Quota 100: opinioni a confronto

Sulle ultime novità in materia di pensioni (la cosiddetta “quota 100”) abbiamo raccolto i pareri del senatore Maurizio Campari (Lega Nord) e di Patrizia Maestri, già deputata del PD nella scorsa legislatura.

GIUSTIZIA E’ FATTA

di Maurizio Campari

Esattamente un anno fa, proprio di questi tempi, io e i miei colleghi di partito affrontavamo le fatiche di una delle campagne elettorali più importanti della storia recente del nostro Paese. Quotidianamente incontravamo donne, uomini, lavoratrici e lavoratori che, con estrema semplicità e molta chiarezza, ci facevano partecipi delle loro aspettative e delle loro richieste che, negli anni, il mondo della politica aveva via via disatteso. Tra questi erano in tanti, anzi in tantissimi, a chiederci, qualora avessimo vinto la competizione elettorale ed assunto compiti di governo, di porre rimedio agli effetti di una tra le leggi che più hanno impattato ed infierito sul mondo del lavoro e sulle prerogative dei lavoratori: la famigerata riforma previdenziale passata alla storia col nome di “Legge Fornero”. Ricordo ancora il rammarico, il senso di spaesamento, in alcuni casi di reale malessere di quanti (fra cui anche i tristemente famigerati “esodati”) chiedevano giustizia poiché una scellerata ed incauta riforma tecnico-burocratica, fredda e distante dai cittadini, li aveva confinati in una “terra di nessuno”, impedendo loro nei giusti tempi e nelle corrette applicazioni, di poter godere della meritata pensione, che avrebbe rappresentato una stagione di pace e sereno benessere per chi l’avesse conseguita dopo anni di duro lavoro. Il quadro che ne usciva era davvero impressionante ed era la spia di come la politica italiana di sottomissione ai diktat dell’Europa tenuta dai Governi Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, incuranti persino delle necessità vitali dei propri cittadini, avesse scavato un solco profondo tra governanti e governati difficile da colmare se non con un deciso e risolutivo intervento di rottura. Ricordiamoci che gli “esodati” furono lasciati dall’oggi al domani senza pensione e senza stipendio nonostante gli accordi firmati per le uscite volontarie dal mondo del lavoro, di cui lo Stato si sarebbe dovuto fare garante. In altre parole, il drammatico impatto che la riforma aveva avuto sulla platea di lavoratori poteva essere limitato solo se l’intero comparto normativo fosse stato superato da un’altra riforma di sistema. La Lega, sin da dubito ed in tempi non sospetti, aveva chiaramente proposto quello che sta diventando realtà: il superamento definitivo della Legge Fornero, soppiantata da una vera riforma pensionistica che tendesse a non penalizzare il lavoratore, che ponesse le basi per un ricambio generazionale, che avesse costi certi e procedure applicabili a tutti i lavoratori: una misura che fosse una vera e propria misura di “giustizia sociale”. È ovvio che una simile rivoluzione per il “sistema Italia” non può essere fatta in un unico passaggio, ma deve essere introdotta per gradi. Il primo passo è stato mosso ieri al Senato: l’approvazione in aula di “Quota100” equivale al mantenimento di una promessa fatta in campagna elettorale, in quelle piazze e in quelle strade che questo chiedevano, e una riforma significativa che ci avvicina se non addirittura allinea con le altre legislazioni europee. Dopo che sarà approvata anche alla Camera dei Deputati, nel triennio 2019-2021 circa un milione di lavoratori potrà lasciare il proprio posto di lavoro avendo raggiunto sessantadue anni di età e trentotto anni di contributi versati; di questo milione ben trecentocinquantamila saranno donne: una rivoluzione epocale che consentirà a molte lavoratrici e lavoratori di appropriarsi nuovamente della propria vita, del proprio futuro, potendo contare su una stabilità economica certa, perché nessuna penalizzazione sarà mai applicata. Grande risalto va anche dato all’attenzione che la Lega ed il governo hanno riservato nella stesura del provvedimento esclusivamente alle lavoratrici: con “Opzione Donna” si consentirà a circa trentaduemila aventi diritto, sempre nel triennio 2019-2021, di poter andare in pensione, avendo conseguito trentacinque anni di versamento contributivo al 31 dicembre 2018, a cinquantotto anni se lavoratrici dipendenti o a cinquantanove se autonome. La buona politica è lavorare duramente per trovare soluzioni sostenibili e condivisibili, da lasciare anche in eredità alle future generazioni: se La Lega cresce nei consensi è perché sta rispettando gli impegni assunti con gli italiani e pertanto è giudicata come forza credibile e concreta. La responsabilità e l’impegno sono enormi; ripensare però a chi chiedeva aiuto e sapere di averlo sostenuto con il proprio lavoro, ripaga ed appaga.

 

PIU’ OMBRE CHE LUCI 

di Patrizia Maestri

 

Con l’adozione del decreto-legge n. 4/2019, assumono concretezza le politiche pensionistiche annunciate dalle forze di maggioranza nel Contratto di governo sotto il titolo “Pensioni. Stop Legge Fornero”. Il provvedimento adottato in realtà non abroga la Legge Fornero, che resta pienamente in vigore nell’ordinamento, ma introduce piuttosto un nuovo sistema di deroghe e finestre temporanee di uscita anticipata, riservato in larga parte a un segmento limitato e arbitrariamente individuato di lavoratori: quelli nati entro il 1959 con carriere contributive regolari e in maggioranza di sesso maschile .

Non si tratta dunque di una riforma strutturale della disciplina del pensionamento anticipato, quanto piuttosto di una “lotteria” della pensione anticipata, destinata a premiare i fortunati che maturano i requisiti entro le strette finestre previste e a spingere verso un nuovo “scalone” tutti coloro che restano fuori anche solo per un giorno.

Soprattutto, dal perimetro dell’intervento legislativo del governo restano del tutto esclusi i lavoratori giovani e le donne, con carriere tipicamente più discontinue e irregolari. Per loro non è prevista alcuna misura strutturale che garantisca l’adeguatezza dei trattamenti pensionistici futuri, né il riconoscimento del lavoro di cura. Le uniche norme ad essi rivolte sono di natura temporanea e portata comunque limitata: per i lavoratori più giovani rientranti pienamente nel sistema contributivo, le norme orientate a consentire il riscatto dei periodi privi di contribuzione, e, per le lavoratrici, la riapertura dei termini di “Opzione Donna”..

In termini di approccio ai temi della sostenibilità sociale ed economica del sistema previdenziale, si tratta di una netta inversione di tendenza rispetto alle politiche dei governi Renzi-Gentiloni adottate nella scorsa legislatura, che hanno introdotto alcuni strumenti di flessibilità in uscita per i soggetti più fragili, senza compromettere la stabilità finanziaria delle gestioni previdenziali.

Queste misure – in primo luogo l’APE sociale e l’anticipo per i lavoratori precoci -hanno già consentito negli ultimi due anni a decine di migliaia di lavoratori di uscire anticipatamente dal lavoro, anche se risultava  evidente la necessità   di proseguire a  garantire una maggiore  flessibilità per l’accesso alla pensione come prevedeva la proposta di legge Damiano con uscita dal lavoro a 62 anni ma con penalizzazioni, ma che il governo precedente non ha inteso prendere in considerazione.

Ma ricordando i due accordi sottoscritti con i sindacati dai governi Renzi e Gentiloni (accordi del 28 settembre 2016 e del 21 novembre 2017), sono state infatti impegnate risorse per circa 8 miliardi di euro in tre anni (circa 27 miliardi in 10 anni) per il finanziamento di misure in favore dei pensionati e a sostegno della flessibilità in uscita. Tra queste:

– l’estensione fino a 8.125 euro della no tax area per i pensionati

– il riconoscimento della quattordicesima ai pensionati con trattamenti fino a 1.000 euro mensili

– il cumulo gratuito dei contributi

– l’introduzione di nuovi strumenti di anticipo pensionistico (Ape sociale e Ape volontario)

– l’introduzione della Rendita integrativa temporanea anticipata (RITA) per la flessibilità della previdenza complementare

– il sostegno selettivo all’uscita anticipata per i lavoratori addetti ad attività gravose o usuranti, introducendo il principio importantissimo che l’aspettativa di vita non è uguale per tutti ma dipende dal tipo di lavoro e altre condizioni sociali.

La proroga dell’Ape Sociale ha sicuramente conseguenze positive poiché permette di non lasciare senza tutela alcune categorie di lavoratori, ma oggi occorre riflettere sulla necessità di introdurre una misura strutturale che preveda la possibilità di conseguire una pensione di vecchiaia “anticipata”, attraverso la previsione di requisiti anagrafici ridotti oppure utilizzando la contribuzione figurativa e le maggiorazioni del servizio per valorizzare quelle situazioni soggettive, lavorative o familiari che hanno determinato la discontinuità della carriera.

Sebbene contenuta nell’ambito delle disposizioni dedicate al Reddito di cittadinanza, la disciplina della cosiddetta Pensione di cittadinanza deve ritenersi parte integrante del pacchetto di misure del decreto rivolte alla popolazione in età da pensione.

Non si di un vero trattamento pensionistico, la Pensione di cittadinanza non è nemmeno una riforma degli strumenti assistenziali già vigenti per la stessa platea di soggetti, i quali – a parte il Reddito di inclusione (REI), abolito da aprile 2019 – restano immutati nell’ordinamento.

Essa è piuttosto uno strumento assistenziale destinato a sovrapporsi – in modo scoordinato e per molti aspetti casuale – alle altre prestazioni sociali soggette alla prova dei mezzi (assegno sociale, assegno di invalidità, integrazione al minimo, quattordicesima, ecc.), secondo un disegno complessivamente distorsivo e penalizzante per i titolari di redditi da pensione.

In sostanza il governo del cambiamento ha risposto ad una esigenza vera dei lavoratori privati e pubblici ai quali sono stati chiesti sacrifici pesanti nel 2011 con la legge 214/2011 ( Salva Italia) ma ciò che manca è una indicazione delle priorità nelle azioni da intraprendere, tanto più necessaria vista la onerosità degli interventi a fronte di risorse limitate .

Quindi un provvedimento che si potrebbe considerare positivo perché affronta una questione vera ma non offre soluzioni strutturali, produce discriminazioni , penalizza le donne e crea problemi ad esempio nel pubblico impiego che sarà molto interessato  da “quota 100”  con  la contraddizione tra l’aver aperto un diritto giusto e aver bloccate le assunzioni.