Politica e società: dove stanno i credenti?

La “questione morale”, ancora una volta, si ripropone nel nostro Paese, in relazione ad una serie di interventi della magistratura che chiamano ni causa, trasversalmente, tutti i partiti.

Ci si interroga, ad ogni livello, su come affrontare il problema della moralizzazione della vita pubblica: ma, il più delle volte, partendo dalla politica. Qui si vorrebbe invece riprendere il tema – per certi versi logoro e frusto – partendo dalla società civile, sulla base di una domanda fondamentale: è possibile “moralizzare” la politica od è inevitabile abbandonarla al suo (malinconico) destino?

 

Per cercare di dare una risposta a questo interrogativo è necessario partire dal basso, e cioè dalla società civile. E qui si deve constatare che relativamente pochi sono coloro che, in essa, ritengono doveroso impegnarsi (non necessariamente per tutta la vita) per il “bene comune” e non soltanto per il proprio “particulare” Si ritiene, cioè, che siano sempre “altri” a doversi occupare della casa comune, tanto a livello nazionale quanto sul piano locale.

Deriva da questo atteggiamento un effetto perverso: molti sono i candidati alle cariche – lo dimostra la vera e propria elefantiasi delle liste in occasione delle elezioni amministrative – e pochi i candidati ad un impegno che non includa cariche, onori, prebende. Per gran parte degli italiani un impegno politico disinteressato appare addirittura “impensabile”, al punto che chi si pone in questa prospettiva è spesso accusato di ipocrisia (prima o poi vi deve essere, di qui e di là, un proprio “tornaconto”). Che questa visione sostanzialmente deformata della politica contagi anche i credenti non pare dubbio. Di qui una grande generosità negli ambiti del volontariato e dell’impegno per gli altri; di lì però anche il persistente rifiuto della politica, anche a quel modesto livello – quello amministrativo – in cui è più evidente la “vicinanza” della (buona) politica alle concrete esigenze di un gruppo umano, alla “vita buona” di una comunità.

Vi è stata una lunga stagione in cui i credenti hanno ritenuto doveroso impegnarsi nella città e hanno espresso una classe dirigente di alto livello, per la quale non mancano, oggi, i riconoscimenti postumi egli eredi di coloro che a suo tempo attaccarono e spesso sbeffeggiarono quanti da cristiani, erano “discesi in campo”…Oggi invece quegli uomini e quelle donne nn sembrano avere né eredi né continuatori, Non più, come un tempo, diversamente dagli altri, ma orami come gli altri, omologati alla società degli individualismi in cui ciò che conta è solo la realizzazione personale e non la preoccupazione del bene comune.

Quali le cause di questo sempre più manifesto distacco dei credenti dalla politica, dalla buona politica? Parte della colpa è forse attribuibile al grigiore di gran pare della politica di oggi, unito all’indecente spettacolo da molti offerto, ma alla fine le radici del male sono più profonde e sono propriamente teologiche. Si è perso lo slancio delle grandi costituzioni conciliari, soprattutto della Gaudium et spes, con ilsuo pressante invito rivolto ai credenti perché facciano proprie “le gioie e le speranze” di un’umanità ancora in cerca di se stessa. Le gioie e le speranze che molti, tropi credenti coltivano riguardano il posto di lavoro e la quiete familiare, la cerchia dei parenti ee amici e quella della parrocchia. Oltre non si va: hic sunt leones e dunque dalla politica occorre guardarsi per avere le “mani pulite”. Ma una non dimenticata espressione di n grande credente – mai politico di porfessione ma sempre appassionato della Città degli uomini , E. Mounier – metteva in guardia da coloro che “hanno le mani pure perché non hanno mani”, perché non si pongono al servizio della città. Ebbene la città italiana, per certi versi la Chiesa di base italiana, è ormai composta solo da credenti “dalle mani pure”?

Giorgio Campanini