A CENTO ANNI DALLA FONDAZIONE DEL PARTITO POPOLARE (18 GENNAIO 1919) di Giorgio Campanini

 

Per comune riconoscimento degli storici la fondazione del Partito Popolare Italiano (PPI), ad opera di Luigi Sturzo e di un gruppo di uomini politici e di intellettuali cattolici, firmatari con Sturzo dell'”Appello ai liberi e ai forti” (Bertini, Bertone, Cavazzini, Grandi, Grosoli, Lorenzetti, Mauri, Merlin, Rodinò, Santucci, cui successivamente si aggiunsero anche Filippo Meda e Giuseppe Micheli) ha rappresentato una vera svolta nella politica italiana. Dopo una lunga stagione di presa di distanza dalla politica, anche per un preciso volere dei Pontefici – il “non expedit” – i cattolici ritenevano doveroso e necessario “scendere in campo” con due fondamentali obiettivi. In negativo, contrastare un liberalismo orami in via esaurimento e un socialismo pericolosamente emergente e fortemente tentato di cercare di imitare in Italia il successo della “Rivoluzione d’ottobre” in Russia; in positivo, offrire nuove speranze ad un Paese devastato materialmente e spiritualmente dalla immane carneficina della I Guerra Mondiale – alla quale, pure, i cattolici avevano offerto un notevole tributo di sangue, partecipando attivamente all’evento bellico e accantonando le riserve allungo nutrite, dopo la breccia di Porta Pia, nei confronti dello Stato liberale.

Luigi Sturzo (1871 – 1959) è stato il grande catalizzatore di un “mondo cattolico” a lungo lacerato, al suo interno, dal conflitto fra quanti mantenevano severe riserve nei confronti dello Stato liberale e coloro che ritenevano, invece, necessario superare gli antichi contrasti, riconoscere il fatto compiuto di Roma Capitale, cercare e trovare una linea d’intesa  con lo Stato, per poter partecipare a pieno titolo, a guerra conclusa, alla vita sociale e politica del Paese.

Con la sua costituzione – cui parteciparono tanto uomini della “sinistra”, come Grandi e Bertini, quanto della “destra”, come Cavazzoni e Grosoli – il partito di Sturzo intendeva proporsi come punto di incontro di tutti i cattolici (superando antiche contrapposizioni) e come “forza nuova” convintamente democratica ma innovatrice e riformista, così da dare convincenti risposte a quanti anelavano, dopo le rovine della guerra, ad un “nuovo corso” della politica italiana.

Fervido sostenitore, benché egli stesso sacerdote (rimasto sempre fedele a questa sua vocazione) della laicità della politica, Sturzo riteneva tuttavia che i valori evangelici potessero trovare pisano diritto di cittadinanza in una società democratica e si faceva assertore, appunto con la fondazione del PPI, di una vasto processo di rinnovamento della politica e della società italiana. In questa linea, fra i punti più importanti dell’essenziale programma del partito lanciato appunto nel gennaio del 1919 (appena 12 punti in due pagine) risultavano la piena attuazione delle libertà civili, il riconoscimento delle autonomie locali, il rispetto dei diritti dei lavoratori, il sostegno alla famiglia, la riforma della legge elettorale con l’adozione del metodo proporzionale.

Su uno dei punti più delicati dello scenario politico del tempo – la conflittualità tra Chiesa e Stato – il programma del PPI dava implicitamente come definitivamente acquisita la fine dello Stato della Chiesa e chiedeve per essa soltanto “libertà ed indipendenza” ed insieme “libertà e rispetto della coscienza cristiana”, senza privilegi.

Nonostante le forti affermazioni intervenute nelle successive elezioni – svoltesi con il sistema proporzionale a lungo auspicato dai cattolici – il PPI non riuscì a contrastare l’ascesa del fascismo, che decretò nel 1926 lo scioglimento di tutti i partiti.

Non rimase a Sturzo che la via dell’esilio e di una ventennale denuncia forte e rigorosa dei guasti del regime fascista; seguita, nell’ultimo periodo della sua vita, da una talora solitaria battaglia contro i rischi di degenerazione di una democrazia minacciata dai totalitarismi e sempre bisognosa di una severa auto-riforma.