Tra muri, confini e dazi che ritornano – Intervista a Giulio Tagliavini

A cura di Gaia Lauria

Mentre si avvicina la data dell’uscita ufficiale della Gran Bretagna dall’Unione Europea, il prossimo 29 marzo, negli ultimi mesi la questione dei confini, e l’innalzamento di muri più o meno virtuali, ha riacceso focolai e contestazioni in diverse aree dell’Europa, per non parlare degli Stati Uniti.

E così, mentre il presidente USA Donald Trump invoca l’emergenza nazionale per ottenere fino a 8 miliardi di dollari per la costruzione del muro con il Messico, provocando la rivolta di sedici stati che hanno fatto ricorso contro la decisione, nella nostra UE intorno al tema si raccolgono opposte tendenze e si moltiplicano gli episodi, spesso anche drammatici, pro e contro l’istituzione di nette divisioni.

In Spagna, la Catalogna è ben lontana dall’aver abbandonato la via dell’indipendenza. In Irlanda, il caos sui confini riarma lo spettro del terrorismo. In Grecia, la concessione dell’uso del nome alla Macedonia del Nord, dopo anni di diatribe, riaccende fuochi nazionalistici mai veramente sedati.

La stessa UE ha scoperto negli ultimi anni che i suoi confini sono permeabili e poco protetti.

Quanto questo significhi sotto il profilo economico, in termini di ricadute negative ovvero di prospettive di crescita dell’Unione, l’abbiamo chiesto a Giulio Tagliavini, docente di economia e finanza all’Università di Parma.

 

Professor Tagliavini, in che modo i confini possono incidere sulla crescita economica di uno stato? I muri fisici possono rappresentare un argine reale e saldo a difesa dell’economia di una nazione?

 

I confini delimitano una nazione e di conseguenza un’economia nazionale. I confini segnano i limiti di giurisdizione di un sistema politico, regolamentare, economico, e in particolare monetario. Sono tutti elementi di grande rilievo per lo sviluppo collettivo. Se esiste una politica economica, se essa ha qualche possibilità effettiva di raggiungere i suoi obiettivi, come appare verosimile a tutti, allora è evidente che una politica economica debba avere uno spazio in cui operare e tale spazio corrisponde di regola a una nazione. In epoca più recente, alcune decisioni di politica economica sono state coordinate a un livello sovranazionale. Le nazioni hanno accettato accordi di libero scambio, accordi commerciali multilaterali, finanche accordi monetari e la condivisione di istituzioni e regole. Nei tempi attuali la questione dei confini economici è diventata dunque più complessa e non corrisponde più alle dimensioni nazionali. La globalizzazione ha allargato le aree contenute entro i confini, almeno in diversi casi. La globalizzazione si basa sul presupposto che esistano delle forze di mercato in grado di raggiungere risultati importanti, quanto a creazione di ricchezza. Forze di mercato che agiscano da sole, senza la cornice di una autorità statale di governo. È una ipotesi forte. Per certi versi condivisibile, a patto di capire bene quale sia il lato oscuro della globalizzazione.

I “muri fisici” tra nazioni corrispondono alla frontiere. Alla necessità dunque di essere autorizzati per trasferire merci, persone, pagamenti. Le frontiere e l’esistenza di monete diverse non sono state mai, di per sé, di ostacolo allo sviluppo dell’economia di una nazione.

 

 

Parliamo dei dazi imposti alle merci estere: possono realmente salvaguardare l’industria e la produzione nazionale?

 

I dazi al commercio internazionale hanno aspetti positivi e aspetti negativi. Che però riguardano e colpiscono interlocutori diversi. È evidente che l’introduzione di un dazio protegge la produzione nazionale. La mancanza di protezione mediante dazi sbriciola rapidamente ogni settore esposto alla concorrenza di paesi con costo del lavoro significativamente inferiore, ad esempio in base a una normativa di welfare più esile.

La globalizzazione (ossia il libero commercio) ha, in una fase iniziale, grandissimi vantaggi. Si tratta di vantaggi di efficienza, di abbassamento dei prezzi al consumatore e di conseguenza di sviluppo della ricchezza. A partire da un certo punto, la globalizzazione economica comincia a generare problemi, prima secondari e poi più incisivi. Una prima conseguenza negativa è la caduta del livello di fiducia degli operatori economici e dei cittadini. La globalizzazione è infatti un fenomeno veloce, che crea enormi masse di vittoriosi assieme a enormi masse di sconfitti. Giovanni Tria ha recentemente commentato il fatto che nella interpretazione di Schumpeter l’innovazione è allo stesso tempo creatrice e distruttrice ma la componente negativa, ossia distruttrice, è di regola inferiore alla componente creativa. Siamo abituati a vedere questo. Ma nell’ambito di un contesto fortemente globalizzato non è più certo che la componente distruttrice sia inferiore alla componente creatrice. E la componente distruttrice, quando prevale, ha ripercussioni sociali pervasive e assai pericolose. Lo scrittore Michel Houellebecq ha descritto molto bene questa dinamica nel romanzo “Serotonina”, riferendosi al contesto agricolo francese. Diversi lettori rimangono colpiti dalla sorprendente capacità di uno scrittore attento di cogliere molto in anticipo fenomeni così importanti. Ma questa percezione è esagerata. Gli economisti hanno percepito molto bene, in corretto anticipo e con la giusta sensibilità gli aspetti negativi della globalizzazione.

 

In che modo cambierà l’assetto economico dell’UE dopo la Brexit?

 

Non credo che cambierà in modo significativo. La Gran Bretagna gestisce da sempre la sua economia in una prospettiva nazionale. Così come la Francia, la Germania e tutti gli altri paesi. Nessuno ha mai cessato di seguire una politica economica nazionale (a dire il vero qualcuno ha vincoli in questo senso ma, quando possibile, viene comunque seguita una politica economica coerente con gli obiettivi nazionali). La Brexit cambia lo schema di negoziazione delle regole, portando maggiore potere negoziale a chi si presenta al tavolo individualmente. La teoria per cui le singole nazioni non possono svolgere un ruolo in un mondo di grandi potenze, come USA e Cina, teoria che di solito viene evocata con l’espressione “staterelli”, e che sia invece necessario presentarsi come Europa unita è solo una teoria.

 

L’Italia è stata negli ultimi anni al centro di flussi migratori: è possibile misurarne l’effetto sull’economia nazionale? 

 

Un mondo globalizzato si basa sul movimento delle merci, dei capitali e delle persone. Le merci e i capitali si spostano senza grandi problemi esistenziali. Le persone si spostano con qualche difficoltà in più. L’Italia è al centro di flussi migratori in entrata e in uscita e, come al solito, ci sono elementi di vantaggio e di svantaggio. Lo spostamento in entrata e in uscita di persone con competenze precise non crea grandi problemi esistenziali. Uno scambio di persone tra entrata e uscita porta grandi vantaggi di internazionalizzazione della classe dirigente. Si tratta di persone che possono vivere “anywhere”, ossia ovunque nel mondo. L’economia nazionale ha svantaggi quando il saldo delle persone di questa categoria è nel senso della prevalenza delle uscite. Sono svantaggi forti.

Per le persone con competenze generiche, l’immigrazione o l’emigrazione è fonte di dolore esistenziale. Si tratta di persone che desidererebbero vivere “somewhere”, in un certo posto, dove hanno radici e consuetudini, e non posso farlo. Sono costrette a spostarsi.  Per le persone senza un profilo professionale o addirittura non alfabetizzate, le ripercussioni sull’economia nazionale sono limitate. Si verifica, nella migliore delle ipotesi, una dolorosa svalutazione del prezzo del lavoro.Il fenomeno dell’immigrazione e emigrazione si scompone su questi tre piani, ciascuno con profili diversi. Mettere assieme il tutto crea confusione, e la confusione crea paura, e la paura è la via per la sofferenza.