Donne e Costituzione

Monica Cocconi

Ad oggi il traguardo di un’effettiva e compiuta parità fra uomini e donne nella sfera pubblica è ancora ben lontano dall’essere raggiunto, soprattutto, al di là dell’eguaglianza formale dei diritti, nelle convinzioni culturali, nelle rappresentazioni collettive e nell’accesso a ruoli direttivi e di effettivo esercizio del potere politico. La partecipazione delle donne costituenti alla stesura della Carta Costituzionale, di cui quest’anno ricorre il Settantesimo anniversario dell’entrata in vigore, ne segnò tuttavia un passaggio decisivo (https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg17/file/repository/relazioni/biblioteca/emeroteca/Donnedellacostituente.pdf).

Con il voto al Referendum istituzionale tra Monarchia e Repubblica e all’elezione dell’Assemblea costituente, il 2 giugno 1946, infatti, fu esteso anche alle donne il diritto di voto e di eleggibilità negli organi rappresentativi. Fino ad allora, infatti, l’accesso a questi era stato loro precluso nella convinzione, peraltro largamente diffusa fino a fine 800, che l’emotività ne avrebbe pregiudicato la lucidità nel decidere e nel legiferare. Fu dunque quella la prima occasione storica, per le donne, di votare e farsi votare.

L’affluenza delle donne al voto, in tutta la penisola, fu elevatissima. Alla scrittura materiale della Carta Costituzionale contribuiranno le 21 donne elette nella Costituente: di queste cinque faranno parte anche della Commissione dei 75, incaricata di redigere il progetto iniziale da affidare all’Aula. Erano tutte provenienti dalla penisola, in maggioranza sposate (14 su 21) e con figli, dotate di titoli di studio (14 laureate) e giovani. Molte di loro si erano impegnate nelle file della Resistenza; con l’ingresso nella Costituente, tuttavia, divenivano anche artefici e protagoniste della Ricostruzione del Paese.

Fondamentale fu anche il radicamento delle costituenti nell’associazionismo femminile, sia laico che cattolico. Anche le donne cattoliche, infatti, avevano compreso la necessità di dar vita ad un’associazione femminile che favorisse e supportasse una loro partecipazione politica in senso proprio.  Nasceva, così, nel 1945, il CIF presieduto proprio da una futura costituente, Maria Federici, che, analogamente all’UDI, era l’esito di riflessioni politiche, elaborate nell’Unione Donne dell’Azione Cattolica e nell’Istituto Cattolico di Attività Sociali «per creare un movimento apertamente e schiettamente cristiano che convogli la donna verso un femminismo in totale armonia con gli insegnamenti della Chiesa e la prepari, guidi e sostenga per la conquista e l’esercizio dei doveri che le sono propri nella nuova atmosfera nazionale» (G. P. Di Nicola, Movimenti femminili cattolici e partecipazione politica, in Cosmopolis, Rivista di filosofia e teoria politica, n. 2 del 2016)

Nelle sedute dell’Assemblea Costituente le donne diverranno portatrici non solo delle istanze, fino ad allora inascoltate, delle loro connazionali: invocarono parità tra i sessi, garanzie nella sfera professionale, tutele per la maternità e pari opportunità formative e professionali; si dimostrarono coese, altresì, nel sostenere il ripudio alla guerra e la difesa della pace, nell’art. 11 della Costituzione, o la parificazione fra i figli legittimi e quelli naturali (T. Noce, Le prime elette: le donne alla Costituente, in Ricerche di storia politica, giugno 4/2016).

A testimoniare l’orgoglio nell’assunzione di questo loro ruolo valga, per tutte, il ricordo della giornalista Anna Garofalo, che descriveva così l’emozione del primo voto femminile: «Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore. Le conversazioni che nascono tra uomo e donna hanno un tono diverso, alla pari»

Sia in Assemblea costituente che nella Commissione dei 75 la presenza delle donne si rivelò decisiva nell’avviare e promuovere un mutamento profondo della condizione femminile nella società e nel mondo del lavoro. La formulazione degli articoli della Carta, in effetti, ha posto le basi del contesto normativo nel quale è stato poi possibile il raggiungimento della complessiva parità giuridica nonché ha promosso mutamenti culturali che hanno poi permesso l’accesso delle donne alla magistratura (1963), l’abolizione del reato di adulterio (1968 e 1969) e la successiva Riforma del diritto di famiglia (1975). Proprio un anno dopo lo scontro referendario sul divorzio, che divise il Paese in modo acceso, in Parlamento le donne diedero infatti un contributo decisivo all’approvazione di una disciplina di grande valore e qualità, come fu, appunto, quella sul diritto di famiglia.

Lo snodo iniziale e decisivo fu comunque la formulazione del nuovo art. 3 della Costituzione. Fu Angelina Merlin ad ottenere l’introduzione del «sesso» nell’elenco dei criteri discriminatori da superare nel nuovo Stato democratico. La costituente sostenne in effetti la sua proposta con la necessità di modificare la formulazione delle precedenti Carte dei diritti, a iniziare dalla Dichiarazione del 1789, che non menzionavano le donne e avevano fatto passare sotto silenzio la loro esclusione dalla cittadinanza.

Anche il tema della famiglia fece ingresso nella Costituzione, all’art. 29, grazie soprattutto all’apporto delle donne costituenti, sebbene il clima culturale, ancora improntato ad una rigida separazione dei ruoli, emerse, all’art. 37 della Cost., nella precisazione per cui le sole condizioni di lavoro della donna lavoratrice «devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare» come se il lavoro di cura fosse una loro esclusiva responsabilità.

La diffidenza e il pregiudizio maschili verso il valore femminile, che spinsero un costituente, Enrico Molè, ad affermare che l’accesso alla magistratura dovesse essere negato alle donne perché la conformazione anatomica le privava di capacità di giudizio, fu abilmente raggirato dalle costituenti con la stesura dell’art. 48 della Cost.  Per questo, infatti, l’accesso agli impieghi pubblici deve avvenire senza distinzioni di sesso.

L’alleanza femminile presente in Assemblea costituente fu singolare tenuto conto delle differenze fra le costituenti nelle convinzioni di fede, distanze che emersero, in particolare, quando si affrontarono i temi del possibile inserimento nella Costituzione dell’indissolubilità del matrimonio concordatario o del finanziamento statale alle scuole paritarie, proposti dalle donne cattoliche ma esclusi dal testo definitivo. Su questi temi, tuttavia, si ricorse al metodo democratico e costruttivo che caratterizzò, nel complesso, il dibattito nell’Assemblea costituente.

Insuperabile, viceversa, si rivelò l’inibizione anche delle donne di sinistra nell’affrontare la questione delle zone oscure della sessualità maschile tanto che la senatrice Merlin si trovò isolata nella richiesta di chiusura delle case chiuse. La legge da lei promossa fu in effetti approvata soltanto nel 1958 e principalmente perché l’abolizione della prostituzione organizzata dallo Stato era una condizione necessaria per accedere all’ONU.

Sicuramente l’ingresso delle donne nella Costituente e il loro successivo approdo in Parlamento fu un valore aggiunto decisivo per la qualità della democrazia del nostro Paese. Non solo permise, in effetti, di introdurre nell’agenda politica il tema dell’emancipazione femminile nella società e nelle professioni ma segnò anche lo stile con cui altre questioni, come quella della costruzione della pace e del metodo democratico di assunzione delle decisioni, furono poi affrontate.

Come ha affermato il Presidente Mattarella in occasione dell’ultima Giornata internazionale delle donne, «le donne parlamentari hanno saputo, all’occasione, battersi insieme»; egli si è detto convinto che «questo rappresenti una lezione repubblicana perché avremo sempre bisogno di questa attitudine, del senso di responsabilità di saper collocare al centro l’interesse generale del Paese e dei suoi cittadini». Infatti sempre lo stesso Presidente ha sottolineato come la pari opportunità delle donne costituisca «uno degli antidoti più forti alle chiusure oligarchiche, all’immobilismo sociale e alle diseguaglianze economiche».

L’anniversario dei Settant’anni della Costituzione potrebbe dunque rappresentare una preziosa occasione per custodire, verso le donne costituenti, memoria e riconoscenza.