CATTOLICI E IMPEGNO POLITICO. INTERVISTA A CARLA MANTELLI

(a cura di Riccardo Campanini)

 

1) Il rinnovato interesse verso l’impegno politico dei cattolici è, a tuo parere, un fatto episodico, legato ad alcune circostanze eccezionali (le scelte dell’attuale governo soprattutto in tema di accoglienza ed immigrazione, i 100 anni dalla nascita del PP, l’avvicinarsi delle elezioni europee)  oppure siamo di fronte ad una svolta destinata a durare nel tempo?

 

Mi vengono in mente due fattori. Innanzitutto il magistero di Francesco che a partire dal messaggio sulla chiesa “in uscita” e da tanti dei suoi gesti (primo viaggio a Lampedusa…, Laudato sì…) ha forse risvegliato la coscienza dei cattolici aiutandoli a comprendere che la testimonianza evangelica deve manifestarsi in pensiero e azioni concrete per il bene comune. In secondo luogo, la spregiudicatezza dell’attuale governo nel calpestare alcuni valori fondamentali costringe a rendersi conto che la democrazia non può mai essere data per scontata, è qualcosa che richiede la vigilanza, il pensiero e l’impegno concreto di tutti e quindi anche dei cattolici.

 

2) L’eventualità che si formi un  nuovo “partito cattolico” è realistica? E in caso affermativo, c’è spazio per una simile proposta nell’attuale contesto politico?

 

Mi sembra un po’ stucchevole la discussione sulla rinascita di un eventuale partito cattolico.  Il concetto di partito cattolico mi pare una specie di ossimoro. I cattolici sono tutti uniti dalla stessa fede in Gesù risorto e dalla comunione con Lui che si esprime innanzitutto nella comunità ecclesiale. Un partito è un insieme di persone unite da un sistema di idee e da un programma politico. La stessa fede può ispirare idee e programmi politici diversi e tutti legittimamente tesi alla costruzione del bene comune.  Guai a identificare la fede religiosa con un programma politico!

Il problema del partito cattolico nasce dalla legittima esigenza di essere incisivi in quanto cattolici nella società. Ma non mi stancherò mai di ripetere che l’incisività di noi cattolici non dipende dell’esistenza di un partito con l’etichetta di cattolico ma dal modo in cui noi cattolici stiamo in politica. Il nostro dovrebbe essere uno stile di dialogo e di nonviolenza, uno stile di radicalità nel difendere i diritti dei più deboli, nella ricerca della giustizia e nella costruzione della pace. Questo lo si può fare da destra, da sinistra e dal centro. Ed è questo che ci renderebbe molto incisivi.

 

 

3) L’egemonia politica e culturale di una destra che rinnega nei fatti alcuni principi-chiave sia della Costituzione che dell’umanesimo cristiano (e che, ciononostante, riscuote consensi anche tra i praticanti) interroga e inquieta i credenti più sensibili e attenti, come dimostrano le numerose prese di posizione di figure rilevanti del mondo cattolico e dello stesso “Avvenire”.  A tuo parere, siamo davvero ad una situazione di emergenza e di pericolo per i valori fondanti della convivenza civile? E in questo caso, cosa può fare la comunità cristiana per contrastare questa tendenza?

 

Sono contraria a leggere l’attualità come un susseguirsi continuo di emergenze. Molti di noi hanno gridato al pericolo per la democrazia al tempo di Berlusconi e poi addirittura al tempo di Renzi. Ora gridiamo all’emergenza democratica contro il governo gialloverde. Credo che sarebbe più saggio rendersi conto che la democrazia vive di partecipazione e di valori quindi se amiamo la democrazia la nostra partecipazione deve essere sempre e comunque molto attenta e nutrita di valori. Ieri dovevamo difendere la democrazia nei confronti di chi aveva un colossale conflitto di interessi, poi nei confronti della massoneria infiltrata nei luoghi di potere, poi (ma questo è un parere molto personale) nei confronti di chi vuole bloccare qualsiasi vero cambiamento negli assetti di potere in questo Paese, oggi nei confronti di chi usa i migranti come mezzo di distrazione di massa e il cattivismo, la faciloneria e la menzogna come stile di governo.  Ci sono sempre forze che cercano di indebolire la democrazia. E c’è sempre bisogno di un popolo vigile.

 

4) A questo proposito è evidente la carenza, se non l’assenza tout court, di una valida formazione delle coscienze rispetto ai problemi posti dall’attuale realtà sociale e politica Cosa si può fare in concreto per aiutare i credenti a discernere e interpretare correttamente i “segni dei tempi” e ad impegnarsi di conseguenza?

 

La Chiesa italiana sta già facendo moltissimo attraverso i suoi vescovi (guidati dalla straordinaria forza profetica di Francesco)  e il suo quotidiano Avvenire (il cui impegno nel difendere la dignità umana criticando senza paura chiunque la metta in pericolo, non è forse mai stato  così coraggioso e puntuale). Stanno facendo molto le associazioni e i movimenti cattolici con la loro stampa, i loro convegni, le loro opere sociali… Bisogna continuare su questa strada unendo il più possibile le forze e facendo di ogni luogo ecclesiale un luogo di informazione, confronto e formazione all’impegno sociale e politico.  Quando usciamo da un incontro di catechesi o da una messa domenicale, dovremmo sentire qualcosa dentro che ci infastidisce, che non ci fa stare tranquilli fino a quando non abbiamo capito cosa possiamo fare per portare attorno a noi un po’ di solidarietà, giustizia e amore.   Una bella esegesi biblica o una bella omelia che non ci provochi questo fastidio non è ciò di cui abbiamo bisogno per difendere la democrazia.

Dovremmo poi tenere saldi i legami con i membri di comunità che si impegnano nei partiti politici: loro devono sentire il bisogno di nutrirsi di vita comunitaria e la comunità deve essere informata sul loro impegno che deve essere criticamente sostenuto.