Quando ci incontravamo di persona o ci sentivamo al telefono, mi accoglievi con un simpatico e quasi provocatorio “tutto a posto?!”, al quale, a volte, aggiungevi ironicamente un “come va scrittore?”.

Ed eccomi qui a scrivere che ora non è per niente tutto a posto.

 

Manchi tu, te ne sei andato: non è un aspetto secondario, un elemento trascurabile.

Manchi a me, che mi sono rivelato un amico pronto a ricevere e restio a donare.

Manchi alla tua comunità, che si era stretta a te durante la grave malattia per aspettare il tuo ritorno, colmare la provvisoria assenza e supportare la tua più incerta presenza.

Manchi ai tuoi amici, che, al tuo rientro nell’ottobre scorso, ti hanno augurato il loro bentornato, stipulando con te il patto di S. Cristina, la parafrasi del patto delle catacombe di conciliare memoria, promettendoti un rinnovato impegno di accoglienza e servizio verso quanti, oppressi dalle loro povertà e difficoltà, chiedono giustizia, aiuto e solidarietà, alla ricerca di un cristianesimo di stile prettamente evangelico, fatto di apertura a tutti senza distinzione alcuna, di denuncia delle ingiustizie e discriminazioni, di dialogo con quanti lottano per la giustizia e la pace indipendentemente dal loro credo religioso, di confronto e collaborazione con i diversamente credenti, di servizio alla società con scelte coerenti e laiche di testimonianza e che al momento della tua forzata rinuncia a parroco hanno cominciato subito a sentirsi spiazzati e spaesati, a dividersi, ad andare per strade e su strade diverse, a scoraggiarsi per la discontinuità sopraggiunta e che ora, a maggior ragione si sentono orfani e incapaci di reggere l’urto del rientro nella normalità.

Manchi alla diocesi, che ti ha marginalizzato, spaventata dal tuo stile pastorale, talora ti ha persino combattuto sull’onda del purismo gerarchico, ti ha spesso ignorato ed isolato nel “ghetto degli ultimi”. Tu non lo hai mai tenuto nascosto, ma non ne hai fatto uno strumento di polemica, hai saputo aspettare fino in fondo che cambiasse l’aria: è cambiata certamente a Roma, dove sei diventato Papa e forse nella dirittura finale della tua vita qualcosa è cambiato anche a Parma, pur con tanti distinguo e tante cautele.

Manchi alla città, che ti ha rifiutato con i suoi scandalizzati ed ipocriti benpensanti, che ti ha snobbato irridendo alle tue reiterate denunce di ingiustizie, che solo in parte minoritaria ha simpatizzato laicamente per le tue idee e ti ha tardivamente dato un piccolo premio alla carriera. È inutile negarlo, assumono un tono quasi parodistico certe abbondanti rievocazioni postume: due superficiali e stucchevoli paginoni finali per rimediare a tante passate subdole ostilità mediatiche.

Manchi agli immigrati ospiti della tua casa di accoglienza, con i quali condividevi tutti gli aspetti della vita problematica e tribolata e che ora guardano al loro futuro con maggiore incertezza e rinnovata paura. Avevi loro pronosticato una scadenza difficile e puntualmente l’ora è suonata.

Manchi ai ragazzi, che su tuo invito si stringevano anche in senso fisico all’altare eucaristico per trovare e fare il pieno di linfa per la loro esistenza: eri infatti molto convincente quando ipotizzavi che anche le mogli e i figli degli apostoli fossero presenti all’Ultima Cena.

Manchi agli accattoni, che fuori e dentro la chiesa di S. Cristina trovavano un po’ di spazio per chiedere l’elemosina, approfittando della ben più profonda scia della tua carità fraterna.

Manchi alle donne, al centro delle tue attenzioni pastorali, coinvolte da protagoniste nel percorso comunitario, avvolte in un cammino di riscatto e di valorizzazione culminante addirittura nella prospettiva delineata dal tuo insistente auspicio verso il sacerdozio femminile.

Manchi ai divorziati, che nella tua chiesa si accostavano alla comunione sacramentale senza bisogno di certificati di pentimento e diplomi di corsi riabilitativi.

Manchi alle persone omosessuali, che trovavano accoglienza sincera e spontanea per i loro amori, le loro unioni e le loro diversità considerate una ricchezza per la comunità.

Manchi a quanti partecipavano alle tue liturgie respirando un’aria autenticamente comunitaria, ma soprattutto ritrovando la radicalità evangelica che li toglieva dagli imbarazzati e spiacevoli atteggiamenti critici verso la Chiesa istituzione.

Manchi a tutti coloro che da tempo ascoltavano le tue omelie per dare laicamente un senso agli avvenimenti ed ai problemi di questo mondo, per anteporre la fede alla religione, l’amore ai dogmi, gli insegnamenti evangelici a quelli tradizionali.

Manchi! Ci manchi! Ed ora viene il bello… Dove andremo? Non lo so! È più che mai non vero che “morto un parroco se ne fa un altro”.

È inutile nasconderlo: siamo in grossa difficoltà, viviamo il dubbio che la frattura non sia sanabile, che un capitolo sia irrimediabilmente chiuso, che il futuro veda gli eredi incapaci di recuperare e mettere a frutto il tuo patrimonio.

Dobbiamo riflettere: non ci sono risposte facili a problemi difficili.

Chiediamo che i tuoi successori non si facciano prendere dall’ansia di voltare pagina o, peggio ancora, dalla smania di normalizzare la situazione.

Chiediamo al vescovo che comprenda fino in fondo l’animo di una comunità per rispettarlo e consentire il massimo della continuità: abbiamo perso il leader, ma vorremmo proseguire il discorso.

Chiediamo che S. Cristina, senza alcuna inibizione al riguardo, sia ancora, ad un tempo, coscienza critica della diocesi e pungolo costante al potere di qualsiasi livello e genere, in difesa dei bisogni degli “ultimi”. Potremmo dire che questo è il dato irrinunciabile di un modo “diverso” di essere e fare Chiesa: ha suscitato e suscita molte reazioni strumentalmente scandalizzate, ha urtato molte suscettibilità clericali e civili, ha connotato la parrocchia come spazio aperto (addirittura spalancato) in senso ecclesiale, sociale e culturale. Lotta per la giustizia che diventa presupposto per la solidarietà e la condivisione. I biglietti da visita sono e devono continuare ad essere i cartelloni con le frasi, esposti di fronte alla chiesa, a fianco dei quali, almeno alla domenica sono giustamente appollaiati gli accattoni. Due facce di una stessa medaglia: quella della denuncia che si fa solidarietà e della solidarietà che si fa denuncia.

Richieste impossibili? Forse sì…in nome di un prete, secondo il quale nulla era impossibile per chi amava veramente.

“Di doman non c’è certezza”. Di una cosa possiamo essere certi: Luciano, come era solito dire, non si annoierà tra i beati nel Regno dei cieli, farà il “diavolo a quattro” per aiutarci, per scuoterci, per spingerci. Ma saremo capaci di sentire il suo aiuto?

Dio comprende e apprezza il nostro dramma, che va ben al di là del dispiacere per la morte di una persona cara, che supera il dato prettamente umano del vuoto lasciato da un amico, che investe e fa vacillare una cultura di fede, un modo di essere religiosi senza esserlo, di essere cristiani col Vangelo in una mano e con la Costituzione nell’altra.

Solo Dio, in Gesù Cristo, può tenerci nel solco della rivoluzione cristiana che Luciano ci ha testimoniato.

Se non ci aiuteranno i responsabili della cristianità locale, a chi e a cosa ci potremo attaccare?

L’ultimo colloquio completo avuto con Luciano ci ha visto entrambi infervorati a immaginare le nostre madri terrene, assieme a Maria, impegnate e indaffarate ad operare per il nostro bene: la tradizione popolare vuole che quando si è vicini alla morte si invochi la propria madre. Noi, Luciano, osiamo invocare tua madre, quella che ti aveva insegnato, per non sbagliare, a stare sempre dalla parte dei poveri: in fin dei conti tutto è riassumibile in questo categorico imperativo. Cercheremo, al di là di tutto e di tutti, di rimanere fedeli ad esso.

Sarà molto difficile, ma ci proveremo…

Ennio Mora