Viviamo la solennità di sant’Ilario, nell’Anno santo voluto da papa Francesco. L’istituzione del giubileo, fin dalle sue origini, ha inteso generare non solo atti di culto, ma un rinnovamento radicale della comunità umana nelle sue strutture sociali ed economiche. Costituisce pertanto un appello rivolto non solo ai credenti, ma a tutti gli uomini e donne di buona volontà, che tocca anche la nostra città.

La Misericordia è l’anima di ogni giubileo: Dio si china sul suo popolo, ascolta il grido del debole. Papa Francesco ha scelto di metterlo in grande evidenza. La Misericordia è la radice e la linfa del giubileo. Chi lo vive, se ne nutre e porta frutti di Misericordia. Dalla persona si irradia alla famiglia, si espande nella Chiesa: entrambe destinatarie e soggetto di Misericordia. Si protende nella società, beneficandola sia nelle relazioni quotidiane, sia nelle forme pubbliche attraverso iniziative e istituzioni.

 

La misericordia ha di per se stessa un carattere sociale.

L’anno giubilare, nel popolo ebraico, doveva restituire l’eguaglianza tra tutti i figli d’Israele e servire al ripristino della giustizia sociale. La restituzione e il riposo della terra, la remissione del debito e la liberazione degli schiavi, che ne costituiscono i punti essenziali ( Lv 25, Dt 15,1-18), propongono alla nostra città una salutare riflessione e richiamano significati che rischiano di venire meno, impoverendoci.

A fondamento di tutto sta un modo di pensare noi stessi e il creato, non come conquiste personali e autosufficienti, ma come una realtà che ci precede e che abbiamo ricevuto in dono.

La terra non la creiamo noi, ci è data, e la persona vale al punto che deve essere libera nella terra, che appartiene a tutti, dove vivere dignitosamente con la propria famiglia, in un reciproco rispetto di identità culturali e sociali.

Non è utopia.

Parma non è più, come un tempo, una città legata al mondo agricolo, né vuole essere una società teocratica, ma una società che si dice evoluta, sia pur puntando su riconosciute e celebrate eccellenze agroalimentari, e che ci tiene a rimarcare la propria laicità. Ma la persona umana è la stessa ieri, oggi e sempre, ed esige un impegno rinnovato perché sia messa in grado di esprimersi nelle sue potenzialità.

Restituire la terra

La terra restituita al cinquantesimo anno richiama la necessità della casa e del lavoro che sono patrimonio e diritto di tutti. Sono dati basilari che non possono venire negati o nascosti da una città che – a parere di alcuni – si è gonfiata al punto da perdere il contatto conse stessa e con le persone che la abitano, o che non riesce a garantirle – come sostengono altri – giustificandosi con la mancanza di risorse. La terra è la casa dell’uomo e la famiglia deve poter metter su casa sulla terra e mantenerla con il proprio lavoro, continuando l’opera della creazione.

Il Giubileo chiede il “riposo” della terra ( Lv 25,11 ). Evoca il grande rispetto che le è dovuto. Non deve rimanere priva di tutela, né essere sfruttata per poi invocarne l’aiuto in situazioni di crisi, coma la pioggia che toglie le polveri sottili. Ci richiama, inoltre, al valore dei ritmi della terra, che dettano tempi salutari per la vita della persona. Se mangiamo la frutta di stagione a chilometro zero, perché non fermarci dal lavoro alla domenica e non preoccuparci di sconvolgere i tempi del giorno e della notte? La terra è maestra di un vivere sano e sensato (cfr. LS 237).Il Giubileo ci aiuta ad ascoltarne le raccomandazioni, senza idolatrarla o assumere atteggiamenti incoerenti, quasi schizofrenici.

Per la Bibbia la terra è un tutt’uno con l’uomo. Dalla terra ( adamà) è formato l’uomo ( Adàm): l’umanità fatta di maschi e femmine. E’ humus al quale rimanere aderenti perché ci dà da vivere, perché ad essa tutti ritorniamo. Garantire la terra è garantire l’umanità, il suo sostentamento, i suoi diritti. Indica la pari dignità: Dio ha creato la terra per tutti, ricorda che siamo creature, riportandoci al valore del limite. Così la terra ci sostiene con “frutti, fiori ed erbe” e ci richiama la nostra condizione. Il Giubileo è un tempo di grazia per ritrovare il rapporto intrinseco tra la persona, la collettività e l’ambiente, eper raggiungere un’ecologia integrale. Ripristina questa relazione che si è scompensata. (cfr. LS 117)

La restituzione della terra porta all’esperienza collettiva di un dono ricevuto. Il Giubileo della Misericordia facilita la percezione del senso civico, connettendo le realtà diverse della nostra città, e cercando un incontro nella benevolenza, il superamento della violenza, anche solo verbale, e della chiusura. Vale sempre, ma in particolare in questo anno che – come si legge – inaugura una lunga campagna elettorale, che può tornare a mettere al centro le linee essenziali al perseguimento del bene comune. La Misericordia si pone come stile nei rapporti e, nello stesso tempo, come contenuto che si rifrange in scelte concrete.

“Abbi cura di Lui”, il monito del buon samaritano (cfr. Lc 10,35), ci investe tutti, e in particolare chi amministra, chi fa cultura, chi trasmette saperi e chi intraprende. Ha a cuore prima di tutto i deboli, il cui riscatto costituisce il segnale della vera ripresa della città. Quando la “ripresa” li raggiungerà, sarà ripresa vera.

Una debolezza che oggi ha tanti volti: il bambino che ancora deve nascere, l’anziano solo o nella casa di riposo, l’adolescente che cresce, il giovane senza punti di riferimento, la famiglia che cerca casa e lavoro, la famiglia numerosa…

La gente di Parma è accorta e sa comporre quanto viene realizzato con quanto viene promesso.

Il Giubileo della Misericordia deve così segnare lo stile dei rapporti tra i gruppi, la forma dei dibattiti e i contenuti delle proposte.

“Abbi cura di Lui” è anche la risposta vincente al rischio dell’indifferenza che, come ha scritto papa Francesco (cfr. Messaggio per la Pace, 1 gennaio 2016), impedisce la pace. È un modo attivo per produrla all’interno delle nostre relazioni cittadine, è fare cultura di pace, è mandare un messaggio al mondo intero le cui vie sono percorse tradizionalmente dai parmigiani.

Cosa significa a Parma restituire la terra?

Trovare una forma di vita più essenziale e capace di condivisione, perché tutti possano godere dei frutti della terra, del lavoro e della casa?

Cercare l’umiltà dell’ ascolto che sa incarnare una storia che dalla terra trae stili di vita e la rispetta?

Quale la responsabilità della comunità cristiana verso la terra, casa dell’uomo voluta da Dio Creatore, impegno richiesto da papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’ ?

Sono domande importanti per la collettività che è chiamata a scelte decisive per il suo futuro.

Rimettere i debiti

Anche la remissione del debito non è utopia.

Ci spostiamo dalla terra come dono alla sua custodia intelligente, che la fa fruttare per il sostentamento di tutti.

Non sempre questo avviene, e nazioni e persone si trovano oppresse da un peso non più sopportabile. È la situazione di tanti Paesi poveri, per i quali già nel Giubileo del 2000 si chiedeva la remissione del debito estero. Appello (cfr.NMI 14) rimasto senza una risposta adeguata, che porta ora a constatare che il dramma di un popolo non resta limitato a se stesso o a un’area geografica, ma si ripercuote su tutti. Gli odierni fenomeni migratori trovano qui una delle cause principali. Arrivano a noi in forme non più controllabili da restrizioni o muri, e richiedono un approccio più ampio, mondiale, che avrebbe dovuto già essere attuato. Una causa che si intreccia con un continuo sfruttamento – termine ancora attuale – e con la terza guerra mondiale a pezzi che, permettetemi l’ossimoro, ‘direttamente di striscio ’, per ora, ci raggiunge, suscitando apprensione e paura.

I grandi problemi si miniaturizzano nella nostra città, perché tanti, ancora, faticano e molti non ce la fanno a tirare avanti con un lavoro che è venuto meno, con un mutuo da pagare, o semplicemente, con una famiglia da far crescere. A volte anche il solo peso delle utenze domestiche non è sopportabile. Si perpetua inoltre l’assurdità di un sistema sociale che rischia di penalizzare proprio chi genera figli che, in realtà, costituiscono un bene sociale per il futuro di tutti.

La forbice tra chi sta bene e chi regredisce – dalla precarietà all’indigenza fino alla povertà – è aperta da tempo anche a Parma. Ne fa le spese soprattutto chi ha un lavoro che dipende, più di altri, dall’andamento della crisi, che non è superata solo perché si è deciso di non parlarne più. Il “rilancio” si avrà solo se tutti ne potranno godere. Per ora, anche a Parma, si nasce di meno e si muore di più.

Dove andare per trovare aiuto? Ci sono tentativi significativi che, si auspica, suscitino un effetto domino su altri, tale da fare sistema. La domanda resta comunque aperta, come le Mensedella Caritas e di padre Lino che non conoscono “crisi” di avventori. Così come ci segnalano altre realtà sull’intero territorio.

Quali scelte dobbiamo fare?

Occorre, prima di tutto, ribadire e rieducarci alla logica della redistribuzione che avviene anche col pagamento delle imposte (cfr. art. 53 della Costituzione Italiana ). Insieme a questa via , che ogni cittadino deve percorrere, ce ne sono altre che riguardano i diversi soggetti della vita sociale.

E’ possibile, nell’Anno della Misericordia, indurre un ripensamento internazionale, o almeno europeo, sulle linee guida del credito? È possibile convenire verso una remissione del debito che garantisca l’oggi e prospetti almeno un po’ il domani? Non sono nati per questo, nel passato, tanti istituti di credito, con l’obiettivo di sovvenire chi rischiava di essere mangiato dall’usura o ingoiato da circoli viziosi?E’ possibile anche oggi una nuova via per facilitare l’accesso al credito?

Come accompagnare persone e famiglie che da sole non riescono a custodire e mantenere i propri beni e quanto può essere, una tantum, loro offerto?Persone di buone volontà, la rete capillare delle Caritas nelle Nuove Parrocchie e le varie realtà di volontariato ci stanno provando, ma non basta. Non si può pensare a forme di intervento più incisive per evitare sfratti e taglio delle utenze, nelle situazioni di “morosità incolpevole”?

La misericordia porta, a tutti i livelli, ad un “di più” nelle relazioni, non limitandole alla semplicelogica del “dovuto”. (cfr. Deus Caritas est 28b, MV 20). A volte si manifesta in forma singola, altre volte assume il carattere di un impegno collettivo, o di Ministero a favore di chi è nel disagio. È quanto sta avvenendo oggi verso i poveri e verso i rifugiati. Sulla necessaria e doverosa applicazione della normativa ( anch’essa caratterizzata dal valore antropologico della legge e dal suo carattere pedagogico) si innesta, innervandola, la Misericordia. È un “di più” che nasce dal chinarsi sull’altro per farsene carico. Un sentimento che è di tutti e che ha assunto colorazioni particolari nella nostra gente, segnando positivamente la nostra cultura umana – cristiana, da sempre alimentata dalla com-passione per la persona, specialmente se bisognosa di aiuto.

Vale per tutti. Per alcuni si associa semplicemente ad un desiderio di restituzione per una buona condizione di vita o di salute, quasi lo sviluppo di un senso di giustizia. La fede cristiana lievita questi sentimenti e sa dare un nome e una prospettiva: è Dio che per primo si è chinato sul suo popolo, che usa la sua onnipotenza per raggiungere la debolezza della nostra carne, fino a farsi uomo per noi. ( MV1)

“La misericordia – così scrive Shakespeare nella I scena del IV atto del dramma “Il mercante di Venezia” – è sopra il potere dello scettro regale. Essa deve avere il suo trono nel cuore dei re (…) perché è la misericordia che deve temperare la giustizia”.

Liberare gli schiavi

Non è superfluo questo comando. Anche se la schiavitù è finita per legge, resta nell’esistenza, quando qualcosa prende il posto dell’ideale di vita e schiavizza la persona o quando l’assenza di prospettive porta la persona a vendersi. Oggi restano sanguinanti alcune dipendenze. Il gioco, che prospetta un’ illusoria fine dei problemi; il sesso pagato sulle strade in un turn -over di presenze che si rinnova continuamente, grazie ad un mercato mondiale, ma anche locale; la bottiglia o il raffinato bicchiere tenuti come trofeo ad ogni ora del giorno; la cultura dello sballo e del bullismo che si diffonde anche via internet … Vecchie e nuove dipendenze che portano all’abbrutimento e a allo sfascio delle famiglie.

È illusorio credere che a Parma non ci siano, perché se ne parla soltanto dopo qualche brutto fatto. Gli addetti ai lavori le conoscono bene.

La via maestra della liberazione passa attraverso educare l’umano.

Bacio la terra calpestata dai piedi dei genitori, delle famiglie che educano ad una vita libera dagli stereotipi di esigenze fatue, e dal “fanno tutti così”; di chi, nella scuola, aiuta a lievitare unasana criticità verso il mondo circostante e a pensare con la propria testa e in relazione con gli altri; di chi, nel quotidiano, si fa testimone di vita buona, esponendo la propria umanità e il valore del civismo, con atteggiamento responsabile e non rinunciatario. Alle denunce da tempo lanciate e riprese, magari dopo fatti eclatanti, saliti alla ribalta anche delle cronache nazionali, devono seguire scelte coerenti di una comunità che, in tutte le sue componenti, vuole essere educante.

Parma è libera? Dipende da qualcuno o da qualcosa?

Quali punti fermi di umanità e di civismo si evidenziano a chi incontra la nostra città?

La famiglia, a Parma, è il perno dell’azione educativa che forma persone libere? I genitori sono sostenuti nella loro azione educativa? Quali forme di alleanze sono necessarie?

L’ “ecce Homo”, la ricca umanità di Gesù – vero uomo e vero Dio, è riferimento e meta dell’educazione della comunità cristiana, negli oratori, nelle società sportive, nelle attività di associazioni e movimenti?

La misericordia, cronaca quotidiana

La Misericordia si fa persona in Cristo che, con la suacroce e risurrezione, solleva da ogni rischio di fallimento e di inutilità l’agire misericordioso e sostiene chi chiede Misericordia. Un sentimento che incide la nostra cultura, come lo scalpello ha incavato il marmo del Battistero per effigiare le opere di Misericordia sulla sua porta o impressionarle sull’intonaco nell’affresco all’interno. Proprio, qui, il Cristo ha gli occhi diretti sugli occhi di chi lo guarda, mentre la mano è protesa verso chi è nel bisogno. Ha in mano un libro chiuso che solo noi possiamo aprire: è tradurre in scelte e opere la Misericordia. Un libro che tutti sanno leggere!

Educazione di noi stessi, perdono e riconciliazione costituiscono un buon viatico per questo percorso che la nostra città deve fare. L’esule Ilario, voluto come nostro patrono, ci aiuti ad aprire le porte di Parma alla Misericordia, perché sia valutazione dei passi compiuti, criterio delle scelte future, diventando storia, o meglio cronaca di ogni giorno.

Mons. Enrico Solmi