C’erano tutti, o quasi, i democristiani di una volta nel Duomo di Parma per salutare il senatore Giampaolo Mora. Erano ancora in tanti a rappresentare i 13.000 iscritti al Partito di una volta, ad un partito vero che, pur tra alti e bassi, era nel cuore di tanta gente, ma che, all’inizio degli anni’90, si è liquefatto lasciando un mondo…senza una casa.

Nostalgia e ricordi profondi, consapevolezza di scelte positive e di problemi irrisolti, sguardi dubbiosi sul passato e sul futuro aleggiavano in un Duomo di Parma affollato da tante persone che hanno fatto la storia locale, storie piccole o grandi, ma sempre storie di impegno civile e di speranza, storie oneste e storie di buona fede. Qualcuno c’era con qualche peccatuccio da scontare, ma erano peccati commessi dopo che il grande partito era entrato nel passato lasciando tanti orfani, e aveva lasciato spazio a qualche “prima donna” della seconda o terza repubblica, già cancellata dal solito vento.

 

C’erano tutti, o quasi, questa mattina, i democristiani di una volta nel Duomo di Parma, come al tradizionale rito del congresso che ogni tre/quattro anni metteva tutti in fibrillazione in attesa di sapere come sarebbe andata la conta finale; le idee erano storiche, utili specialmente per il palco e per gli applausi; le correnti, al di là di qualche giochetto, erano storiche anche loro e, anche se piene di idee, cambiavano poco, i personaggi erano quasi sempre fissi. Ma stamattina, in Duomo, tutti si sorridevano ed i ricordi di una volta coinvolgevano tutti. Nessuno lo diceva, ma, come una volta, era anche naturale fare ancora la conta: loro erano di Forze Nuove, lui era della Base; loro erano Dorotei, c’era il solito Scelbiano, vi era il gruppo dei Duciani; vi erano poi anche i tarotei di destra o di sinistra; col lumino dovevi cercare un andreottiano. Mora era partito come fanfaniano, poi, intelligente ed abile mente di sinistra, sapeva quasi sempre creare nei congressi una maggioranza a sua somiglianza, anche di centrodestra, se necessario, per dare una guida al partito.

La democrazia, infatti, esigeva i suoi congressi nel quale vi erano momenti di feroce scontro, macchine che portavano iscritti, fredda conta dei voti, di ogni voto che era valido sia che venisse dal plurilaureato che dalla truppa cammellata; poi nascevano le maggioranze ed anche con pochi voti potevi diventare indispensabile per fare pendere la bilancia da una parte o dall’altra. La DC era un partito veramente democratico: bisognava vincere il congresso per avere poi la guida del partito, la gestione dei documenti programmatici e la distribuzione di tutte le cariche conseguenti; e finito un congresso con la riorganizzazione della corrente si cominciava a preparare l’altro.

E come in tutti i congressi vi erano anche gli ospiti di rispetto, rappresentanti di altri partiti e delle categorie. Anche in Duomo non sono, infatti, mancati rappresentanti dell’alleato PRI e del nemico PCI ed anche qualche ex socialista, aderenti alle categorie amiche degli industriali e delle cooperative. Di tutti la stretta di mano ed un sorriso sincero dimostravano che la nostalgia era diffusa, che il rispetto attuale era ricco di significati prodotti da un passato che non sarà più.

C’erano tutti, o quasi, questa mattina, i democristiani di una volta nel Duomo di Parma con la consapevolezza che, forse, questo era l’ultimo degli storici congressi…..Da anni se ne sono andati Micheli e Cacchioli, poi sono scomparsi Buzzi, Borri, Adorni; in poco tempo se ne sono poi andati anche Usberti, Paini e Passera, ed adesso anche Giampaolo Mora; erano nomi che avevano, con qualcun altro ancora vivente, segnato a Parma la storia del grande partito che, rinato dal fascismo, si chiamava Democrazia Cristiana; erano le figure di riferimento nei congressi della seconda metà del ‘900 e, attraverso le correnti ben organizzate, indicavano le piccole/grandi scelte della politica locale.

Mora è stato parlamentare 5 volte, tre da deputato e due da senatore, e adesso lo guardavamo tutti …lassù, più in alto di tutti, più in alto di sempre, sotto il Paradiso, pronto a fare l’ultimo gradino. Ma era allenato: era partito con il piede agile di uno scout, aveva coperto tanti scalini per arrivare lassù dove c’era un posto nel tavolo delle decisioni; adesso era là sotto che guardava la Vergine che saliva ancora più su verso il Figlio. E con il silenzio ha fatto l’ultimo discorso nell’ultimo congresso di un mondo che non c’è più. Il tavolo dei grandi giocatori, con tanta nostalgia per i 13.000 iscritti di una volta, si è spostato in Paradiso.

Eugenio Caggiati