L’Italia è uno dei pochi paesi europei che ha conosciuto in ritardo l’immigrazione di massa rispetto di altri. Tendenzialmente il paese ha affrontato due ondate migratorie di massa con differenti capacità di risposta e altrettante differenti conseguenze e risultati.

Subito dopo la caduta del muro di Berlino nei primi anni 90’, l’Italia divenne meta di grande attrazione economica per i popoli dell’est europeo, prevalentemente albanesi. Questi flussi immigratori, trovarono il nostro paese quasi impreparato su tutti i fronti. Dal punto di vista logistico (capacità di accoglienza e sistemazione) e legislativo (riconoscenza dei vari status e di documentazione) la risposta era pressoché inesistente.

Solo gli albanesi arrivati in Italia tra il 1991-1997 erano quasi  300 mila. L’unico  punto d’appoggio qua in Italia, era la rete di parentela  e di connazionali che ti potevano offrire un sostegno di base per un brevissimo lasso di tempo. Un paio di settimane al massimo e dovevi trovare una altra forma di “campare” per continuare a vivere in Italia. La prima cosa era il lavoro. Dovevi accettare quello che ti si offriva. Ti dovevi adattare subito a qualsiasi mansione che avevi d’avanti a te senza trattare tanto. Se nel tuo paese eri un laureato o facevi una professione come medico, docente o altro, qua la dura realtà ti imponeva fare mansioni fisicamente diversi, come l’edile, agricoltore o lavorare in fabbrica. Tutto questo senza nessuna forma di sostegno economico o logistico da parte delle istituzioni. Al massimo, lo stato ti riconosceva il documento di legalizzazione, il c.d. permesso di soggiorno tramite le saltuarie sanatorie, e tutto questo, dopo aver dimostrato che avevi  le condizioni di base come reddito e alloggio che gli doveva garantire il richiedente stesso. In quegli anni le politiche di rimpatri ed espulsioni nei confronti dei soggetti socialmente pericolosi avevano una reale efficacia. Ci sono esempi dove la polizia italiana durante gli anni novanta e duemila accompagnava nei porti di Bari e Ancona alle autorità albanesi elementi malavitosi con lo scopo di ridurre l’impatto negativo nella società. La priorità per lo stato italiano  rimaneva la questione di ordine pubblico senza nessuna forma di assistenzialismo socio-economica. Con il passare degli anni gli immigrati di allora non solo sono inseriti nella società italiana, ma stanno compiendo il salto finale, quello dell’acquisizione della cittadinanza come il coronamento del loro percorso integrativo. Ormai le seconde generazioni si stanno avviando verso professioni importanti come medici, avvocati, ingegneri, commercialisti. Gli sforzi e i sacrifici sono stati le fondamenta per costruire il loro futuro.

La seconda ondata migratoria, quella che inizia con gli sbarchi del 2014 per intenderci, trova l’Italia con una esperienza diversa, con risorse finanziarie già allocate e con una logistica dettagliata, che assicura una rete di sicurezza per i nuovi arrivi. Ormai chi parte trova l’accoglienza già al mediterraneo. Arriva in Italia con delle strutture di alloggio pronte, forme organizzative che coprono i controlli sanitari e aiuti economici. Le istituzioni territoriali come prefetture, questure, comuni e  associazioni del volontariato hanno creato delle ottimali condizioni per l’accoglienza dei richiedenti asilo. Forme che nella prima ondata immigratoria di massa non esistevano. E nonostante tutto, le difficoltà nell’integrazione si stanno rivelando ben superiori rispetto al passato, dove questo supporto mancava del tutto. E qua sta il paradosso che abbiamo d’avanti. Perché?

Il primo aspetto è che questa forma di assistenzialismo prolungato disincentiva fortemente le persone per andare avanti in maniera autonoma.Il presente è garantito dallo stato, non c’è nessuna scadenza da rispettare nell’immediato, quando tutto il basilare è pronto quotidianamente, qualsiasi rischio o sacrifico per andare avanti da soli viene rinviato inconsapevolmente, lasciando in stand-by queste persone per lunghi anni nelle strutture.

Il secondo problema è di carattere strategico. L’immigrazione ha due principali elementi. L’accoglienza e l’integrazione. Tutto lo sforzo istituzionale del paese si è concentrato sul primo aspetto. Giustamente salvare le vite e assicurare condizioni di vita decenti dovrebbe essere l’imperativo di ogni stato civile degno di questo nome. Ma tralasciare l’integrazione e cioè tutto quel processo che comprende l’acquisizione di nuovi nozioni e concetti di relazioni sociali diversi da quelli dell’origine, mette in seria difficoltà l’intero sforzo dell’accoglienza. Sulla carta c’è una serie di impegni, che i centri di ospitalità devono mettere in atto per facilitare l’inserimento di queste persone, ma in realtà ciò avviene raramente. Le statistiche ci dicono quante persone vengono accolte, dove alloggiano ecc., ma difficilmente sappiamo cosa fanno, o cosa intendiamo fare con loro nell’immediato futuro . Non sappiamo neanche dove e quanti sono coloro che lo status di rifugiato è stato rifiutato dalle autorità italiane e cioè tecnicamente clandestini, che risiedono sul territorio, ma che sono fuori dai radar delle istituzioni. Purtroppo però, sappiamo con certezza quotidiana, che interi quartieri sono in mano alla microcriminalità  e la questione sicurezza sta occupando sempre di più la graduatoria delle preoccupazioni degli italiani. Perciò se veramente vogliamo cambiare la realtà cerchiamo di vedere le cose per quello che sono e lavorare di conseguenza senza pregiudizi.

 

Erion Begaj

Vicepresidente della “Consulta Provinciale degli Stranieri”