In una newsletter dedicata alle donne in occasione della “loro” festa,  questo Editoriale, di competenza del Direttore,  è l’unico articolo scritto da un maschio. Il che rispecchia, purtroppo, una situazione ricorrente nella realtà italiana: organizzazioni. associazioni, società composte prevalentemente da donne ma guidate da uomini. Per ovviare almeno in parte a questa situazione ho scelto di affidarmi ad una riflessione scritta in occasione dell’ 8 marzo da una donna, l’onorevole Barbara Pollastrini, e dedicata a tre figure di donne emblematiche del passato prossimo, del presente e -probabilmente – del futuro. Queste tre donne – cito dall’articolo della Pollastrini –  sono Rosa Parks, “che, rifiutando di alzarsi dal posto che occupava sull’autobus dopo una giornata di fatica – lei, donna dalla pelle scura in un posto riservato ai bianchi – apriva la strada alla più grande e imprevista rivoluzione dei diritti civili nell’America segnata ancora dal razzismo”; Ilaria Cucchi, con il suo impegno tenace e coraggioso “per  dare finalmente giustizia ad un fratello ucciso a botte da chi avrebbe avuto il compito di proteggerlo”; e Greta  Thumberg, grazie alla quale nelle prossime ore “un movimento globale di ragazze e ragazzi riempirà le piazze di mezzo mondo per chiedere un ambiente sano e ripulito”.

Senza nulla togliere ai meriti e al valore delle prime due vorrei dedicare qualche parole in più a quest’ultima, perché il suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente ha forme e modalità  tipicamente femminili, indicando  con questa espressione  (giusto per evitare di ricadere in stereotipi sessisti) delle qualità presenti, in diversa misura, in ogni essere umano, maschi compresi, e che si possono sintetizzare nella scelta di impegnarsi in prima persona, al di fuori e talvolta anche contro  le istituzioni e le regole date,  senza armi o potere ma con la sola forza della testimonianza personale e della fede, laica o religiosa che sia. Di fronte alla drammatica crisi ambientale la parte “maschile” fa appello ai ragionamenti, alla famosa analisi costi-benefici (ogni riferimento all’attualità è naturalmente voluto), a ciò che è possibile e prevedibile fare. Greta, invece, ha fatto leva sulla passione, sull’impegno diretto e personale, sull’immaginazione di un futuro diverso – e così facendo si è messa alla testa di un movimento composto, non a caso, da giovani/e e giovanissimi/e, i più sensibili alla novità e i più disponibili a battere sentieri inediti. Un po’ (e  mi scuso se il paragone può sembrare irriverente) come avvenne qualche secolo fa quando, di fronte alla crisi della Chiesa e del Papato, in esilio ad Avignone, e all’incapacità di cardinali e vescovi (tutti maschi, naturalmente) di venirne a capo, una “semplice” suora – santa Caterina  – riuscì, con la sola forza della sua fede e della sua parola, a convincere il Papa a ritornare a Roma. O anche, per venire a tempi più recenti, come la Madri di Plaza de Mayo, disarmate e forti solo della loro tenace richiesta di verità, eppure capaci alla fine di piegare l’omertà e le complicità del regime.

L’8 marzo mia figlia mi ha chiesto come mai c’è la festa della donna, quella del papà, quella della mamma, ma non c’è la festa dell’uomo. Le ho risposto che l’uomo non ne ha bisogno perché “festeggia” gli altri 364 giorni dell’anno; ma, visti gli innumerevoli disastri che tanti maschi commettono, nel pubblico e nel privato – la cronaca di questi ultimi giorni è, purtroppo, terribilmente eloquente -, avrei dovuto aggiungere che c’è ben poco da festeggiare.

Riccardo Campanini