Non è semplice racchiudere in una sintesi il significato di una serata come quella dedicata al nostro Laboratorio per la città, lo scorso venerdì 12 febbraio, conclusa con la conversazione a due tra Luca Barilla e Stefano Zamagni, coordinata da Michele Brambilla. Ci provo comunque, partendo da quelle che sono le mie personali impressioni.

La prima sensazione che mi rimane è che da quell’evento sia uscito rafforzato un messaggio di progettualità, che transita dal ruolo centrale della cultura e dalla fiducia nelle nuove generazioni. Se la testimonianza delle persone che sono intervenute è stata capace di farci guardare in positivo al futuro e se l’esempio del nostro Laboratorio riesce a trasferire un messaggio come questo, dobbiamo essere comunque soddisfatti. Ovvio che non basta, non bastano le buone pratiche, occorre molto di più, ma ognuno deve portare il proprio pezzo.

 

Il lavoro sui giovani e con i giovani è affascinante e complesso. Michele Brambilla ne ha colto l’importanza, rilevando come siano a volte contraddittori i segnali che pervengono da parte del mondo giovanile e come sia quindi utilissimo fornire strumenti di crescita, partendo dal quell’impegno sulla conoscenza della democrazia che anche il Laboratorio si pone come obiettivo.

Stefano Zamagni ha posto l’accento sul ruolo della comunità, nel suo complesso, nessuno escluso, per sviluppare processi di dialogo costruttivo, secondo quei principi di democrazia deliberativa che conducano allo stesso tavolo i diversi stakeholder e che chiedano ai giovani di avere un ruolo decisionale, che derivi dall’acquisizione di strumenti culturali che sono un diritto, ma anche un dovere. Una comunità deve sapere costruire relazioni sempre più vive al proprio interno, fare “bridging” e non “bonding”, ovvero deve sviluppare ponti vivi tra le persone e le idee e non legami lobbystici, o, peggio, mafiosi.

E Luca Barilla ci ha parlato di necessità di ascolto e di attenzione. I giovani hanno bisogno di capire che sono importanti. Quella dell’ascolto da parte del mondo “adulto” è la condizione prima perché si possa chiedere loro di farsi carico di una quota di responsabilità nella gestione del mondo in cui viviamo. Non era la prima volta che Luca Barilla poneva l’accento su questo tema, lo aveva fatto altre volte nelle conversazioni pubbliche in cui lo avevo ascoltato: è un tema che ha radici nella propria personale esperienza di figlio di un grande padre, che ancora ha delle cose importanti da trasmettere.

Luca Barilla ha posto sul tavolo anche il tema del ruolo sociale delle imprese, partendo dalla esperienza specifica della Barilla e dalla missione etica che si è data sui temi della nutrizione, della salute e della sostenibilità del pianeta: è un tema che si è rilevato fortemente condiviso anche con Stefano Zamagni, padre nobile della economia civile. In una comunità virtuosa ognuno vuole/deve fare la propria parte per un obiettivo comune: imprese, terzo settore, istituzioni, centri della formazione e della ricerca.

Vorrei aggiungere una mia considerazione personale sui temi che abbiamo trattato e in particolare sui giovani. Interrogando nei giorni scorsi un gruppo di lavoro di ragazzi del nostro Laboratorio, abbiamo chiesto quali fossero a loro avviso le priorità su cui lavorare per il futuro della città. La risposta nettamente condivisa è che oggi il primo tema su cui si deve lavorare è il disagio dei giovani, la loro difficoltà a vivere in modo costruttivo il loro tempo, l’estensione sempre più preoccupante delle sacche di auto-emarginazione, di solitudine, che spesso portano a dipendenze (droghe e non solo) e a comportamenti socialmente aggressivi individuali o di gruppo. Dallo sviluppo della discussione con i ragazzi è emerso che queste problematiche generano un circolo vizioso, le cui conseguenze si riverberano sulla qualità della città, degli spazi pubblici, sulla sicurezza. I giovani sentono la città diventare troppo ostile, alcuni luoghi diventano off-limits (piazze, parchi, strade, locali), le logiche di gruppo trascendono e conducono comportamenti patologici, se non addirittura violenti, quasi che la logica negativa del “bonding” di cui ci ha parlato Zamagni, tenda a consolidarsi anche tra i ragazzi.

Ai ragazzi stiamo chiedendo anche che cosa loro pensino si possa fare per raddrizzare quella situazione di disagio sociale e generazionale che a loro stessi sembra in pericolosa crescita. Le risposte ci arriveranno e cercheremo di svilupparle insieme a loro e di darne restituzione ampia. Non chiediamo analisi affrettate o emotive, ma piuttosto un’indagine seria su entità dei problemi e cause. La finalità è arrivare a proporre possibili soluzioni. Ma la prima risposta che sembra immediata è che occorre partire dai valori e che il metodo giusto è proprio quello dell’ascolto, come ci ha detto la tavola rotonda all’Aula dei Filosofi: c’è un bisogno diffuso di progettualità e di fiducia e sta ai giovani pretendere di farsi ascoltare e agli adulti l’intelligenza di starli a sentire.

Paolo Scarpa