La nostra casa comune ha il bisogno di cura: l’appello dell’Enciclica Laudato si’ di Papa Francesco risuona forte e deciso, nel tentativo di “…rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta… perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti”.

Nel documento alcuni nodi concettuali vengono affrontati da molteplici prospettive, enfatizzando la complessità di quanto è richiamato all’attenzione degli uomini: “l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita” (16).

 

La ricchezza e la profondità del dibattito che si snoda attorno a questi temi risulta davvero dirompente, sviluppandosi a partire dal paradigma di equità e giustizia, che rappresenta il cuore dell’Enciclica. Alla base dello stesso si colloca un’ecologia chiamata a collegare “il posto specifico che l’essere umano occupa in questo mondo e le sue relazioni con la realtà che lo circonda”(15) e che diventa una “ecologia integrale”, in quanto in grado di fare proprie “le dimensioni umane e sociali” (137).

Il Capitolo quarto dell’Enciclica è dedicato all’esplicitazione di questo paradigma (peraltro già condiviso da diverse discipline scientifiche: fisica, biologia, ecologia, ad esempio), che prende forma sin dalle prime frasi del capitolo in cui si legge: “Non è superfluo insistere ulteriormente sul fatto che tutto è connesso” (138). Questa “connessione”, che rappresenta senza dubbio uno dei pensieri forti del capitolo quarto e di tutta l’Enciclica in generale, viene letta in tutte le dimensioni e le componenti. Spazio, tempo, esseri viventi e non viventi, infatti, non solo“…formano una rete che non finiamo mai di riconoscere e comprendere” (138), ma addirittura il tentativo di ridurla a frammenti isolati può essere considerato come una “forma di ignoranza”. La consapevolezza di questa complessità di cui l’uomo è parte integrante dovrebbe sconvolgerne il modo di pensare e la visione del mondo, fino a portarlo a “cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura” (139).

Quello dell’ecologia integrale diventa, così, un paradigma concettuale che cresce smisuratamente di portata, chiedendo di tenere insieme le problematiche economiche, sociali ed ambientali in quanto: “la protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di sviluppo e non potrà considerarsi in maniera isolata” (141). Allo stesso tempo afferma che “Se tutto è in relazione, anche lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana” (142), richiamando palesemente in causa un’ecologia delle istituzioni.

Un’ampia visione ecologica del mondo quale quella auspicata, infatti, non può dimenticarsi della “cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio” (143), prospettiva che “richiede il costante protagonismo degli attori sociali a partire dalla loro propria cultura” (144). Questo implica chiaramente l’idea di partecipazione, di cittadinanza attiva e soprattutto un’idea di sviluppo che deve muoversi nel rispetto e nel coinvolgimento delle comunità e delle loro culture.

Questi principi e riferimenti di ampia portata rimangono, tuttavia, delle sterili riflessioni se non sono in grado di impattare sulla vita di tutte le persone, traducendosi in un’ecologia della vita quotidiana, a cui peraltro il Cap. quarto riserva un’attenzione specifica. Uno sviluppo autentico, infatti, non può non prevedere un miglioramento integrale della qualità della vita umana, a partire dal miglioramento degli spazi pubblici, degli alloggi, dei trasporti e di tutti i servizi essenziali alla base di una esistenza dignitosa (150-154).

Per dare sempre più forza alla visione olistica di un tutto interconnesso, Papa Francesco porta l’attenzione anche all’idea di “un’ecologia del corpo” (155), che richiede di metterci in relazione con l’ambiente e con gli altri esseri viventi. (In questa prospettiva, il passo seguente avrebbe forse potuto essere il richiamo all’ecologia della mente di batesoniana memoria, che tuttavia non trova un esplicito riferimento nell’enciclica papale.)

La potenza del paradigma dell’Ecologia integrale appare pienamente nella sua capacità di rendere visibili legami e radici di questioni assai diverse, come la “nozione di bene comune”(156), che “presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale” (157). Questo principio si arricchisce in “un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri”(158), che tuttavia, coerentemente con questa visione olistica ed integrale, non può rivolgersi solo alla dimensione del “qui e ora”. Sono così chiamate in causa,in questo dibattito che ha le sue radici nel Summit di Rio de Janeiro (1992) e nel concetto di sviluppo sostenibile, le generazioni future. A queste ultime si attribuisce la sfida del futuro, anche se in tal modo la riflessione si riconduce al bisogno di maturare la consapevolezza che ancora una volta tutto deve essere interpretato in un’ottica sistemica, se non si vogliono perdere lungo il cammino pezzi del problema. Infatti, oltre al bisogno di una equità intergenerazionale, “occorre reiterare l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà intragenerazionale” (162) che va ad abbracciare persone che popolano altri luoghi, anche lontani da noi, e che non possono essere private dei loro diritti. Anche il discorso delle future generazioni, infatti, può tingersi di quella retorica che Papa Francesco vuole tenere lontana e che lo porta ad affermare che “non basta più dire che dobbiamo preoccuparci per le future generazioni. Occorre rendersi conto che quello che c’è in gioco è la dignità di noi stessi.” (160)

Per uscire dalla “spirale di autodistruzione in cui stiamo sprofondando» (163), caratterizzata dal degrado dell’ambiente, della società e dell’uomo, occorre pertanto recuperare una visione integrale attraverso un dialogo basato sulle connessioni tra tutti i diversi ambiti coinvolti (scientifici, economici, sociali, etici e religiosi), inclusivo e capace di dare voce a tutte le parti in causa, specie ai più deboli.

Un dialogo che sia generatore di un ripensamento globale dell’uomo e soprattutto di nuovi stili di vita, in grado di prendere forma grazie ad una nuova alleanza tra uomo e ambiente e ad una nuova educazione che possa finalmente dare concretezza ad un nuovo modo di abitare il pianeta e ad una nuova “cittadinanza terrestre” (E.Morin).

Il paradigma dell’ecologia integrale diventa così una sfida all’integrazione e alla ricostruzione di quell’idea di tutto che è “più della somma delle singole parti” che la Laudato si’ semina nel Mondo.

Antonella Bachiorri
Centro Italiano di Ricerca ed Educazione Ambientale (C.I.R.E.A.) – Dipartimento di Bioscienze Università degli Studi di Parma