Finale di partito

Immaginiamo un film o un romanzo, ambientato ai giorni nostri, in cui un giovane di molte ambizioni e pochi scrupoli, ma ignaro dei misteriosi meccanismi della politica italiana, si mette in testa di diventare leader di uno dei grandi partiti italiani.

Il soggetto in questione prova dapprima a far carriera nel principale partito di centro-destra ma apprende quasi subito che lì vige una sorta di monarchia, e quindi fintanto che il capo non abdica (o muore) si può solo sgomitare con gli altri aspiranti leaders per farsi trovare pronto al momento del passaggio delle consegne. Stanco di aspettare, il nostro eroe lascia perdere il centro-destra e concentra le sue attenzioni al partito di centro-sinistra dove vigono ancora le regole “antiche” del tesseramento e dei congressi, ma mentre sta cercando di raccogliere il maggior numero di consensi tra gli iscritti al partito scopre che questa faticosa operazione può risultare inutile in quanto il Segretario viene eletto con primarie aperte anche ai non iscritti. Deluso anche da questa esperienza tenta infine la carta della principale forza di opposizione, nella quale però, dopo la prematura scomparsa del “cervello” cui si deve l’organizzazione e la gestione del Movimento, la confusione regna sovrana. A questo punto, preso dallo sconforto, il protagonista della nostra storia decide di emigrare e di tentare la fortuna in qualche altro paese europeo, dove perlomeno le regole di accesso e di “scalata” ai partiti sono grossomodo sempre le stesse…

 

La morale di questa vicenda è tanto semplice quanto impegnativa: non può più essere rinviata la soluzione di quella che rappresenta un’assoluta anomalia italiana nel contesto delle democrazie avanzate, il fatto, cioè, che i tre principali partiti italiani hanno adottato tre modelli completamente differenti di rapporto tra militanti e dirigenti, tra “base” e vertice”, senza dire del fatto che tutti e tra questi modelli stanno mostrando evidenti limiti e incongruenze.

Ma – per allargare (e complicare) il discorso – non vi è dubbio che questa difficoltà a trovare una valida forma di partecipazione alla vita politica sia causata anche dall’estrema difficoltà nel conciliare il necessario contributo di iscritti e/o simpatizzanti con l’altrettanto necessaria rapidità ed efficienza delle decisioni, che (e il discorso non riguarda solo l’Italia) nel contesto attuale sta portando ad un progressivo rafforzamento della figura del leader e ad suo collegamento diretto con i cittadini “saltando” i tradizionali canali di rappresentanza interna ai partiti. Eppure proprio l’esperienza italiana di questi ultimi anni, in particolare quella di Forza Italia – ma anche le difficoltà incontrate dalla gestione renziana del PD – dimostra che questa soluzione per quanto nell’immediato possa risultare efficace, alla lunga si dimostra insufficiente e anziché risolvere i problemi finisce col complicarli.

Ecco allora (e non certo per un “servo encomio” alla memoria di G. Casaleggio) che l’idea di valorizzare la “rete” come strumento di partecipazione e di decisione può essere un buon punto di partenza per la (ri)costruzione di una forma-partito aggiornata e utilizzabile da tutti gli schieramenti politici; naturalmente senza l’ingenuità, o il fanatismo che ha finora caratterizzato talune esperienze di impegno politico fondate sull’utilizzo del web: passare dalla idolatria del “capo” a quella della “rete”, infatti, sarebbe come cadere dalla padella nella brace – e siccome la rete in questione non serve per prendere i pesci, il piatto risulterebbe davvero indigesto per la nostra democrazia.

Riccardo Campanini