Il dibattito che si è svolto su “Avvenire”, e che è stato anticipato da un interessante dossier di “Famiglia Cristiana”, circa il ruolo dei cattolici in politica dopo il voto del 4 marzo merita di essere approfondito sotto un profilo, che a mio modesto avviso, non è stato adeguatamente tenuto presente. Si è, cioè, sottovalutato, un fattore determinante ai fini della valutazione della stessa presenza dei cattolici autentici, e non di facciata, nel Parlamento uscito dalle recenti elezioni.

Questo fattore, a mio avviso decisivo, è rappresentato dal sempre più marcato ed accentuato  processo di secolarizzazione che caratterizza da alcuni decenni il nostro Paese: processo che ha conosciuto due esiti in parte diversi (e talora opposti),  in parte convergenti. Secolarizzazione, come noto, significa pensare la vita “come se Dio non ci fosse” e non avesse comunque modo alcuno di essere presente nella storia; salvo il rifugiarsi di poche “anime belle” nel segreto e nell’intimità delle coscienze.

Gli esiti della secolarizzazione sono sotto gli occhi di tutti ed emergono impietosamente da dati come quelli relativi alla partecipazione alla Messa domenicale, al rapporto tra matrimoni civili e religiosi,  alla progressiva ed inquietante diminuzione delle persone che decidono di consacrare la propria vita al servizio di Dio. Gli scenari della politica altro non fanno che riprodurre, seppure non sempre in modo lineare, il vissuto della società. Con un ‘importante differenza, tuttavia, rispetto al passato: che un tempo era “di rigore” appellarsi – da destra e da sinistra – ai valori cattolici (da una parte il riconoscimento delle libertà individuali, dall’altra gli appelli alla giustizia sociale) ; oggi questo non appare più necessario, in nome di una pretesa e totale “laicità” della politica.

Ma il fenomeno della secolarizzazione incide anche sul rapporto tra credenti e politica, nella misura in cui induce ad affrontare quella sfida in una prospettiva individualistica (la “conversione” delle persone, il ritorno alla frequenza dei sacramenti, a fedeltà nel matrimonio, e così via) e comunque privata. Il “ritorno alla fede” sembra degno di essere perseguito assai più che la realizzazione della giustizia.

Nasce di qui, se non proprio la irrilevanza, certo la subalternità della politica nell’immaginario della coscienza cattolica nel suo complesso: alla sfida della secolarizzazione, in altre parole,  corrisponde un più forte impegno di evangelizzazione che ha di mira prevalentemente il cambiamento delle coscienza piuttosto che la riforma della società. Una sorta di deriva intimistica per effetto della quale disertare le messe è incomparabilmente più grave che disertare le urne e, in generale, astenersi dall’attiva partecipazione alla vita della Città.

Se la linea di lettura del voto di marzo qui abbozzata (con  specifico riferimento ai cattolici) è esatta, vago e generico appare il richiamo ad una Dottrina sociale che pure ha prodotto, da 50 anni a questa parte, documenti di altissimo valore. Non è in quei testi che i cattolici cercano le fonti del loro impegno di evangelizzazione (perché anche la società è da evangelizzare) bensì in messaggi altamente “spirituali” che si dirigono ai singoli individui e trascurano del tutto il rapporto persone-società – rapporto che dovrebbe invece essere ineludibile per ogni autentico credente.

Qui dunque, alla fine, sta il problema: recuperare il Vangelo nella sua dimensione sociale e non più soltanto in quella individuale: perché solo allora si comprenderà che abbandonare la città dell’uomo, in nome di una presunta ed asettica “città di Dio”, rappresenterebbe una “diserzione” non consentita ai cristiani, come già ammoniva un antico testo delle prime comunità cristiane, la Lettera  a Diogneto.

 

Giorgio Campanini