione che da certezza formale a ciò che il legislatore cerca e trova (“inventa”) grazie alla lettura delle società del suo tempo. È la legislazione della “persona”, cioè dell’uomo che in un dato tempo vive e opera singolarmente e in gruppo, e non dell’ “individuo”, cioè del soggetto portatore di diritti, che la legge crea come “vestito” per i componenti del popolo.La funzione della legge, il ruolo del legislatore, e il rapporto tra il potere e i “cives” escono da questa lettura profondamente incisi da un “personalismo”, che l’Autore riconduce a La Pira e Dossetti, in primo luogo, ma anche ai Moro, ai Mortati e agli altri Costituenti ispirati agli ideali dell’umanesimo integrale (oserei dire) e alla visione consacrata nell’uguaglianza sostanziale dell’art. 3 Cost..

Se posso esprimere un’ultima, personalissima, riflessione, “L’invenzione del diritto” è la dimostrazione che la forza “rivoluzionaria” e di cambiamento non sta nelle ideologie, che spesso portano a costruire strumenti retorici e astratti con allontanamento dalla capacità di leggere la realtà, di interpretarla e di offrire risposte. Ed è un’opera che dimostra quanto il giurista – alla Santi Romano e non alla Kelsen, direbbe il prof. Grossi – sappia essere concreto ed immerso nel proprio tempo storico.