In un incontro di intensa partecipazione è stato ufficialmente presentato il progetto di ricerca “Il Concilio Vaticano II e la Chiesa di Parma-1965-2015” a cura del Comitato promotore, di cui è presidente Giorgio Campanini e di cui fanno parte, il Circolo il Borgo, l’Istituto di scienze religiose, e alcune delle associazioni cattoliche più vive e significative, oltre a presbiteri, laici e laiche.

La presentazione è stata arricchita e impreziosita da un testimone di eccezione come Raniero La Valle, che nella sua lezione magistrale ha fornito motivazioni ed elementi anche teologici che elevano il valore e il significato straordinario della iniziativa. La ricerca, che intende certo utilizzare la più qualificata metodologia storica, ha anche una intenzionalità pastorale con l’obiettivo di cercare di comprendere in profondità i mutamenti in atto, valutare quali siano state in questo cinquantennio le scelte giuste e quelle sbagliate, riscoprire in tutta la loro densità, e permanente attualità i testi conciliari nel momento in cui nella vita della Chiesa si sta delineando una svolta epocale. La ricerca vuol essere soprattutto un’ opera corale, come sottolinea il Prof. Giorgio Vecchio, Presidente del Comitato scientifico, nell’invitare i presenti ad una molteplice collaborazione; oltre a fare storia si vuole anche fare memoria, con un impegno di sensibilizzazione della comunità diocesana sul dono ricevuto dal Concilio.

E a queste due intenzionalità La Valle ne aggiunge un’altra di particolare rilevanza che è quella di “fare il futuro del Concilio”, un evento non finito, in parte congelato, ma che ora può essere innestato nella Chiesa in una stagione di grande rifioritura grazie a Papa Francesco. Il rapporto vitale tra il Concilio e Papa Francesco è un preciso programma di questo pontificato espresso anche formalmente nel momento più solenne con la bolla di indizione dell’Anno giubilare che inizierà l’8 dicembre , una data carica di significato per la storia della Chiesa con la conclusione del Concilio. Cominciava allora una nuova età per la Chiesa sotto l’azione dello Spirito per parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo nuovo e, rileva La Valle, Francesco stabilisce un arco tra il Concilio e l’oggi con questo anno della Misericordia che è qualcosa di diverso dagli altri eventi giubilari, perché è un punto di passaggio in cui diventa modo di essere strutturale della Chiesa l’annuncio della Misericordia. Così Papa Giovanni XXIII può considerarsi l’iniziatore del pontificato di Francesco. E come Papa Giovanni aveva anticipato l’apertura ufficiale del Concilio l’11 settembre 2012 con il Radiomessaggio, in cui affermava che la Chiesa doveva essere di tutti e in particolare dei poveri, anche Papa Francesco anticipa l’apertura della porta santa il 29 novembre nella Cattedrale di Bangui in una delle zone più povere della chiesa africana.

Occuparsi quindi del Concilio vuol dire anche occuparsi della Chiesa del domani, per l’umanità del domani quando lo stesso diritto alla sopravvivenza della specie umana sarà in pericolo. E interrogarsi che ne è stato di Dio in questi 50 anni nella Chiesa di Parma vuol dire fare di questa Chiesa un luogo teologico. Come per Papa Francesco il luogo teologico è soprattutto il Vangelo ma è anche un luogo fisico, la Casa di Santa Marta, scelta strategica, perché temeva la solitudine, come i poveri che riconoscono ogni giorno di avere bisogno degli altri, e in cui ogni mattina dice la messa e spiega il Vangelo dinnanzi a un popolo: come Gesù andava nella Sinagoga, apriva la scrittura e la commentava. Quel Gesù che legge a suo modo la profezia di Isaia al Cap.61, toglie l’annuncio della vendetta e la scelta di un popolo contro un altro popolo e aggiunge il ridare la vista ai ciechi. Sono queste in particolare le profezie assunte da Papa Francesco nel suo magistero. Con le parole e i gesti ci ha fatto vedere le cose che i nostri occhi non vedevano: andando a Lampedusa ci apre gli occhi sui naufraghi come persone, se muore un barbone di freddo e lui chiede di dare almeno una coperta, ci fa vedere gli ultimi, accogliendo i senza dimora in Vaticano nella sala del Sinodo ci fa incontrare i poveri. Così in Bolivia, poi all’Onu dà voce ai poveri per ristabilire i loro diritti alla terra, alla casa, al lavoro. Fino al Concilio Vaticano II infatti la Chiesa considerava i poveri come strumento di salvezza per i ricchi, nella Laudato Si, Francesco fa una svolta epocale , ci racconta le cause della povertà e dell’esclusione da parte di un sistema che opprime , si rivolge a tutti gli abitanti del pianeta, perché l’abitare è la fonte di ogni diritto, e ci invita a risanare la terra per cominciare una nuova epoca. Ed ancora Francesco ci apre gli occhi sulla condizione della Chiesa con le sue piaghe, ne individua 15 nel discorso alla Curia, richiamando i pastori a farsi prossimo, ad avere “l’odore delle pecore” per una chiesa povera, umile, vero ospedale da campo. La seconda parte della profezia che Francesco incarna è quella della misericordia, intesa in senso forte perché è il secondo nome dell’amore, di Dio. Misericorda è un termine dialettico, un elemento di contraddizione, l’alternativa, a cominciare dalla religione (misericordia voglio non sacrifici, dice Gesù), perché il Dio di Papa Francesco è un Dio misericordioso, che ama per primo, con un distacco irreversibile dal Dio violento. Papa Francesco interviene con le armi della misericordia anche nella gestione della Chiesa, e ci invita ad accogliere questo dono come popolo di Dio. Sono questi i temi che Raniero La Valle sviluppa nel suo ultimo libro “Chi sono io, Francesco?” Un libro molto bello che racconta Francesco ma che ci apre orizzonti nuovi e che trova una sintesi nel messaggio posto all’ultima di copertina. “La cosa più bella è proprio questa: che possiamo tornare ad attendere. Ad una Europa stanca e senile, ad un mondo che, sacrificato dal denaro globale, non si aspetta più niente, Papa Francesco ha restituito l’attesa.”

Graziano Vallisneri