Premessa doverosa: se è difficile calcolare la ricchezza (persino il mitico PIL viene messo seriamente in discussione come indicatore del benessere di una Nazione) figuriamoci se è possibile misurare la felicità…

Eppure, a dispetto di questa constatazione, la classifica pubblicata pochi giorni fa dal World Happiness Report sulla felicità percepita nei vari paesi del mondo è interessante e va presa sul serio perché, almeno per quanto riguarda l’Italia, certifica una situazione riscontrabile anche a prescindere da tale classifica, che vede il nostro Pese collocato al 50° posto su scala mondiale.

 

Che oggi gli italiani siano mediamente poco felici o addirittura scontenti e tristi basta infatti guardarsi intorno per constatarlo; e il fatto che la sopra citata classifica ci veda sorpassati da nazioni ben più povere come l’Uzbekistan o il Nicaragua (ma anche dalla Spagna, che pure è stata colpita da una crisi economica non meno dura della nostra) non fa altro che confermarlo. Certo, ai primi posti della graduatoria ci sono paesi tra i più prosperi del mondo, come Danimarca, Svizzera, Norvegia, Canada….eppure il dato che riguarda l’Italia esula appunto dal semplice riferimento alla ricchezza.

Qual è dunque il “male oscuro” che impedisce a tanti italiani di dichiararsi felici?

Il discorso è naturalmente lungo e complesso, ma avendo a disposizione solo poche righe può venire in aiuto una celebre poesia di Leopardi, nella quale il poeta afferma che la felicità nasce non tanto dalla soddisfazione dei desideri (la domenica) quanto piuttosto dall’attesa di tale soddisfacimento (il sabato). Il che, a ben guardare, ricorda molto la teoria economica secondo la quale la scelta di investire (e di spendere) dipende dalle aspettative future più che dalla situazione presente, con l’importante corollario della cosiddetta “profezia che si autoadempie” (se tutti pensano che le cose andranno meglio, allora miglioreranno davvero).

Ecco, proprio partendo da queste riflessioni si può dedurre che gli italiani non sono felici perché hanno una visione negativa o perlomeno problematica del futuro. Certo su questo atteggiamento incide pesantemente la situazione demografica (siamo un paese di vecchi) ma anche la difficoltà a progettare, a immaginare, se si vuole anche a sognare un futuro diverso, forse perché in passato tutto questo è stato “delegato” alla politica e oggi che quest’ultima non è più in grado di proporre “le magnifiche sorti e progressive” (sempre per citare Leopardi) gli orizzonti si sono di colpo oscurati.

Che fare , dunque? La ricetta può essere quella di ripartire “dal basso”, smettere di delegare (e criticare) gli “altri” – in primis le istituzioni politiche e finanziarie – e cominciare ad impegnarsi, singoli e comunità, in prima persona; è un po’ quello che stanno facendo gli imprenditori più illuminati del nostro territorio con l’iniziativa “Parma io ci sto” che, comunque la si voglia giudicare, ha sicuramente il merito di responsabilizzare e di chiamare all’impegno chi ha a cuore il futuro del nostro territorio e che, indipendentemente dai suoi prossimi sviluppi, serve appunto a suscitare fiducia e ottimismo. Andando col pensiero alle celebrazioni di questi giorni, se forse è eccessivo pretendere di essere “felici come una Pasqua”, è lecito almeno sperare che dopo il Venerdì di Passione spunti il Sabato del villaggio.

Riccardo Campanini