Si è tenuto giovedì 26 novembre alle 17.30, presso la sede centrale dell’Università di Parma, il penultimo appuntamento del ciclo di seminari sul tema “Economia ed Etica” promosso nell’ambito del Corso di Laurea in Scienze politiche e delle relazioni internazionali del Dipartimento di Giurisprudenza.

Il seminario, sul tema “Effetti della democrazia sulla crescita economica: rassegna teorica ed empirica”, ha avuto come relatore Giuseppe Vittucci dell’Università di Milano-Bicocca. Oggetto dell’intervento è stata l’analisi della relazione tra democrazia e crescita economica.

Il regime democratico, inteso nell’accezione moderna, come democrazia rappresentativa sotto la rule of law in accordo con i principi del liberalismo, è un regime che vive delle proprie tensioni, come quelle tra conflitto e consenso, tra rappresentatività e governabilità e tra consenso ed efficacia (Diamond, 1990). Ma che relazione esiste tra democrazia e crescita economica? In particolare, la democrazia ha un impatto positivo o negativo sulla crescita del reddito pro capite? La democrazia cioè implica un “costo economico”, da accettare alla luce dell’importanza intrinseca e del ruolo costruttivo delle libertà politiche e civili nello sviluppo; oppure ha effetti positivi sulla crescita economica, per cui le libertà democratiche contribuiscono anche in modo strumentale allo sviluppo (Sen, 2001)? Quali sono i canali attraverso cui tale effetto si esplica? Questi i principali interrogativi affrontati dal relatore nel corso dell’intervento.

Sebbene negli anni sia stata oggetto di una vasta letteratura economica e politica, sia teorica sia empirica, la relazione tra democrazia e crescita economica è tutt’altro che chiara. Da un lato, i sostenitori della tesi della crescita autoritaria, o “tesi di Lee”, dal nome dell’ex primo ministro di Singapore Lee Kuan Yew, hanno sottolineato come la democrazia tenda a generare incentivi al sovra-consumo a discapito della crescita, comparando il regime democratico con la “dittatura illuminata”, in cui viene preservata l’autonomia dello Stato dai gruppi di pressione. Dall’altro lato, diversi economisti hanno evidenziato come la democrazia possa avere un impatto positivo sulla crescita riducendo il rischio di formazione di autocrazie e oligarchie cleptocratiche, la monopolizzazione delle rendite economiche da parte di gruppi politicamente potenti, e facilitando l’emergere di istituzioni inclusive. Inoltre, la democrazia può ridurre l’instabilità politica aumentando la probabilità di trasferimenti del potere pacifici e prevedibili, così disincentivando i comportamenti predatori dei regolatori e incentivando gli investimenti. Anche se altri autori hanno replicato evidenziando come il processo di transizione democratica nei paesi in via di sviluppo, specie se multietnici e frazionalizzati, possa generare instabilità e caos.

Nei lavori empirici, mentre l’associazione tra reddito pro capite e democrazia è abbastanza chiara, non emerge prima facie una relazione positiva tra democrazia e crescita economica. Nei dati cross-section, risulta in genere una debole relazione negativa, anche se nei dati panel la relazione è in genere positiva.
Di fatto, i diversi studi sono difficilmente comparabili, essendo diversi per: misure utilizzate; specificazioni; metodi di stima. Anche la tesi, spesso sostenuta da giornalisti e commentatori politici, che il processo di transizione democratica nei paesi in via di sviluppo abbia alte probabilità di generare instabilità e caos, non trova riscontro empirico.

Analizzando le serie del PIL pro capite attorno alle transizioni democratiche, Rodrik & Wacziarg (2005), Papaioannou & Siourounis (2008) e Acemoglu, Naidu, Restrepo & Robinson (2014) hanno di recente mostrato che alla fine delle transizioni democratiche i paesi esibiscono in media tassi di crescita del PIL pro capite più elevati.

Questi studi fanno propendere per un effetto positivo della democrazia sulla crescita, anche se è forse nella crescita di lungo periodo che i sistemi democratici possono davvero mostrare differenze sistematiche rispetto ai regimi dittatoriali.

Questo è in linea con quanto sostenuto da Hayek (1960), secondo il quale, “è negli aspetti dinamici, più che in quelli statici che il valore della democrazia viene fuori. Come nel caso della libertà, i benefici della democrazia si mostrano solo nel lungo periodo, mentre i risultati più immediati possono anche essere inferiori a quelli delle altre forme di governo”.

Il ciclo di seminari su “Economia ed Etica” si concluderà venerdì 4 dicembre alle ore 17.30 presso l’Aula dei Filosofi di via Università 12, con un incontro sul tema “Il governo cooperativo dei beni comuni”. Il seminario avrà come relatore Lorenzo Sacconi, professore ordinario di Politica economica dell’Università degli studi di Trento e Direttore del centro interuniversitario EconomEtica.

L’incontro si focalizzerà sul tema dei beni comuni, proponendo un punto di vista economico che arricchisce l’ampio dibattito politico, giuridico e filosofico in atto in Italia su tale tema.

La teoria economica identifica chiaramente le caratteristiche dei beni comuni a cui i cittadini hanno diritto, in sintonia con una visione della giustizia sociale e della cittadinanza democratica. Essa chiarisce inoltre quali siano le condizioni richieste affinché per questo tipo di beni sia possibile l’autogoverno da parte degli utenti, in modo alternativo a forme di governance basate su imprese di tipo capitalistico o sulla gestione statale. Secondo la proposta che verrà presentata e discussa durante il seminario, i beni comuni dovrebbero essere gestiti attraverso imprese cooperative di utenti caratterizzate da una governance democratica e tale da coinvolgere una pluralità di portatori di interesse.

Giacomo Degli Antoni