Il 22 gennaio, presso la sala dell’Unione degli Industriali di Parma, si è tenuto l’incontro, organizzato dall’associazione laPolis e dal circolo culturale Il Borgo, dal titolo “La grande trasformazione: produzione, lavoro, rappresentanza”.

L’obiettivo dell’iniziativa è stato quello di analizzare la trasformazione che ha attraversato l’industria italiana per capire l’orizzonte verso cui il paese si sta indirizzando: quali mutamenti, quali prospettive, quali problemi. La scelta di affidare a uno studioso di livello come Giuseppe Berta, il maggior storico dell’economia italiano, nasce proprio dalla portata della riflessione: capire il presente per costruire il futuro.

Dopo i saluti di Paolo Scarpa e di Alessio Chierici, a nome delle due associazioni promotrici, Cesare Azzali, direttore dell’UPI, ha introdotto la riflessione, mostrando come l’industria sia cambiata e con essa sia cambiato il modo di fare impresa e, più in generale, di stare nella società del XXI secolo.

Tocca a Franco Mosconi, docente di Economia industriale nel nostro Ateneo, iniziare l’intervista a tre e lo fa incalzando subito Berta sul fatto che l’Italia, “la seconda potenza industriale europea”, sembra non avere mai consapevolezza di questa sua forza, sembra incapace di mettere a sistema l’enorme potenziale e le grandi capacità di cui dispone. Com’è possibile? Cosa è andato storto? Cosa non funziona? È la storia dello sviluppo industriale di questo paese che può fornire una risposta: la relazione sempre molto stretta tra pubblico e privato. In un secolo, tra il 1880 e il 1980, la crescita industriale è avvenuta in un dialogo complesso e non sempre lineare tra la sfera pubblica e quella privata: lo sviluppo si pensava possibile solo questo doppio binario. È dopo il 1980 che il modello di economia mista sembra non funzionare più: il contesto internazionale cambiato e la confusione che ormai si era creata tra spazio della decisione pubblica e quello della decisione privata hanno fatto sì che l’Italia non riuscisse ad attrezzarsi efficacemente per il cambiamento. A questa crisi profonda del sistema italiano, due grandi personalità del secolo scorso, Guido Carli, governatore della Banca d’Italia, presidente di Confindustria, senatore e ministro, e Nino Andreatta, economista e più volte ministro, danno una risposta simile: togliere le grandi imprese pubbliche dalle mani dello Stato e mettere vincoli esterni alla politica italiana affinché si ripristini un sistema disciplinato e vitale (Maastricht). La via quindi è quella di una politica monetaria e di privatizzazione che dia nuovo slancio al sistema industriale italiano.

C’è poi la trasformazione delle grandi città industriali italiane, come per esempio Milano, che cominciano a diventare centri di servizi e non più di manifattura: si tratta di un altro tassello della grande trasformazione e della necessità di ripensare il sistema industriale di questo paese per dare nuove regole.

Se questo è il passato, la storia che è alle nostre spalle, in questa trasformazione stanno i germi del cambiamento e del futuro: la produzione non può più essere solo produzione di “cose”, ma deve sostanziarsi in un processo che crea intelligenze, competenze, capacità, sperimentazioni. In un’ottica sempre più tesa alla sostenibilità della crescita e sempre più in risposta ai grandi mutamenti che stanno attraversando questo nostro mondo: mutamenti climatici, crescita demografica, grandi migrazioni. Lo scenario cambia e l’industria non può non essere uno degli attori del cambiamento.

Su questo fronte, il chiaro esempio di questo nuovo modo di fare impresa è la Dallara Automobili. È proprio Gian Paolo Dallara a raccontare l’esperienza di innovazione della sua azienda. Con un forte investimento sulle risorse umane (fatto poco consueto nelle imprese italiane, e questo è uno dei limiti più grossi allo sviluppo innovativo del nostro sistema economico), la sua azienda ha cambiato “pelle”, ha ampliato, e in parte modificato, la sua produzione indirizzandola sempre più verso una fornitura di servizi di altissimo livello. Ma serve un investimento nella formazione del personale e una visione, questa sì politica intesa come generale, capace di creare un “ambiente” adatto a queste trasformazioni

Ed ecco il tema della scomparsa della politica industriale. Questo oggetto misterioso che in tanti invocano ma che sembra essersi perso, quanto meno in Italia perché Stati Uniti e Germania devono la loro ripresa proprio ad azioni forti di politica industriale.

Secondo Gramolati, il tema non è più rinviabile: con una politica di corto respiro il Paese rischia di affondare. Già in questi anni di crisi abbiamo perso il 25% della capacità produttiva. La crisi deve essere un’occasione per ripensare il ruolo dello Stato nell’economia in grado di creare un sistema efficace, efficiente e in grado di rispondere alle sfide sociali, ambientali, economiche di questo travagliato nuovo millennio.

In chiusura, Berta rilancia una sorta di auspicio, che però ha un senso proprio in un sistema in cui la politica industriale sia chiara e visibile: che si creino fondi strategici in grado di convogliare il risparmio privato verso attività imprenditoriali, un modo di coinvolgere i risparmiatori nel rilancio dell’economi locale, legando così l’impresa alla sua responsabilità sociale verso il proprio territorio e trovando un modo di muovere risorse. E quindi idee, capitale umano, visioni.

Questo incontro è il primo di una serie di iniziative dal titolo “Le parole della politica” che l’associazione laPolis propone in città. I prossimi appuntamenti sono previsti per il 19 febbraio con Vincenzo Visco (“A cosa servono le tasse?”) e per il 4 marzo con Costanzo Ranci e Alessandro Rosina (“Il lavoro che cambia: working poors e diritti in discussione? Presente e futuro dei lavoratori”)

Elena Antonetti