Riportiamo l’articolo scritto dal nostro Presidente per il settimanale “Vita Nuova” in occasione della ricorrenza di S.Ilario, patrono della città.

 

Non sono i messaggi consolatori o autoassolutori che servono oggi a Parma e neppure la narrazione di una città felice o di una rinascita che, francamente, ancora non si percepisce. Serve ben altro e la città ha tutto per rimettersi in carreggiata, purché non ricada sistematicamente nei propri errori, uscendo dal vuoto di idee in cui ristagna per imparare ad analizzare la propria realtà, traducendola in politiche concrete per le persone, il territorio, le famiglie, la cultura, le imprese.

 

Quale è il quadro oggettivo della città? Parma si avvia ad essere una città di 200.000 abitanti, in una provincia che potrebbe arrivare presto al mezzo milione di abitanti. Ma Parma è una della città italiane con il più basso tasso di natalità: cresce per numero di abitanti in virtù dei fenomeni migratori, la qual cosa porta ad una incidenza sempre maggiore sia della popolazione anziana, sia di “non-italiani”.

Quindi Parma si avvia ad essere una città sempre meno giovane, più multietnica e multiculturale, il che non è né un pregio, né un limite in sé, ma il segno di una realtà in trasformazione, a cui deve corrispondere una politica sociale adeguata, che ancora non esiste.

La bassa natalità di Parma resta un comunque un problema, soprattutto a medio e lungo termine: essa arriva a dimensioni quasi da record, perché si colloca come una delle più basse del mondo. Ma Parma non ci sono strategie specifiche per contrastare il fenomeno e, anzi, Parma è una delle città d’Italia in cui le rette per gli asili dell’infanzia sono tra le più alte. A Parma la quota per gli asili nido è di 650 Euro al mese (per i redditi più alti), mentre a Reggio Emilia la quota massima è di 540 Euro al mese a Milano di 465 Euro. Senza una politica di sostegno alle famiglie e alle giovani coppie, è difficile pensare di invertire la tendenza alla bassa natalità. Se, al contrario, avere un figlio diviene un lusso quasi insostenibile, la tendenza in atto non potrà che essere confermata.

Occorre dire che Parma non è certo una città economicamente povera, tutt’altro. Parma resta una delle città più ricche d’Italia, con un reddito famigliare tra i più elevati, anche se occorre sottolineare come la grande maggioranza dei nuclei famigliari siano formati da una sola persona o, al massimo, da due.

Se a Parma si assiste a una grande sofferenza economica di alcuni settori, il commercio, la piccola impresa, il settore delle costruzioni (negli ultimi otto anni hanno chiuso l’attività quasi 700 esercizi commerciali e oltre mille piccole imprese artigiane), la disoccupazione è sull’ordine solo del 6/7 % (contro il 12 % nazionale) e grandi realtà che operano sul mercato mondiale, come Barilla e Chiesi e altre, continuano a crescere e a produrre qualità. Accanto a questo, si sta formando un tessuto di aziende high-tech in fortissimo sviluppo, che lavora puntando sulla innovazione. Ma quello che manca ancora è una linea di indirizzo che sappia facilitare una riconversione degli aspetti negativi del sistema verso le esigenze in evoluzione dell’economia. Questo è particolarmente evidente nella filiera agroalimentare, dove il nostro prodotto di punta, il formaggio Parmigiano, è in una situazione di enorme difficoltà, che mette a rischio addirittura la sopravvivenza di alcuni caseifici e allevatori, che pure operano a livelli qualitativi unici al mondo. Una contraddizione anche questa difficilmente comprensibile, che testimonia di quanto ci sia da lavorare, al di là dei proclami e delle autoesaltazioni collettive di Parma capitale del food.

Sul piano abitativo, Parma è una città che ha una disponibilità di case vuote o sottoutilizzate enorme, ma che continua a costruire nuovi edifici a scapito del territorio agrario, spesso realizzando prodotti edilizi di pessima qualità architettonica e urbanistica. Eppure a Parma si aggrava un problema-casa, che esce ormai dalla dimensione emergenziale e sta diventando strutturale, per le situazioni crescenti di disagio sociale delle famiglie più povere, che conducono a sempre più numerosi sfratti e pignoramenti. I casi di famiglie buttate sulla strada da un giorno all’altro vengono ancora affrontati uno ad uno, senza una strategia preordinata. A Parma manca inoltre, dal 1998, una seria pianificazione urbanistica e la crisi del mercato immobiliare, iniziata nel 2008, ha generato un sostanziale impoverimento delle famiglie, la cui maggioranza detiene immobili in proprietà. Le case valgono meno, è un fenomeno nazionale, ma assai più grave a Parma a causa del surplus di offerta immobiliare di case nuove non vendute, costruite quindi palesemente oltre il fabbisogno reale, sovradimensionato artatamente nelle istruttorie degli assessorati all’urbanistica.

Oggi c’è la necessità di mettersi a lavorare intensamente per recuperare gli immobili già esistenti, per riqualificarli, ridando anche ossigeno a un settore economicamente disastrato; questo sarebbe fattibile, ma a fronte di un’azione forte di incentivazione e promozione che parta dall’Ente Comune, un’azione di riconversione energetica, tecnologica, che tuttavia ancora latita, come latita in generale una politica concreta della casa.

Sul tema della convivenza e della sicurezza, se Parma è una città che ha fatto storicamente della civiltà urbana una delle sue cifre caratterizzanti, di fatto ora la città sta scivolando progressivamente nella insicurezza, soprattutto in alcuni quartieri o pezzi di città.

Ora si parla di Oltretorrente, oppure di San Leonardo, oppure della centralissima Via Mazzini o di Piazzale della Pace. I fenomeni negativi come spaccio, violenza, furti, degrado, sembrano ineluttabili. Occorrerebbe cominciare urgentemente a attuare una politica di riappropriazione degli spazi pubblici, supportata da una azione concreta delle istituzioni (il Comune in primis) per una sorveglianza attiva e di repressione degli abusi, ma nessuno lo fa e l’alibi delle risorse mancanti o lo scarico di responsabilità tra istituzioni non reggono più.

E’ in crisi a Parma anche la cultura, l’asse immateriale su cui si fonda l’identità di una città. Una crisi che è nei fatti, nel calo dell’offerta e della produzione musicale, simboleggiata dalla sottoutilizzazione del Teatro Regio, passato dalle oltre cento aperture di sipario all’anno, a poco più di trenta. Anche qui, se i soldi sono pochi, ce ne facciamo una ragione, ma la città è ricca di idee e la cultura ha bisogno più delle idee che dei soldi. Ma le idee rimangono intrappolate e si preferisce aspettare solo finanziamenti che giungano da altrove, invece di attingere da un patrimonio culturale ricchissimo di persone, associazioni, istituzioni teatrali, musicali, di formazione e ricerca che aspettano solo di essere messe in rete tra loro e valorizzate per quello che sono.

Il quadro è quindi complessivamente contraddittorio, testimonianza di una città che da tempo non ha una guida sicura e naviga a vista, con una classe politica improvvisata, un’etica della cosa pubblica che, eufemisticamente, potremmo definire distratta e non è un caso che Parma finisca ancora oggi sulle prime pagine dei giornali nazionali soprattutto per i propri scandali.

Paolo Scarpa