LATTE E CAVALLI: IL RICHIAMO DELLA CAMPAGNA (ELETTORALE)

Fa un certo effetto, nell’epoca dei tablet e di Amazon, scoprire che la dura protesta dei pastori sardi è ancora in grado fare notizia, tanto da mobilitare (complice l’imminente consultazione elettorale nell’isola persino i vertici del Governo.  Nell’era del “virtuale” e della tecnologia più sofisticata torna così in primo piano un elemento naturale,  e vitale, come il latte, quasi  a ricordare che qualunque prodotto della tecnica, anche il più evoluto, non sfama e non nutre. Ma naturalmente il latte versato a fiumi dagli allevatori sardi diventa anche una facile metafora  e si fonde con altre immagini, anch’esse di natura agricolo – pastorale, evocate ( forse sulla scia di D’Annunzio e dei suoi pastori) dalle recenti elezioni regionali abruzzesi:  il Movimento che passa dalle (5) stelle alle “stalle” del flop elettorale; i suoi capi che tentano di correre ai ripari quando oramai “i buoi sono scappati”; e così via, quasi fossimo tutti ancora contadini e pastori…

Tornando alla suggestione evocata dal latte che riempie le strade (ma che, differenza della celebre immagine biblica, non significa prosperità ma al contrario crisi e sofferenza) ci si può allora chiedere se davvero i programmi dei partiti e le priorità in essi contenute siano davvero le stesse dei cittadini “normali” (il famoso popolo), o se tra quelli e questi  permane una grande e incolmabile differenza  – il che tra l’altro spiegherebbe la lunga e non gloriosa serie di ridimensionamenti elettorali,  cui hanno dovuto sottostare  in tempi recenti quasi tutti i leaders e partiti.  Ecco perché, se è vero che – appunto – è inutile piangere sul latte versato, è altrettanto vero che solo partendo da un’analisi lucida e impietosa degli errori commessi si può cercare di invertire questa tendenza. Ma, va aggiunto subito, l’autocritica e la capacità di voltare pagina, anche in modo drastico, non sembra andare molto di moda (e  non solo tra i 5 Stelle) nella politica di oggi. Ad esempio, restando nella stessa area semantica  bucolico-rurale,  per spiegare la situazione di stagnazione dell’economia italiana si ricorre spesso alla celebre immagine di Keynes del “cavallo che non vuole bere”:  un modo efficace  per dire che le imprese non investono e i consumatori  non  acquistano.   Eppure, almeno nell’area dei partiti al governo, pare che a nessuno interessi davvero chiedersi perché l’Italia si trovi in questa situazione: non che manchino le risposte, per carità, il problema è che si tratta quasi sempre di slogan preconfezionati “a prescindere” e/o che inevitabilmente  le “colpe” sono sempre di qualcun altro (chi ha governato prima, l’Europa, la Francia, le banche….).    Peccato che, se non altro per motivi pratici, i pastori sardi (ma anche tutte  le altre categorie di lavoratori in difficoltà) preferiscano protestare con i politici nostrani piuttosto che andare a Parigi – dove tra l’altro rischierebbero di  troverebbero la piazza già occupata – o a Bruxelles.   Senza dire del paradosso di chi si autoproclama “sovranista” ma vorrebbe che fossero sempre “gli altri” a risolvere i problemi… Ma forse il vero motivo di tante e così rapide disaffezioni dell’elettorato è  che da tempo – e anche in questo caso nessuno può dirsi innocente – si preferisce  vendere soluzioni semplici e rapide di fronte a problemi complessi  ed epocali (non solo nella sfera economica: basti pensare all’immigrazione);  anche perché – va aggiunto per onestà –  sono gli stessi cittadini che al momento del voto sembrano preferire le illusioni alla cruda realtà.   Che però, prima o poi, viene a chiedere il conto, agli elettori e agli eletti.   E allora, giusto per vedere il bicchiere (di latte?) mezzo pieno,  è già molto che, a differenza di altre epoche e nazioni anche vicine, a scorrere sia il latte e non il sangue.

Riccardo Campanini