Il bisogno il lavoro la famiglia

Pubblichiamo un estratto dell’ampia e documentata ricerca che è stata presentata lo scorso 24 maggio 2016 presso il Centro Pastorale Diocesano “Anna Truffelli”. Il testo integrale, per gentile concessione dell’autore, è reperibile sul sito de “Il Borgo”.

In queste pagine viene condotta una riflessione sugli attuali lineamenti della povertà nel Nord d’Italia, il milieu sociale più vicino alla nostra comunità per il quale sono attualmente disponibili informazioni statistiche di fonte ufficiale (Istat) sul fenomeno sufficientemente articolate e dettagliate. Da qui si tenterà di trarre inferenze e stime per la realtà di Parma. Dall’analisi emergerà una relazione stretta fra lo straordinario aumento della povertà e il deterioramento epocale del mercato del lavoro, un esito strutturale della crisi che si aggiunge ai processi di secolarizzazione e di involuzione demografica, che minaccia in modo definitivo la famiglia e la sopravvivenza della comunità: disoccupazione e precarietà del lavoro stanno infatti determinando rischi di povertà sempre più alti per le giovani famiglie con figli, impedendone tout court la formazione – ma questo è solo il più grave dei rischi di disgregazione che si prospettano.

Le statistiche sulla povertà relativa sono quelle che meglio consentono di apprezzare l’impatto della povertà sulle famiglie, scendendo maggiormente nello specifico delle caratteristiche dei fenomeni che più interessa l’analisi.he si faccia riferimento alla povertà assoluta o alla povertà relativa, così come definite dalla statistica ufficiale, si ha che il numero degli individui in condizioni di povertà ha conosciuto un drammatico aumento nel Nord Italia in corrispondenza della seconda fase recessiva nel 2011, innescata dalla crisi dei debiti sovrani e amplificata dalle successive politiche di austerity : nella sola Italia settentrionale fra il 2011 e il 2012 si è registrato uno stabile aumento della povertà pari a circa mezzo milione di poveri in più, 466 mila individui (+33,5%) se si considera la povertà relativa, 570 mila (+61,8%) se si considera la povertà assoluta.

Si tratta di un punto di rottura nella storia sociale della nostra comunità, determinato da una crisi occupazionale inedita per le regioni del Nord Italia che, fino alle soglie della grande recessione del 2008, sperimentavano una cronica difficoltà nel reperimento di risorse umane per lo sviluppo ed una situazione di sostanziale piena occupazione. Da allora, fino a tutto il 2014, ossia l’ultimo anno per il quale si dispone di informazione statistica ufficiale sulla povertà, la disoccupazione è continuata a crescere ed il numero dei poveri pare irreversibilmente attestato sul nuovo livello determinato dalla crisi: 1 milione 578 mila individui in povertà assoluta e 1 milione 882 mila in povertà relativa nel 2014, ossia il 5,7% ed il 6,8% delle persone residenti interessano l’analisi. Anche nel Nord Italia e nel nostro contesto provinciale numerose situazioni di povertà o di esclusione sociale sono state provocate o aggravate dalle politiche di austerity messe in atto dai governi nazionali, in risposta alle richieste di contenimento della spesa pubblica sollecitate dall’Unione Europea, come viene posto in evidenza dai rapporti di Caritas Europa. I tagli subiti nei servizi pubblici hanno pesato maggiormente sulla popolazione a rischio di povertà, priva delle risorse necessarie per compensare tali riduzioni di spesa – ma molte conseguenze sociali delle misure di austerity saranno misurabili solamente nel medio-lungo periodo, dato che non pochi di questi «risparmi» sono stati realizzati tagliando prestazioni sanitarie e servizi sociali aventi finalità di prevenzione. E l’austerity non è finita.

L’impatto della crisi, su realtà avanzate come quella emiliana e parmense, si è fatto sentire non solo per la crescita della disoccupazione, ma come esito di medio-lungo periodo delle trasformazioni strutturali ed istituzionali subite dal mercato del lavoro italiano negli ultimi vent’anni, che hanno contrassegnato il passaggio dalla «società del lavoro» ad un nuovo assetto dove, accanto al lavoro inteso in senso tradizionale (cioè dipendente a tempo indeterminato e pieno), è proliferata una pluralità di forme lavorative flessibili. In questo nuovo assetto del mercato del lavoro, tuttora «liquido» per effetto di continue riforme e contro-riforme dei suoi istituti regolativi e privo di correttivi agli eccessi derivanti dalla flessibilità e dalla costante riduzione delle tutele, l’essere occupati, per lo meno secondo le definizioni della statistica ufficiale, non frappone più un diaframma rispetto alla minaccia della povertà. Risulta sempre più evidente la formazione di una nuova classe di working poors, di «lavoratori poveri», fra le famiglie del Nord

Un altro elemento che caratterizza l’attuale quadro sulla povertà – destinato purtroppo a cambiare nel medio-lungo periodo – è rappresentato dal fatto che le famiglie con capo famiglia ritirato dal lavoro o anziano appaiono più al riparo dalla povertà rispetto alla media della popolazione. Il livello delle odierne prestazioni previdenziali fa sì che solo il 3,2% delle famiglie di ritirati dal lavoro sia in condizioni di povertà; simili basse incidenze di povertà si rilevano per le famiglie ove la persona di riferimento appartenga alle classi di età superiori (3,2% per età da 55 a 64 anni; 3,3% per 65 anni e oltre), per le persone anziane sole (1,9%) o per le coppie di anziani (2,7%). Al momento la crisi del welfare non produce che in minima parte anziani poveri ma la situazione, lo ripetiamo, è destinata a mutare con un impatto rilevantissimo per comunità interessate da una radicale processo di invecchiamento della popolazione, quale è quella di Parma.

L’attuale evidenza statistica suggerisce che, in aggiunta alla causa primaria della povertà che resta la disoccupazione (e la precarietà del lavoro), ciò che può far la differenza nel portare una famiglia sotto la soglia di povertà sta nella condizione di immigrazione e nelle difficoltà di formazione e crescita dei nuovi nuclei famigliari con figli.

La straordinaria differenza di incidenza della povertà fra le famiglie composte da soli stranieri (25,3%) e quelle composte da soli italiani (2,9%) quantifica le straordinarie condizioni di svantaggio dei cittadini stranieri residenti, pur in via di lenta integrazione. Da tale statistica restano esclusi gli altri migranti non residenti che insistono però sul territorio e che sperimentano, notoriamente, condizioni di bisogno dal profilo spesso emergenziale. L’esigenza di osservare la povertà degli stranieri impone pertanto il ricorso ad informazioni aggiuntive, da ottenersi in particolare presso i centri di ascolto ed i vari servizi deputati alla loro accoglienza, tenendo comunque ben distinte le problematiche legate a profughi, rifugiati, richiedenti asilo e migranti in situazioni di irregolarità giuridica.

Va infine rimarcato che la povertà sperimentata dalle giovani famiglie o dalle famiglie numerose tende troppo spesso ad essere spiegata all’interno degli stereotipi della povertà dei migranti, mentre questi fenomeni di povertà sono sintomo di un malessere generalizzato delle famiglie residenti.

La progressione inesorabile con cui cresce l’incidenza della povertà relativa sulla famiglia al crescere del numero dei suoi componenti parla da sola (vedi precedente Figura 5). Se la famiglia non è «di carta» (monocomponente), se non raccoglie semplicemente una diade formata da adulti, l’incidenza di povertà supera la media alla semplice comparsa dei figli, specie se minori (vedi precedenti Figura 6 e Figura 7): già una famiglia con 1 figlio minore ha il 6,8% di probabilità di povertà relativa contro la media del 4,9%; le famiglie una volta considerate «normali» (padre, madre e due figli minori), sperimentano oggi un rischio di povertà più che doppio rispetto alla media (11,7%); quelle con tre figli minori sono povere, nel 2014, nel Nord Italia, nel 25,3% dei casi, una famiglia su quattro. Qui il Nord diventa Sud.

Non vi sono altre tipologie famigliari per le quali si riscontrino rischi di povertà così significativamente superiori alla media, se non le famiglie monogenitore, ove la mancanza di una seconda fonte di reddito fa salire l’incidenza della povertà relativa al 7,1% – e tale tipologia famigliare pare in notevole crescita.

La povertà è sempre più una prerogativa dei giovani e delle giovani famiglie (vedi precedente Figura 8): se l’età del capofamiglia è inferiore ai 35 anni essa incide per l’8,4% e rimane comunque significativamente sopra la media (7,7%) nella classe di età successiva (da 35 a 44 anni).

Certo, su questi fenomeni interferisce pesantemente la variabile migratoria – e non si è lontani dal vero nell’affermare che, se si disponesse di dati ad un maggior livello di dettaglio, emergerebbe una situazione assai più grave per i giovani stranieri e le giovani famiglie composte da stranieri residenti. Ma non ci si può nascondere come la diminuzione «di ritorno» del tasso di fecondità totale, già notoriamente al di sotto del livello di sostituzione, denunci una generale aggravamento delle condizioni del sistema socioeconomico dove, a parità delle restanti variabili culturali e sociologiche «al contorno», l’ipotesi di mera «riproduzione sociale» (formare una famiglia, avere uno o più figli) comporta rischi di povertà oggettivi che i giovani sono sempre meno inclini ad affrontare, come evidenziano le ulteriori riduzioni di nuzialità e natalità.

Occorre pertanto interrogarsi sul rapporto fra il processo di disgregazione della famiglia, considerato dalla mentalità corrente come emancipativo, ed i fenomeni di precarizzazione integrale delle esistenze, messi sempre più in luce da una contrazione economica epocale, le cui conseguenze sono ben lungi dall’essersi esaurite: solo la famiglia, ove ancora esista, a fronte di una ritirata del welfare, che le tecnocrazie pretendono ineluttabile ed irreversibile a motivo della crisi del debito pubblico, sta ancora attutendo la precarietà e i suoi effetti, assicurando un minimo di garanzie, tutele e stabilità a individui divenuti lavorativamente intermittenti, ponendosi come unico luogo comunitario e solidale estraneo all’egoismo concorrenziale. Dove può portare questo processo involutivo che la politica, nel mondo occidentale come in Italia, parrebbe più incline a montare all’estremo che ad invertire?

Pier Giacomo Ghirardini

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