«Incompiuta, fragile, vulnerabile: eppure la democrazia è il solo modo di continuare a guardare con fiducia al futuro.»

La democrazia appare oggi una realtà fragile e vulnerabile, permeata da una crisi profonda. Dopo aver sanato le ferite delle guerre e dei totalitarismi del XX secolo, i valori e i principi fondamentali su cui questa poggia, attraverso l’ancoraggio alle Costituzioni, sembrano infatti aver perso forza e significato. Ne sono prova le difficoltà crescenti dell’integrazione europea, il dilagare dei populismi e il riemergere di sentimenti di razzismo, la contestazione delle élites, la Brexit e la sorprendente elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

I valori costituzionali comuni nel cui contesto dovrebbe collocarsi il funzionamento delle democrazie europee sorte dalle ceneri del Secondo conflitto bellico sono dunque messi a dura prova dalla realtà. In alcuni Paesi, in effetti, si registra il segnale preoccupante della separazione fra democrazia e liberalismo, ossia dell’adozione, da parte di Governi in apparenza democratici, di misure di limitazione delle libertà personale e di espressione, ritenute il cuore pulsante degli ordinamenti democratici. La forma di governo che ha accompagnato la convivenza sociale fin dagli albori della civiltà – già i romani, infatti, la auspicavano: «quod omnes tangit, ab omnibus approbatur» – e che Lincoln, nel 1846, definì molto efficacemente «government of the people, by the people, for the people» sembra colpita da una crisi irreversibile.

In verità, come ha messo bene in evidenza di recente Michele Salvati (La democrazia è in crisi: c’è qualcosa di nuovo?, il Mulino, n. 6/2016),  la democrazia è da sempre stata soggetta a crisi; lo è stata la democrazia diretta degli antichi, lo è oggi quella rappresentativa dei moderni. La democrazia è sempre sull’orlo di una crisi poiché il suo ideale di eguaglianza è sempre inevitabilmente smentito dalla realtà; lo è ancor di più in società come le nostre, caratterizzate da crescenti dislivelli di ricchezza e di chances nella conquista del potere. Lo è perché l’ideale di buon governo che la pervade, sostenuto dalla maggioranza dei cittadini perché foriero di pace e di prosperità collettiva, quale raffigurato da Ambrogio Lorenzetti nella Sala municipale di Siena, difficilmente può inverarsi pienamente nella realtà.

Nei diversi Volumi pubblicati di recente sul tema (A. Mastropaolo, La democrazia è una causa persa? Bollati-Boringheri, 2011; N. Urbanati, Democrazia sfigurata, Bocconi Editore, 2014; C. Crouch, Postdemocrazia, trad. it. Laterza, 2009)  tuttavia, la crisi della democrazia e dei valori costituzionali che la dovrebbero permeare sono presentati come qualcosa di profondo e di irreversibile, tale da sfigurarne il volto e da trasformarla in qualcosa di altro e differente, ossia una post-democrazia.

Dinnanzi a tali mutamenti profondi, tuttavia, convivono due sentimenti contrastanti: un diffuso sentimento di sfiducia e di disincanto e, nel contempo, una richiesta diffusa di democrazia rinnovata ed efficiente. Si avverte sempre più il bisogno di un profondo cambiamento degli attuali modelli di partecipazione e il loro affiancamento con altri che restituiscano ai cittadini la possibilità di incidere e di influire sull’assunzione delle decisioni pubbliche. Proprio da questi sentimenti contrastanti, la crisi potrebbe evolvere, anziché in una degenerazione irreversibile, in un mutamento suscettibile di sviluppi positivi.

Ma come funziona effettivamente la democrazia? Come opera concretamente nella vita dello Stato, in relazione alle altre componenti dei poteri pubblici, ovvero nella relazione con la giustizia, l’autorità, l’efficienza e il merito nella teoria e nella pratica del governo? Infatti i meccanismi della democrazia rappresentativa non possono essere considerati come a sé stanti ma ne va verificato il concreto funzionamento insieme agli altri elementi del potere pubblico che ne condizionano le reali dinamiche. Molte decisioni pubbliche, nella nostra Costituzione, sono infatti affidate a criteri differenti dal voto, come il merito nel caso dei concorsi, l’efficienza nelle decisioni amministrative, la concorrenza nell’affidamento dei contratti pubblici.

Al tempo stesso, emerge, in molti Paesi europei, la necessità di una compensazione del metodo democratico-rappresentativo con modelli di partecipazione deliberativa alle decisioni pubbliche più rilevanti, soprattutto con un impatto sul territorio e l’ambiente, come già accade in Francia e nel Regno Unito con il ricorso al dibattito pubblico e alle inchieste. La diffusione di forme di democrazia deliberativa, nei sistemi politici contemporanei, non è funzionale a supplire alle istituzioni della democrazia rappresentativa, ma piuttosto a compensarne i rilevanti limiti di funzionamento.

I meccanismi di democrazia deliberativa sono diretti ad arricchire la qualità della partecipazione, non unicamente a produrre una sua estensione quantitativa. A tal fine sono ritenuti adeguati modelli partecipativi aperti a tutti i soggetti convolti dalla decisione, diretti a trasformare, attraverso il dibattito pubblico e lo scambio di argomentazioni razionali, le preferenze manifestate dai partecipanti, grazie alla persuasività e alla qualità degli argomenti esposti da questi.

Sono queste alcune delle domande a cui risponde Sabino Cassese, uno dei più noti giuristi italiani, in «La democrazia e i suoi limiti», edito per i tipi de il Mulino nel 2016, presentato a Parma, nell’Aula Congressi di Economia il 5 ottobre scorso.

Al centro del Volume sta infatti l’interazione tra l’elemento democratico dei sistemi politici contemporanei e gli altri elementi che compongono lo Stato, nonché tra la democrazia nazionale e gli ordini giuridici sovranazionali. L’accento inoltre è posto sui limiti perché, se la democrazia è un limite del potere, questa è a sua volta limitata, sia per la sua intrinseca natura, sia per l’azione di altre forze che ne condizionano il funzionamento. Dal maggior bilanciamento fra la democrazia rappresentativa e le altre componenti del potere pubblico e dall’affiancamento a questa di forme di democrazia partecipativa possono dunque nascere, secondo l’Autore, terapie che possono attenuare la crisi profonda in cui versa l’attuale democrazia.

Accanto al tema tradizionale della democrazia come limite del potere, tuttavia, vi sono nel Volume altri temi emergenti, che rispondono a problemi contemporanei. In primo luogo quello della partecipazione attiva dei cittadini alla vita dello Stato e delle sue istituzioni. Se nei Paesi occidentali un quarto della popolazione si astiene dal voto, se sempre più spesso sono le minoranze a decidere i destini politici di una nazione, se milioni di persone assumono atteggiamenti di protesta, occorre verificare il funzionamento della democrazia, i compiti dei partiti, le vie per far sentire nello Stato la voce dei cittadini, e contemporaneamente le procedure di selezione delle classi dirigenti e i modi di operare degli apparati pubblici. Se l’universalità del suffragio, nel nostro Paese, è relativamente recente, poiché le donne sono state ammesse al voto solo nel 1946, ne sono ancora esclusi, in molti casi e iniquamente, i figli dei migranti nati in Italia e frequentanti le scuole a fianco dei nostri figli e figlie.

Sicuramente un ruolo determinante potrà assolvere, per superare tali criticità, la formazione della futura classe dirigente del Paese attraverso l’educazione alla cittadinanza attiva e alla cultura democratica delle giovani generazioni come hanno raccomandato all’inizio dell’incontro il Rettore vicario, Giovanni Franceschini e il Direttore del Dipartimento di Scienze economiche e aziendali, Luca Di Nella. Un’attenzione e una profusione di energie verso iniziative che vadano in questa direzione, come quelle attualmente organizzate da Borgolab, potrebbe portare non solo ad una partecipazione politica più diffusa e consapevole ma anche al recupero di un nesso forte fra la democrazia e i valori costituzionali che dovrebbero permearla, nei sistemi politici contemporanei. Come infatti ha messo in rilievo l’altro relatore al Convegno del 5 ottobre, il prof. Pietro Perlingeri, la democrazia non ha soltanto una dimensione procedurale ma è innervata in profondità e va continuamente alimentata con i valori costituzionali fondanti la nostra convivenza civile.

Monica Cocconi