Ospitiamo volentieri queste interessanti riflessioni sul rapporto tra partiti e partecipazione, con l’impegno ad approfondire il dibattito su questa materia nei prossimi numeri della newsletter.

 

Per aderire ad una associazione di persone la cosa più ovvia consiste nel verificare le caratteristiche principali dell’associazione che viene proposta: motivazioni ideali, obiettivi che si intende perseguire, modalità di formazione degli organi dirigenti, suddivisione dei poteri tra i vari organi.

 

Per l’adesione ad un partito si dovrebbe guardare anche cosa stabilisce la legge in materia di partiti.

La principale norma giuridica che afferisce ai partiti la troviamo nella Costituzione all’art. 49: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” . Questo articolo segue al 48 che stabilisce chi ha il diritto di voto.

Dopo di che si va a vedere lo statuto del partito proposto per verificarne le caratteristiche elencate nel 1° cpv. Poi c’è l’evolvere delle situazioni che possono produrre effetti positivi o negativi sui partiti.

In Italia abbiamo ad esempio subito una legge elettorale che in sostanza espropriò i cittadini del diritto di scegliere i candidati da eleggere, e gli iscritti ai partiti di partecipare effettivamente alla definizione delle liste di candidati da sottoporre al giudizio degli elettori. Quindi una modifica legislativa che produsse quantomeno due effetti negativi rilevanti: concentrazione nelle segreterie dei partiti (e molto spesso nel segretario) del potere di scelta delle candidature e del relativo ordine di elezione, annullamento del diritto dei cittadini di eleggere “a suffragio universale e diretto” i componenti del Parlamento. La nuova legge elettorale nella sostanza non si discosta molto dal “difetto” della precedente; si sarebbe cambiato radicalmente se si fosse adottato il metodo del collegio uninominale.

In questi anni ho osservato un processo di trasformazione nei partiti, in generale in tutti i partiti, per cui da strumenti di partecipazione offerto ai cittadini per la “determinazione della politica nazionale” e locale sono divenuti sempre più strumento di sistemi di potere personale. Ciò ha comportato il prevalere della volontà e dell’interesse (politico o affaristico) del leader di turno rispetto a quelli della comunità degli aderenti. Secondo un noto politologo americano (condiviso anche da politologi italiani) la democrazia è stata avviata verso la degenerazione in una sorta di dispotismo mite che lascia i cittadini in uno stato di minorità in cui, in cambio di promesse condizioni di benessere, viene tolto loro il fastidio di pensare e di occuparsi di politica. Lo stesso politologo parla di “totalitarismo invertito” per cui non ci si basa più sulla mobilitazione di massa ma sulla smobilitazione delle masse-

Da qualche anno si parla di “società liquida” cui farebbe da pendant “il partito aperto”. Risultato è che, in Italia quantomeno, i partiti non esistono più come attori della politica. E di questo ne sono consapevoli anche la quasi totalità dei politologi e dei commentatori politici italiani.

Il Partito Democratico non fa eccezione: ha sviluppato questo processo con caratteristiche sue proprie.

Fin dalla formulazione delle sue regole statutarie si sono precostituite le condizioni perché ciò avvenisse: la parificazione tra iscritti ed elettori nei diritti di determinazione delle politiche ha fatto sì che, in pratica, gli iscritti siano stati “annullati” attraverso le cosiddette “primarie” (finanche per cariche di partito) da coloro che si proclamavano “suoi elettori” nel momento in cui partecipavano alla votazione primaria. Gli iscritti valgono meno di coloro che passano per strada. E’ l’impressione più diffusa tra i militanti.

Il fatto di avere il Segretario del Partito che ricopre anche la carica di Primo Ministro genera un corto circuito per cui è praticamente impossibile (a meno di non vedersi attribuita la qualifica di “coloro che amano mettere i bastoni fra le ruote”) far sì che il Partito elabori una linea in autonomia da offrire poi alla sua rappresentanza in Parlamento per caratterizzare il Governo.

Infine, e questa è una caratteristica propria dell’attuale Segretario/Presidente del Consiglio Matteo Renzi, si è operata un’intensa azione di disintermediazione sociale per cui viene privilegiata in esclusiva la modalità del dialogo diretto (in realtà si tratta sempre di monologo affidando ai sondaggi la verifica degli effetti) con i cittadini disconoscendo il ruolo dei corpi intermedi in primo luogo del partito.

Ho posto da diversi mesi dentro il Partito Democratico di Parma il problema della pratica impossibilità per i militanti di poter essere attivamente partecipi alla formazione della linea politica del partito, sia a livello generale sia a quello locale, e contemporaneamente ho sollevato il problema di come trovare modalità che consentissero ciò che mi sembra essere un diritto – ma anche un dovere di utilità nei confronti della comunità civile di riferimento – di ogni militante.

Rendendomi pienamente conto che siamo entrati in una fase che non è possibile invertire nel breve tempo, non mi è rimasta scelta diversa dal rinunciare a rinnovare l’adesione al PD, con un certo rammarico avendo partecipato alla sua fondazione nel 2007. Nel contempo percepisco che ci troviamo a fronteggiare un processo di progressivo arretramento della democrazia sostanziale e formale nel Paese e non riesco ad intravedere strumenti idonei a contrastarlo.

Franco Tegoni