Una delle grandi intuizioni di Umberto Eco è stata l’attenzione rivolta alla cosiddetta cultura “popolare” (quella della TV e dei mass media) ma – e questa è appunto l’originalità del suo pensiero – in modo opposto a quello oggi dominante: cioè non diluendo e banalizzando tutti i contenuti in una indistinta melassa pop, ma cogliendo invece i nessi, le analogie, i rimandi tra cultura “alta” e “bassa”.

 

Proprio partendo da questa lezione è interessante focalizzare l’attenzione su ciò che sta avvenendo a Roma in due contesti diversi: uno, più effimero, quello della squadra di calcio – la Roma – con il declino e l’ormai prossima uscita di scena del suo giocatore- simbolo, Totti; e l’altro, più serio (ma per i tifosi della Roma vale il contrario…) quello politico-amministrativo, con le difficoltà che un pò tutti i partiti stanno incontrando per individuare candidati Sindaco all’altezza. Insomma, mettendo in parallelo le due situazioni, come farebbe un buon discepolo di Eco, si potrebbe affermare che nella Capitale sono in crisi tanto le leadership carismatiche, in primis quella del capitano giallorosso, quanto quelle elettive proprie degli organismi rappresentativi.

 

D’altronde, nella millenaria storia di Roma questa crisi di autorità non è certo una novità: riandando ai più o meno remoti ricordi scolastici la memoria va al drammatico avvento dell’età imperiale, con il declino delle istituzioni repubblicane e la concentrazione del potere nella figura di Cesare prima e di Ottaviano poi, ma anche ai momenti di eclissi dell’autorità imperiale con le conseguenti situazioni di anarchia e di guerre intestine (Galba, Otone, Vitellio…). Niente di nuovo sotto il sole di Roma, verrebbe quindi da dire; e non è certo un caso se proprio nella Città eterna è stato coniata la cinica ma realistica considerazione che “Morto un Papa se ne fa un altro”.

Ma, partendo appunto da questa massima, la storia di Roma (come di tante altre vicende storiche) suggerisce anche un altro insegnamento, che può venire utile per l’attuale impasse della politica capitolina: vale a dire che la garanzia della buona amministrazione è legata molto più a ciò che resta – il personale, i dirigenti, le buone o cattive “pratiche” quotidiane – che non a ciò che cambia (i vertici politici). Se non così non fosse, l’Impero romano sarebbe crollato molto prima, visti i tanti imperatori mediocri o addirittura pessimi che ne hanno retto il comando. Questa considerazione, però, più che attenuare, rischia di aumentare le preoccupazione dei romani – e non solo – visti i molti episodi di malcostume che hanno coinvolto il personale amministrativo tanto ai vertici quanto alla “base” (non tutto né la maggioranza, va detto) e le tante forme di impunità, o addirittura complicità, di cui godono i cittadini meno rispettosi delle regole. Più che invocare l’ennesimo “tribuno della plebe”, per i romani sarebbe quindi più utile fare un serio esame di coscienza e cambiare i tanti comportamenti sbagliati, tanto privati quanto pubblici, che stanno offuscando la “grande bellezza” della Città eterna. E la Roma (intesa come squadra)? Bè, la massima di cui sopra – in senso naturalmente metaforico – vale a maggior ragione per “er Pupone”, che deve ormai rassegnarsi ad uscire di scena, possibilmente con dignità e senza strascichi polemici.

Tornando alle considerazioni iniziali, per consolare quei romani – e romanisti – preoccupati per la crisi di leadership che ha investito la città e la squadra, forse Umberto Eco sarebbe ricorso a quell’ironico ritornello di alcuni anni fa (composto peraltro da un cantautore napoletano) “Meno male che adesso non c’è Nerone” – anche se qualche suo ammiratore, che vorrebbe dare fuoco ai campi rom, è ancora in circolazione.

Riccardo Campanini