Debito pubblico e giustizia intergenerazionale

di Giorgio Campanini

Sullo sfondo del dibattito in corso, e non solo in Italia, in ordine al problema del debito ed al conseguente carico che ne deriva nei confronti di coloro che ancora devono nascere, si pone una delicata questione che non è soltanto di carattere giuridico ma chiama anche in causa l’etica. Titolari di un diritto sono soltanto gli uomini e le donne oggi viventi o anche coloro che sono ancora nati?

A prima vista – sia pure in un’ottica alquanto semplicistica – la domanda parrebbe del tutto mal posta. Come è possibile che coloro che non esistono “abbiano diritti”, tali da dover essere garantiti dagli attuali viventi? Non è ciascun essere umano responsabile verso se stesso e verso gli attuali viventi e non nei riguardi di chi ancora non esiste?  Il problema si è posto – ma soltanto a partire da epoche relativamente recenti – per quanto riguarda l’ambiente e le risorse della terra, oggetto di una forte attenzione anche da parte del magistero della Chiesa e in particolare di Papa Francesco (basti pensare all’enciclica “Laudato sì”). Anche a tale riguardo si pone lo stesso problema: quali “diritti” in termini di mantenimento di un ambiente che consenta una vita degna dell’uomo possono essere riconosciuti ai non (ancora) viventi?

Vi è quindi una palese contraddizione nel riconoscere da una parte i diritti delle – non ancora nate -future generazioni – ma in nome di che cosa? – e nel negare invece tali diritti quando non più di ambiente si tratta ma di politica economica e di bilanci.

La questione si pone, in particolare, in ordine alla questione del “debito pubblico”, che inevitabilmente è anche debito privato perché non riguarda una generica ed astratta entità, lo Stato, ma i concreti cittadini, uomini e donne, che quel debito saranno domani costretti a ripianare (né potrebbero sottrarsi a questo obbligo se non scaricando a loro volta su altri soggetti la responsabilità di onorare il debito). Il caso dell’alto e costantemente crescente debito pubblico in Italia è per certi versi esemplare: si accrescono i benefici per gli attuali viventi e si tagliano drasticamente le risorse disponibili per i futuri cittadini….Si potrebbe obiettare che è giusto addebitare almeno in parte a questi ultimi gli oneri relativi ala realizzazione di opere di lunga durata (porti, acquedotti, strade, e così via), dato che anch’essi a loro volta ne usufruiranno; ma come legittimare, nell’ipotesi di beni non durevoli, destinati soltanto agli attuali cittadini, il fatto che oggi si consumi gratis e domani altri debbano far quadrare i conti?

Si pone, in questa prospettiva, il problema del rispetto del principio-responsabilità che, per non ridursi ad una generica astrazione, implica uno sguardo di lungo periodo e l’attenta valutazione non solo degli effetti, positivi o negativi, di determinate scelte sulla vita delle attuali generazioni, ma anche delle ripercussioni che quelle stesse scelte avranno su quanti verranno al mondo nel prossimo futuro.

Vi è  dunque da domandarsi se la via dell’indebitamento già percorsa, in verità, in passato, ma non nelle dimensioni che ora si annunziano, sia compatibile con il rispetto dei diritti di coloro che nasceranno nel prossimo futuro. Percorrere irresponsabilmente la via dell’indebitamento non rappresenta una clamorosa negazione del principio di giustizia? Avvantaggiare gli attuali viventi e sacrificare le future generazioni appare, in questa prospettiva, un’inaccettabile forma di egoismo di parte.