di Giuseppe Iotti

 

Lo stimolo per questo intervento è venuto dal convegno recentemente organizzato dalla Caritas diocesana sul rapporto tra centro e periferie, nel quale sono stato gentilmente invitato a partecipare.

Periferia, parola greca, come il suo omologo latino circonferenza, deriva dall’operazione di chi, fissato un bastone al centro, e collegato con una corda tesa con un altro bastone, lo portava intorno, tracciando un cerchio che non era proprio un confine, un limite, ma un bordo, un margine, che appunto demarcava ciò che era dentro e ciò che era fuori. Anche se la città era disegnata non tonda, ma pressappoco quadrata, come la Parma romana, c’era intorno a lei una staccionata, poi le mura, che delimitavano chi era dentro e chi era fuori. Nasce come ordinato accampamento militare, eretto sul disordine degli abitati preesistenti. Città è il luogo dei cives, essendo il civis per etimologia colui che sta lì, avendone il diritto, diversamente da chi lì non ci sta e non ci deve stare. Chi è escluso, chiuso fuori, ed emarginato, messo fuori dal margine, dalla marca che è dal territorio demarcato dal potere. Romolo e Remo, come tanti altri fondatori di città, scavarono un solco, che etimologicamente significa un taglio. Prima di quel taglio, Roma era un mercato sul fiume, dove coabitavano i giovani latini, gli antichi etruschi, i sabini e non ultimo anche le sabine. Dentro la griglia ordinata della città romana ci stava la città e la civiltà, fuori casomai a macchia d’olio, a forma irregolare, vagamente circolare, i suburbi, che danno l’idea di una suburra che sta addirittura oltre che fuori, sotto la città. Ma questo cerchio è irriducibile al quadrato e viceversa, di mezzo c’è un numero irrazionale, tra di loro le figure non si possano commensurare. Se il nemico arriva, le baracche fuori dalla città vengono addirittura demolite, perché non vi trovi copertura e rifugio dai colpi di balestra e poi dalle cannonate che arriveranno dalle mura. La town anglosassone è all’origine un vasto spiazzo cintato, dove fisso risiede il capoclan coi suoi, e dove si rifugia il popolo che sta fuori nelle campagne, se arriva il nemico. Rifugiati, ma solo se sottoposti. Chi non è del popolo non entra, resta in balìa degli eventi. La polis greca etimologicamente è una cittadella in cima alla collina, ben cintata difesa e chiusa, dove chi non è cittadino entra solo come schiavo. E la politica è per il cittadino, non per gli altri, che, a malincuore per i cittadini, servono.

Per gli anglosassoni la periferia sono le outskirts, cioè ciò che è tagliato fuori. Per i francesi meno buonisti, la banlieue è il luogo bandito. Per i tedeschi, più pragmatici e neutri, la Vorort è l’area che inevitabilmente si incontra prima di entrare nel centro della città. Per i francesi migliori, la periferia invece è la couronne, l’ornamento della città, come lo è un anello. Kentr per i bretoni è il perno della ruota, che serve a poco se i raggi non lo collegano saldamente al cerchione (nessun riferimento voluto alla sindaca di Roma).

C’è una chiesa nel centro della Parma romana, sul foro, eretta dove c’era il tempio di Giove, la chiesa di San Pietro che ancora oggi sta su piazza Garibaldi. Ma la chiesa madre, la Cattedrale, il Duomo, l’hanno eretto fuori dalle mura, appena a nord, probabilmente sulla casa privata di un cristiano periferico che, a suo rischio e pericolo, l’aveva messa a disposizione della comunità. Probabilmente era ricco e generoso, a giudicare dai mosaici poi rinvenuti. Nel 1177 le mura medievali fanno uno strano giro per integrare il Duomo, cioè renderlo uno con la città. Includono anche l’antica area dell’anfiteatro, che  stava fuori, ma che i regni barbarici avevano preferito come centro di potere all’area del foro, percepita allora come il centro del declino e della sconfitta. A Modena, la città del nostro Vescovo, succede una cosa diversa. San Geminiano viene sepolto, forse martirizzato, a occidente dalla città romana, nell’area del cimitero, e vi si costruisce una chiesa. Coi secoli, il centro che era nel foro, 700 m più in là a oriente sulla via Emilia, si sposta vicino alla chiesa, che è il Duomo. Parma mantiene distinti due centri, uno ecclesiale, l’altro civile, Modena sposta il centro fisico nel centro della civiltà cristiana di quel tempo.

Giona, come la maggior parte degli Ebrei dei tempi biblici, disprezza le città. Dio no, vuole salvare tutti, e lo chiama perché, lui che ne sarebbe capace, vada a convertire Ninive, la grande città. Come le metropoli del terzo mondo oggi, occorrono tre giorni ad attraversarla tutta. Una sessantina di chilometri tutti urbanizzati? Forse allora un’esagerazione biblica, oggi una realtà più che normale a Mumbai, Città del Messico, Metro Manila, Lagos, Bagdad. In ogni modo, Giona non ne vuol sapere, Ninive gli fa piuttosto schifo, gli abitanti venerano la dea Ishtar, ed è il caso di dire che la venerano, perché Ishtar è la stella del mattino. Ne sono idolatri a tal punto da praticarne la prostituzione sacra. Pur di scappare Giona si imbarca, anche se il mare gli fa paura, come intimorisce tutti gli ebrei della Bibbia. Andrà allora a Tarsis,, città leggendaria per essere la più lontana da Dio, al di là del mare, ma là appunto non c’è nei dio né dea che ti disturbi. Dio la pensa diversamente, e con le cattive lo rimanda a Ninive. Giona si rassegna e, incredulo, constata che alle sue parole gli abitanti si convertono. Cammina e cammina dalla periferia al centro, arriva alla casa del Re, e si converte anche lui.

A Parma, a ridosso del centro, c’erano gli orti dei Benedettini, e in parte ci sono ancora, ma da quelle parti ci sono le prostitute di colore, forse nel ricordo che c’era anche il prato delle fiere. In via Venezia, nella periferia nord, tra le case popolari dove avevano dato un rifugio ai capannoni, qualche anno fa, davanti alla chiesa dedicata a un Cristo risorto per tutti, c’era un vecchio teatro che era diventato un cinema pornografico. Oggi, in quel teatro di periferia, c’è una chiesa evangelica frequentata dai credenti di colore, che pregano il Signore con canti molto meno noiosi dei nostri. A poche centinaia di metri da lì ci sono i territori degli spacciatori. In mezzo a questi luoghi che sono banditi quando non c’è luce, c’è quello che è già e sarà uno dei poli più giovani della città, il futuro della martoriata San Leonardo: il Work Out Pasubio, il Teatro Lenz, e un po’ più lontano, dove un tempo le merci viaggiavano per acqua, Officine On Off, e chissà, tante altre perle della corona della nostra vecchia città.