Il 15 gennaio, la Repubblica nell’edizione locale titolava: “Parma, urbanistica: che fine ha fatto la variante al Psc?”. A un anno dalla fine del mandato di Pizzarotti, il piano urbanistico è rimasto quello di Ubaldi e Vignali. Nella campagna elettorale del 2012, il M5s proponeva di eliminare il consumo del suolo, ristrutturare e recuperare edifici e aree esistenti, costruire isole ambientali.

Ora tutti constatano che il potenziale edificatorio è immutato e che il piano è lontano dalla realtà della popolazione per la domanda e l’offerta di abitazioni.

 

Le previsioni urbanistiche della Giunta Ubaldi, riviste al rialzo per esigenze di cassa dalla variante al Piano operativo comunale dell’Amministrazione Vignali, sono rimaste invariate anche con il sindaco Pizzarotti, benché nel 2013 affermasse “Andiamo verso una revisione del Psc che sia in linea con un’idea di crescita diversa da quella percorsa in passato. Il presupposto è quello di andare verso una città più omogenea e a misura d’uomo, al fine di riappropriarcene”.

I documenti dell’Amministrazione riportano indicazioni opposte e contradditorie, che non permettono modifiche ai vecchi piani, perché non permettono di capirne gli errori. Venerdì 11 ottobre 2013 al centro Ex Eridania al “Forum permanente per lo sviluppo di politiche territoriali integrate” si sono confrontati amministratori, urbanisti, architetti, imprese e associazioni sui temi della pianificazione territoriale di Parma. Tutti hanno condiviso che il forte sviluppo della città degli anni precedenti era un capitolo chiuso. Ma la locandina dell’evento riportava gli stessi dati di Ubaldi: “Parma, nuovo Psc: saremo 210mila abitanti nel 2020”. L’architetto dello studio Caire di Reggio Emilia, già responsabile del piano Vignali, affermava: “Se è vero che negli ultimi 5 anni il panorama socio economico è completamente cambiato, è pur vero che il numero di abitanti della città continua a crescere, grazie soprattutto al contributo degli immigrati”.

Questa semplice enunciazione di una crescita a 210mila abitanti lascia intendere agli amministratori e ai parmigiani una crescita proporzionale della domanda abitativa. Ma è una indicazione sbagliata che non ha basi tecniche. E’ una sovrastima tratta da uno studio approssimato e superficiale del Censis del 2009, accettata a Parma in modo acritico per carenza di cultura tecnica e amministrativa. Dalle previsioni dell’Istat dal 2007 al 2051 per tutte le province italiane e fondate sui dati degli anni 2002-2006, il Censis ha preso il 42% della provincia di Parma. Ha trascurato fattori fondamentali per una stima credibile: la popolazione residente nel comune ha una distribuzione per età e sesso differente da quella della provincia; non distingue tra italiani e stranieri, aspetto fondamentale nell’acquisto di una abitazione, mentre in città risiedevano il 41% degli italiani e 45% degli stranieri della provincia; negandola, proietta nel futuro la crescita che Parma ha avuto nei primi anni del 2000, quando i posti di lavoro sono aumentati da 180mila a 200mila.

Nel 2009 il Censis avrebbe dovuto usare i dati del comune, esplicitare ipotesi sul movimento naturale (nati e morti), soprattutto su quello migratorio interno e con l’estero; infine, dai dati della popolazione ricavare la stima del numero di famiglie, almeno per cittadinanza, poiché l’abitazione è un consumo familiare anche se molte sono unipersonali. Ma è ancora più grave usare ora quei dati e ignorare gli effetti della crisi, i problemi dell’occupazione, la crescente povertà di cittadini italiani e stranieri immigrati a Parma, benché rimanga tra le aree nazionali più attrattive.

Un altro problema è il numero reale di attuali residenti nel comune di Parma. Secondo l’anagrafe, al 1° gennaio 2015 erano in totale 189.996, dei quali 29.065 stranieri e 160.931 italiani. E’ utile seguire il loro conteggio negli ultimi anni, per comprendere come si è arrivati a questa stima. Al 31 dicembre 2011 secondo i dati anagrafici erano 188.264; ma dopo per le persone non rilevate al Censimento risultavano 175.842 (12.422 in meno). Considerando gli effettivi residenti non censiti, sono circa 10mila persone che al censimento e alle verifiche dei mesi successivi sono sempre risultati irreperibili. Dal conteggio delle cittadinanze, si ricava che sono italiani: la loro presenza non è costante e le loro esigenze abitative sono indubbiamente diverse da quelle della domanda di mercato.

Sotto l’aspetto contabile, le discrepanze sono state sanate nel 2013. Secondo l’anagrafe al 1° gennaio i residenti erano 177.714. Ad essi sono stati aggiunti 11.266 altri iscritti (non sono nati, né immigrati da altri comuni o dall’estero) e sono stati tolti 3.162 altri cancellati (non sono morti, né emigrati dal comune di Parma): al 31 dicembre 2013 i parmigiani risultano 187.938.

Le amministrazioni sono, giustamente, attente ai bilanci. Purtroppo spesso non sono attrezzate per analizzare e capire le trasformazioni sociali ed economiche della popolazione che dovrebbero guidare: costruiscono piani e progetti su una immagine della loro comunità che è differente da quella reale. Non è utopia; è mancanza della cultura di governo.

Lamberto Solianilamberto.soliani@unipr.it